SPECIALE VENEZUELA: Di golpe e di altri demoni. Nuovi tentativi di destabilizzazione in Venezuela

Nelle ultime settimane il Venezuela è tornato prepotentemente al centro della cronaca internazionale a causa delle violente proteste contro il governo di Nicolás Maduro, sprofondato in una crisi irreversibile. I media occidentali, allineati in un atteggiamento di ostinato antagonismo nei confronti del governo venezuelano, continuano ad elargire una narrazione contaminata della realtà. In questo contesto è sempre più difficile potersi costruire un’opinione avulsa dalle alterazioni dell’informazione, che se da un lato persevera nell’invettiva contro Maduro, dall’altro persiste con una retorica apologetica e spesso acritica del governo venezuelano. Ciò che sicuramente appare più chiaro è che la crisi del Venezuela si inserisce perfettamente all’interno della fase di indebolimento del campo progressista in America Latina, con una conseguente ripresa delle ricette neoliberiste. La fine dell’esperienza Kirchner in Argentina e del Partido dos Trabalhadores di Lula e Dilma Rousseff in Brasile, sono forse i due esempi più eclatanti a conferma di questa tendenza. La mobilitazione di massa animata dagli oppositori del regime di Maduro in Venezuela manifesta non solo la crisi di consenso che ha colpito il chavismo, ma rivela le aspirazioni degli Stati Uniti nel voler riprendere il controllo politico diretto del Venezuela attraverso il proprio personale fiduciario, sostenendo politicamente ed economicamente le suddette opposizioni. Ma prima di qualsiasi altra considerazione, è necessario cercare di ricostruire brevemente alcune tappe fondamentali del percorso storico che hanno portato la Repubblica Bolivariana del Venezuela ad affrontare, oggi, la sua fase più convulsa.

 

Dopo la fine della dittatura di Marcos Pérez Jiménez nel 1958, per più di quarant’anni la storia del Venezuela è stata legata al “Patto di Punto Fijo”, stipulato nello stesso anno dai maggiori partiti politici del Venezuela: Acciòn Democratica e COPEI. Questo patto concordava un piano politico comune che vedeva alternarsi le due formazioni alla guida del Paese a seconda dell’esito elettorale, escludendo aprioristicamente tutte quelle forze di sinistra che erano state decisive nella lotta alla dittatura. L’elezione di Rómulo Betancourt, che fu presidente dal 1958 al 1964, decretò l’inizio di un’epoca politica in cui la classe dirigente era emanazione diretta di un’oligarchia che garantì per quattro decenni il petrolio ad un ottimo prezzo per gli Stati Uniti. Ma il diffuso malcontento popolare provocò manifestazioni febbrili quando nel 1989 il presidente socialdemocratico Carlos Andrés Perez, costretto ad affrontare il precipitare di un’acuta crisi economica, annunciò un rigido programma di austerità di stampo liberista, secondo le direttive del Fondo Monetario Internazionale. La rivolta popolare fu duramente stroncata e repressa nel sangue. Questo evento drammatico, passato alla storia col nome di Caracazo, provocò circa 3500 vittime tra la popolazione civile nel giro di pochissimi giorni. Tra i militari che si rifiutarono di sparare contro i manifestanti durante il Caracazo c’era anche Hugo Chávez che qualche anno più tardi, nel 1992, tentò un colpo di stato contro Carlos Andrés Pérez senza esito positivo. Sei anni più tardi lo stesso Chávez venne però eletto presidente e con la propria ascesa al potere ebbe definitivamente termine l’era del bipartitismo, dando inizio ad una nuova era politica in Venezuela: una nuova Costituzione, un nuovo nome (República Bolivariana de Venezuela), e nuove relazioni tra le classi sociali ed economiche del Paese. La sua particolare filosofia politica, denominata chavismo, fondeva socialismo, marxismo, terzomondismo e nazionalismo di sinistra, che insieme al bolivarismo e al cosiddetto “socialismo del XXI secolo” hanno costituito l’asse portante dell’ideologia di Chávez e del suo partito. Quando Chávez ereditò il governo da Carlos Andrés Pérez, in Venezuela circa cinque milioni di persone vivevano nelle villas miserias, cinque milioni di “inesistenti” in una nazione di ventiquattro milioni di abitanti seduta su uno dei giacimenti petroliferi più importanti del mondo. Era quello che molti chiamavano il “Venezuela Saudito”, dove i proventi del petrolio restavano nelle tasche di un pugno di multinazionali. Chávez ebbe la capacità di ribaltare questo assetto, investendo la ricchezza derivante dal petrolio a beneficio delle classi popolari. Con il “Sistema Nacional de Misiones”, il governo bolivariano ha dato vita a veri e propri programmi sociali che sono riusciti a contrastare notevolmente l’analfabetismo, la malnutrizione e la povertà. Ciò nonostante, la nuova Repubblica Bolivariana dovette fare subito i conti con un’opposizione conservatrice e reazionaria che nel 2002 fallì nel tentativo di attuare un golpe che finì per rafforzare l’immagine di Chávez presso le classi popolari. Il coinvolgimento degli Stati Uniti nel golpe divenne presto evidente, documentato dallo stesso “New York Time” che riferì di svariati incontri, nei mesi precedenti, tra funzionari d’alto livello dell’amministrazione Bush ed i leader dell’opposizione venezuelana.

