Spagna: fra vecchie tensioni e nuove fratture

Sono giorni di tensione in Spagna. Il governo socialista guidato da Pedro Sánchez (PSOE), al potere da circa otto mesi e mezzo, è probabilmente arrivato al capolinea dopo che la proposta per la legge di bilancio, presentata al Parlamento il 13 febbraio, è stata rifiutata da 191 membri su 350. Sánchez, che all’inizio del suo mandato sperava di arrivare fino al 2020 o ameno all’autunno di quest’anno, ha scelto di convocare elezioni anticipate per il 28 aprile. Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di comprendere le origini della crisi.

Una coalizione instabile

Il governo di Sánchez si è insediato il 1° giugno 2018, a seguito della prima mozione di sfiducia costruttiva della storia spagnola portata a termine. Il precedente governo, guidato da Mariano Rajoy, era finito sotto accusa per una serie di scandali legati alla corruzione del Partido Popular (PP). Il partito di Sánchez (Partido Socialista Obrero Español, PSOE) aveva avanzato la mozione di sfiducia, sostenuta da Podemos di Pablo Iglesias e da alcuni partiti indipendentisti: il Partito Nazionalista Basco (PNV), il Partito Democratico Europeo Catalano (PDeCAT) e la Sinistra Repubblicana della Catalogna (ERC). Il PSOE, disponendo di 84 deputati su 350, è quindi salito al potere con un governo di minoranza, in realtà non una novità nella storia politica spagnola. La Spagna, infatti, a partire dal ritorno alla democrazia a metà degli anni ’70, ha sperimentato una fase politica fra le più stabili in Europa, consolidatasi poi nell’alternanza alla guida del Paese dei due partiti principali, ovvero PSOE  e PP. Ciò che ha caratterizzato il cambio di governo dello scorso giugno è stato il formarsi di quella che alcuni analisti hanno definito come “coalizione Frankenstein“: ciò che PSOE, Podemos e i partiti indipendentisti avevano in comune era ben poco, se non la volontà di far crollare il governo di Rajoy. Per questo, le difficoltà che Sánchez si trova ad affrontare ora non erano del tutto inaspettate.

La mai sopita questione catalana

L’escalation è iniziata qualche giorno fa, quando il governo ha deciso di riaprire le trattative con la Catalogna per tentare di trovare una soluzione alla questione dell’autonomia. Il dialogo fra le due parti si era interrotto alla fine del 2017, quando in risposta alla mancata disponibilità del governo di Rajoy ad ascoltare le loro richieste, i separatisti catalani avevano indetto un referendum e proclamato unilateralmente l’indipendenza dal governo centrale. Il dialogo si è arenato sulla questione di base: mentre il governo socialista è disposto a concedere al massimo un ampliamento dell’autonomia territoriale, l’obiettivo dei separatisti era l’autorizzazione di un referendum sull’indipendenza della regione.

Allo stesso tempo, la ripresa dei negoziati sulla Catalogna ha irritato le opposizioni e alcune fasce di cittadini. Domenica 10 febbraio decine di migliaia di persone si sono radunate in Plaza de Colón, nel cuore di Madrid, per protestare contro il governo e chiedere elezioni anticipate. La manifestazione è stata convocata dai tre principali partiti dell’opposizione di destra: oltre al tradizionale PP (ora guidato da Pablo Casado), anche Ciudadanos di Albert Rivera, una formazione di origine catalana ma anti-nazionalista, su posizioni di centrodestra, e Vox di Santiago Abascal, partito di estrema destra, entrato per la prima volta in un parlamento regionale dopo le elezioni in Andalusia dello scorso dicembre.

Le proteste si sono svolte pochi giorni prima dell’inizio del processo a 12 leader indipendentisti catalani, che devono affrontare accuse di sedizione e uso improprio di fondi pubblici. L’ex leader del movimento indipendentista, Carl Puidgemont, rifugiatosi in Belgio dopo la proclamazione di indipendenza della Catalogna, non è fra gli imputati. Parlando da Berlino, Puidgemont ha invocato l’assoluzione dei 12 politici come l’unico esito accettabile del processo, che rappresenta dal suo punto di vista uno stress-test per la democrazia spagnola.

Rovesciamento di alleanze

Il riaccendersi della questione catalana è stato fatale per il governo di Sánchez. Tra i partiti che hanno votato contro la legge di bilancio proposta mercoledì, oltre ovviamente all’opposizione, ci sono infatti anche i catalani PDeCAT e ERC, gli stessi che avevano portato il PSOE al governo otto mesi fa. La decisione degli indipendentisti non è stata tanto influenzata dal contenuto della legge in sé, quanto dal fallimento delle trattative dei giorni scorsi. Paradossalmente, questi due partiti si sono schierati dalla stessa parte dei partiti di destra, generalmente ostili nei confronti dell’aumento delle autonomie territoriali, e soprattutto dalla parte del PP, che nell’ultimo periodo del suo governo si era rifiutato categoricamente di proseguire il dialogo con la Catalogna, a meno che non avesse accettato di ridimensionare le sue ambizioni di indipendenza.

Anche se non si tratta di una vera e propria mozione di sfiducia, per le conseguenze che comporta, la bocciatura della legge di bilancio ne assume lo stesso peso. Per questo Sánchez ha scelto di convocare elezioni anticipate, così da poter dare la parola agli spagnoli dopo il rifiuto di quelle che, secondo il suo governo, sarebbero state le misure “più sociali dell’ultimo decennio”, necessarie per il Paese. La data scelta è quella del 28 aprile, un mese prima delle elezioni europee (che in Spagna quest’anno coincidono con quelle regionali e comunali) previste per il 26 maggio. In questo momento, Sánchez spera di far leva sulla Spagna più progressista, mettendo in guardia i cittadini riguardo le proposte politiche retrograde della destra unita, che sembra voler fare marcia indietro sui diritti civili. Il problema per i socialisti però è proprio questo: che la destra è unita, e non è improbabile che, nonostante le differenze interne, riesca a restare unita almeno nel breve periodo, fino a quando non sarà caduto il governo del PSOE. Considerando che Podemos non è mai stato sulla stessa linea politica del PSOE e che i partiti regionalisti costruiscono le loro alleanze a seconda di cosa è più conveniente per i loro obiettivi, le prossime elezioni saranno una sfida che i socialisti non possono permettersi di sottovalutare.

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