Siria: golpe e guerra energetica

C’è chi dice che in Siria si stia combattendo la III Guerra Mondiale e chi invece pensa che si tratti dell’ennesima guerra al terrorismo… beh, diciamo che la verità sta lì in mezzo. Sono un po’ scettica nei confronti di queste guerre al terrore, anche perché è un po’ strano che i terroristi siano sempre laddove ci sono gas e petrolio, no?

È il 2009: il presidente Erdogan e l’emiro al-Thani si incontrano per ribadire il proprio interesse nella costruzione di una pipeline che dal Qatar raggiunga la Turchia –e quindi il mercato europeo– attraverso Arabia Saudita, Kuwait e Iraq ad est e Arabia Saudita, Giordania e Siria ad ovest. Credo abbiate già sentito parlare della ricchezza del Golfo persico in ambito di materie prime: proprio tra Qatar e Iran si nasconde il giacimento di gas più grande del mondo, oggi rivendicato da entrambi gli stati a causa della particolare conformazione geologica della cavità che permette infatti due diversi punti di accesso.

Il problema arrivò quando il governo siriano (filorusso) rifiutò il progetto turco-qatariota (filoamericano) per approvare quello iraniano, gasdotto che invece avrebbe attraversato solo quattro stati (Iran, Iraq, Siria e Libano). Ed è proprio qui che si incontrano per la prima volta gli interessi di Stati Uniti, Turchia e monarchie del Golfo: il regime di al-Assad doveva cadere non solo perché intaccava gli interessi economici della zona, ma anche perché rappresentava uno degli ultimi «regni sovietici» che la dottrina americana Wolfowitz tanto ha temuto.

Le ricerche –separate– di Seymour Hersh e di Julian Assange mostrano infatti come gli USA lavorassero attivamente già dal 2006 al regime-change siriano: «William Roebuck, l’allora ambasciatore statunitense a Damasco, venne incaricato di elaborare un’analisi dei punti deboli del governo di Assad e fece una lista di metodi con cui fosse possibile un aumento della destabilizzazione nazionale. Roebuck consigliò di alimentare la tensione religiosa» (Daniele Ganser, Monaco, 2016). E così fu fatto: risalgono proprio agli albori della rivoluzione pacifica siriana l’infiltrazione di terroristi internazionali nella struttura sociale locale e i finanziamenti statunitensi rivolti ai dissidenti (circa cinque milioni di dollari).

Nel 2011, due anni dopo l’incontro di Erdogan e al-Thani e il successivo cartellino rosso di Assad, sono stati mercenari stranieri (sauditi, afghani, iracheni e di tante altre nazionalità infiltratisi in Siria tramite il confine turco, libanese e giordano grazie al sostegno di Arabia Saudita, Turchia, USA e Israele) e siriani appartenenti al fanatismo islamico (minoranza inferiore all’1% della popolazione) gli agenti provocatori del caos che sta rovesciando il governo attuale. Sicuramente il Medio Oriente è da decine e decine di anni una regione poco stabile, ma non credete che la formula jihadisti radicali + denaro + armi (importate a Incirlik, base militare turca della NATO, e provenienti dalla Libia, in cui la guerra civile non aveva ancora lasciato gli arsenali vuoti­) possa essere distruttiva per qualsiasi stato?

Da questa panoramica risultano quindi chiari gli schieramenti. Una parte vede Stati Uniti, paesi della NATO (Regno Unito, Francia, Germania), monarchie sunnite del Golfo (Qatar, Arabia Saudita) e Turchia (sunnita) alleati contro il presidente siriano Bashar al-Assad (alauita) per i motivi elencati poc’anzi (materie prime, interessi economici, geostrategia) e quindi uniti a sostegno delle forze anti-governative sunnite (i “ribelli”, ovvero FSA, jihadisti e turcomanni). L’altra invece è dal 2015 un vero e proprio blocco eurasiatico che coinvolge l’Iran sciita, Hezbollah (organizzazione paramilitare sciita libanese), le forze governative, la Cina (in funzione antiamericana) e la Russia di Putin, interessata ad ostacolare la vendita del gas qatariota sul mercato europeo a difesa dei profitti nazionali (Gazprom) e a preservare le proprie basi militari in Siria.
Di posizione ambigua sono invece Israele, Iraq, Kuwait, Giordania, curdi iracheni (Peshmerga) e curdi siriani (YPG).

Dunque, credete ancora che si tratti di un mero progetto democratico contro il terrorismo? E, più importante, pensate tutt’ora che questa guerra in Siria sia un unicum mondiale dal 1945 ad oggi?

Parliamoci chiaro, più un conflitto si protrae nel tempo e più diventa difficile ricollegare le varie fazioni in campo a moventi e fronti unici, ma leggere gli eventi siriani attraverso un golpe orchestrato al di fuori dei confini di uno stato da sempre pluriconfessionale e plurinazionale al fine di intraprendere l’ennesima guerra energetica occidentale sicuramente ne facilita la comprensione.

2 pensieri riguardo “Siria: golpe e guerra energetica

  • 20 Gennaio 2017 in 0:54
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    Imbarazzante che siano la Cina e la Russia a dare lezioni di democrazia

    Risposta
  • 21 Gennaio 2017 in 17:34
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    Non ti saprei dire, Russia e Cina potrebbero essere protagoniste anch’esse di scenari simili, probabilmente son solo più abili nello sviare i radar

    Risposta

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