 

Oggi, a quattro anni dalla morte di Chávez, il governo della Repubblica Bolivariana guidata da Nicolás Maduro risulta indebolito, mentre le opposizioni continuano a dargli battaglia. Il personale politico della MUD (Mesa de la Unidad Democrática), a capo della mobilitazione contro Maduro, è in larga parte lo stesso che aveva puntato al rovesciamento golpista di Chávez nel 2002 e che ora cerca di sfruttare l’onda lunga della svolta a destra in Argentina e in Brasile ai fini della propria rivincita. Il programma della MUD punta a smantellare l’intero sistema delle misiones chaviste per imporre una drastica svolta liberista: privatizzazione generale, liberalizzazione dei prezzi, vendita delle case popolari, licenziamenti di massa nella pubblica amministrazione, cancellazione dei sussidi. Tutta la retorica propagandistica delle destre sulle libere elezioni, sulla lotta alla corruzione, per una libera costituente, avvolge questo preciso contenuto sociale. Quello che oggi accade in Venezuela non è altro che l’ennesimo tentativo di destabilizzazione, con la sola differenza che oggi il governo bolivariano non gode più dello stesso vigore di qualche anno fa. Negli ultimi due ultimi anni il PIL è calato del 18%, l’inflazione è salita al 600%, mentre la penuria di luce elettrica, acqua corrente, medicinali e di altri beni alimentari segna in maniera drammatica la vita quotidiana delle masse popolari. Questo anche perché nonostante siano stati avviati numerosi cambiamenti nell’economia della Repubblica Bolivariana, il Paese dipende ancora molto dalle importazioni per soddisfare le sue principali necessità. Perciò la stessa oligarchia che storicamente ha creato questa situazione e che vorrebbe mettere fine al processo bolivariano, sta tentando ora di diminuire la reperibilità di alcuni prodotti di prima necessità per creare malcontento popolare, mentre dall’altra manipola l’informazione cercando di far credere al mondo che dei semplici manifestanti pacifici vengano repressi duramente ogni giorno dal governo di Maduro. Molti media, infatti, preferiscono tacere sulle guarimbas, ovvero sul metodo di guerriglia da strada utilizzato dagli oppositori del regime che negli ultimi anni ha mietuto decine di vittime innocenti e ferito centinaia di persone. E non è un caso se l’atteggiamento unidirezionale dei grandi media occidentali assomiglia clamorosamente a quello utilizzato per la vicenda ucraina, con una narrazione rovesciata della realtà. Quello a cui stiamo assistendo in Venezuela sembra assumere le sembianze di un vero e proprio “golpe suave”, un “golpe morbido” che sta facendosi sempre più duro e deciso nel voler mettere fine al processo rivoluzionario bolivariano, con gli Stati Uniti intenzionati di nuovo a riconquistare parte di quello che fu una porzione importante del loro “cortile di casa”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *