Quella volta che sono stata allo show di Salvini

Io son d’un altra razza, son bombarolo

Domenica 21 Ottobre 2018 si vota per i consigli delle province autonome di Trento e Bolzano. Si tratta di una prova di voto più importante e imponente di quel che appare perché si tratta della prima da quando il Governo autonominatosi del Cambiamento è al potere e perché, da sempre, il Trentino è considerato una roccaforte del centrosinistra (da sempre alleata coi partiti autonomisti) ma tutto questo potrebbe cambiare. Quest’anno infatti il candidato della Lega Maurizio Fugatti (veneto per nascita, trentino per adozione) si trova a capo di una coalizione di centrodestra appoggiata da ben nove liste. Eletto alla Camera a Marzo 2018, punta ora alla presidenza della provincia. La coalizione PD-autonomista ha governato sul territorio dal 2013, ma ora risente di un calo dei consensi. Per questo Matteo Salvini, il leader della Lega (ex Nord), il Capitano, ha deciso di visitare il Trentino-Alto Adige sabato 13 Ottobre. Quattordici tappe in trentasei ore, un tour de force che sabato sera culmina nel comizio al teatro di Ala, a sostegno dei candidati della Lega.

È in questo clima che s’inserisce, per dirla con Gadda, Quer Pasticciaccio Brutto de Via NuovaNel corso della notte precedente la sede alense della Lega è stata vittima di un atto vandalico (anche se c’è chi preferisce definirlo un attentato). Una bomba carta rudimentale ha frantumato, intorno alle 2:30, le vetrine del luogo di ritrovo dei leghisti di Ala. Sul muro di fronte è comparsa la scritta ANCORA FISCHIA IL VENTO. Si sospetta la matrice anarchica. I candidati leghisti sostengono siano state fermate due persone, ma in realtà non è così. I gruppi anarchici nella Bassa Vallagarina, tuttavia, sono effettivamente molto attivi e già lo scorso febbraio Matteo Salvini era stato oggetto di numerose proteste a Rovereto.  Oggi, ad Ala, le voci di paese dicono che forse sono stati gli anarchici, che forse la Lega ha voluto fare tutto da sola per il principio del basta che se ne parli, che le bombe carta erano in realtà due, che in realtà non erano bombe carta ma un grosso petardo. E sembra che tutti, ma proprio tutti, proprio quella notte, proprio dieci minuti prima, siano passati proprio di lì. 

Una cosa divertente che non farò mai più

Ho deciso di passare il mio sabato sera al comizio dei candidati della Lega e di Matteo Salvini. Puntuale mi presento davanti al teatro di Ala e osservo come gli alensi vivono l’attesa del Capitano. Mentre mi appunto ciò che vedo sul telefono, mi rendo conto di due fatti: il primo è che sono tremendamente in anticipo, il secondo è che sono la più giovane presente.

Dopo i tumulti della notte prima, iniziano i controlli per la sicurezza: un carabiniere, con un cane, entra in teatro. Nel frattempo la gente in attesa aumenta e qualcuno, zelantemente, inizia a chiedersi quando ci lasceranno entrare. Un uomo a bordo di una macchina che sponsorizza la Lega rischia di strisciarla sul muro nel tentativo di spostarla. Una delle organizzatrici esce dal teatro e chiede di far entrare i possessori di invito e i giornalisti. Nello sgomento generale, e con le persone in attesa aumentate di molto, i pochi eletti si fanno avanti.

È in questo momento che inizio ad ascoltare quello che dicono le persone che mi circondano:
«È come un concerto qui, tocca stare in fila».
«Le buche a Roma stanno principalmente nell’E.U.R».
«Ma a noi quello che interessa è l’autonomia». Quest’ultima frase ha fatto scattare, nella mia testa, l’inno trentino.
L’argomento di discussione principale, ovviamente, è la bomba carta. Una signora di circa sessant’anni dice che la sua amica le ha telefonato da Salerno, un’altra che gli anarchici «i a ciapai a Noriglio [li hanno presi a Noriglio]». Qualcun’altro afferma che oggi Ala è finalmente diventata una città famosa. Un signore afferma «io non sono politico, ma lu [Salvini] el me fa pasiom [lui mi appassiona]».

Non vedo così tanta coda al teatro di Ala da quando è uscito l’ultimo Harry Potter ma ormai la piazzetta è piena e la gente non smette di arrivare. Un uomo mi spintona per passare avanti e non si premura di scusarsi. La gente è sempre più arrabbiata ma, finalmente, iniziano a farci entrare. Si raccomandano di non spingere e pongono il limite massimo e tassativo di settecento persone: la ratio sono le norme di sicurezza del teatro.

Qui succede ciò che riassume tutto, la serata, lo spirito del pubblico, il discorso di Salvini: un’anziana, in fila accanto a me, si aggrappa letteralmente al mio sedere, mentre salgo i gradini del teatro per entrare. Quando le amiche le indicano le altre persone in fila risponde così: «l’importante è che noialtre g’avem i posti, i altri i se rangia [l’importante è che noi troviamo posto, gli altri si arrangeranno]». Il vero problema è che io l’ho lasciata fare. 

Razzismo e sentimento

Finalmente sono in teatro, addirittura in quinta fila. Vengono contati i posti e le persone riempiono il teatro, a nessuno viene concesso di stare in piedi. Sul palco è posto un tavolo: è ricco di simboli, di volantini, di cartelloni, di sagome del Capitano. L’organizzatore fa parlare uno dopo l’altro i candidati della Lega, che espongono il loro programma elettorale e smentiscono il punto chiave della tesi dell’opposizione: non è vero che la Lega è contro l’autonomia, vuole solo gestire diversamente le risorse. Dal pubblico però, si leva un grido: «Quando arriva Salvini?».
L’organizzatore risponde che il ministro dell’Interno è appena partito da Pergine, in Valsugana, che ha fatto una diretta con Rete4 e che si è appena concluso il momento dei selfie ma, cito testualmente: «il Capitano non si fa mai indietro, ma la sua macchina va veloce, tra poco sarà qui». E mezz’ora dopo è così.

Quando arriva Matteo Salvini le norme di sicurezza del teatro perdono validità: coloro che erano rimasti fuori vengono introdotti nel teatro e, contrariamente a quanto detto prima, nessuno impedisce loro di stare in piedi. Inizia il motivo per cui siamo realmente in quel teatro: inizia il Salvini Show.

Il Capitano, riprendendo uno dei suoi leitmotif degli ultimi mesi («Lo dico da papà!»), esordisce parlando dei suoi figli e di come gli sia dispiaciuto lasciarli quella mattina ma il Trentino ha bisogno di lui. Continua condannando l’atto vandalico della notte prima, ribadendone la codardia. Salvini fa di tutto per coinvolgere e, in qualche modo, coccolare il suo pubblico. Ripete costantemente quanto sia importante Ala, quanto gli stia a cuore questo piccolo centro. Sottolinea più volte, ed è una strategia vincente perché è un fatto vero, come il suo sia l’unico partito ad essere passato dai piccoli comuni e dalle valli. Tuttavia io mi chiedo se visitare cinque cittadine in dieci ore significhi davvero connettersi con il territorio o se sia più semplicemente un modo plastico per spuntare dei piccoli luoghi dalla sua mappa immaginaria di possibili elettori.

Mentre Salvini sfiora e punzecchia uno per uno gli argomenti di attualità nazionale mi rendo conto di una cosa: il vice-premier conosce poco o nulla della politica trentina. I punti cardine della campagna elettorale, infatti, per lui sono soltanto due: delle generiche infrastrutture che collegano valli e città ed un generico amore per l’autonomia. Si ricorda però di nominare spesso Ala e il problema più caro (e serio) di questa cittadina: l’assenza di un ospedale e di un pronto soccorso. Non racconta però come lo strutturerà quest’ospedale, dove troverà i soldi. E tra una battuta sui suoi avversari politici (tra l’altro completamente fuori dal contesto) e un commento sui migranti («Da quando sono al governo ne sono sbarcati solo 7000, certo, pur sempre 7000 di troppo»), dimenticando i picchi dei tassi di mortalità nel mediterraneo, Salvini racconta di sè. So tutto di quella volta che ha visto Temptation Island e Uomini e Donne, so tutto di quella volta che un trentino lo ha convinto a fare la camminata dei 12 Apostoli mentendogli sulla durata della gita. Questo, sostiene, è il difetto dei trentini, gente laboriosa e disposta al sacrificio.
In tutto questo, però, non c’è traccia di un programma elettorale. A un certo punto viene interrotto da un uomo che, interessato alla tematica della legittima difesa, finge di sparare con delle pistole immaginarie. Salvini, leggermente turbato, non capisce. L’uomo gli grida «Parla anche di queste!». Il Capitano lo accontenta.

Salvini è evidentemente stanco, sudato ma soddisfatto. Ha finito di parlare. Il pubblico è in piedi e lo sta osannando.
«Chi vuole un selfie? Venite di qua, ma mi raccomando: ORDINE E DISCIPLINA». E mentre il Ministro dell’Interno proclama ORDINE E DISCIPLINA io mi rendo conto che, come per l’anziana aggrappatasi al mio sedere, io sono stata in silenzio. 

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