SPECIALE VENEZUELA: Un populismo senza popolo

E’ il 31 maggio e in Venezuela da qualche tempo ormai tira sempre la stessa aria. Parliamo di un paese che sta “danzando” sull’orlo della crisi, sull’orlo del default. Ho letto molti articoli in proposito, e qualche mese fa ne ho scritto uno anche io in cui ho analizzato la crisi del regime venezuelano. Oggi vi propongo un’altra chiave di lettura, non quella delle reti mediatiche ma quella di chi ha fatto dello studio dell’America Latina il suo lavoro, quella del professor Loris Zanatta.

In un suo intervento quasi inedito, rilasciatomi qualche giorno fa quando gli ho chiesto quale fosse il suo punto di vista sul Venezuela, il professore scrive: “ L’agonia del Venezuela chavista non è la solita crisi di cui ci giunge ogni tanto notizia dall’America Latina. Per un’ovvia ragione: il chavismo si erse a modello di ordine sociale giusto; a guida, diceva, della reazione contro la nefasta globalizzazione neoliberale, la vetusta democrazia rappresentativa, la putrida società comunista, l’occidente egoista e predatore.”  Ed è proprio da qui che voglio partire. Il Chavismo, come tutti i populismi che si rispettino, si è affermato in Venezuela nel 1999 con la vittoria alle elezioni presidenziali di Hugo Chávez. Incorporando all’interno della sua definizione il socialismo del XXI secolo di stampo castrista e guevarista, l’anti-imperialismo ed il nazionalismo di sinistra, il chavismo appellandosi ad una nostalgia unanimista si è erto a protettore di un ordine sociale frammentato includendo e creando la sua fonte di legittimità: el pueblo.

E sì, il chavismo ebbe grande successo e grande consenso popolare. Perché, allora, il Venezuela si trova nel baratro? Il Venezuela di Maduro ha perso la sua fonte di legittimità. Il regime venezuelano è un populismo senza il popolo. Lo scorso dicembre il MUD (Mesa de Unidad Democratica), maggiore forza di opposizione, ha vinto le elezioni. Da quel momento, Maduro, ha cercato di rendere il Venezuela una vera e propria dittatura governando in nome del popolo. Come riporta il professor Zanatta nel suo intervento: “non il popolo sovrano che lo aveva bocciato alle urne, ma il suo popolo, il popolo chavista, invocando il quale non si ritiene a capo di un governo qualsiasi, ma di una revolución che, dovendo redimere il paese dal peccato sociale non contempla la possibilità di lasciare il potere.” Da quel momento, insomma, sul piano politico Nicolás Maduro non ha più governato attraverso i canali della democrazia rappresentativa di cui si era servito. I populismi latinoamericani sono, infatti, dei populismi “ibridi” costretti a svilupparsi e convivere all’interno delle istituzioni della democrazia liberale e rappresentativa.

Ma la crisi del regime venezuelano si avverte soprattutto sul piano economico e sociale. Leggendo qualche giorno fa un’intervista ad un esponente del ceto medio venezuelano, da cui è partita l’insofferenza verso il regime, sono rimasta colpita dalla descrizione che ha fatto del Venezuela. Una descrizione che da quest’altra parte dell’Atlantico è ancora troppo poco chiara. Il signor Angelo, ha descritto il paese in quattro parole: razionamento, miseria, dittatura e socialismo. Una sorta di Cuba del “periodo speciale”. Il panorama sociale venezuelano è devastato dalla contingenza alimentare, dalla scarsezza di beni e da un’inflazione arrivata alla stelle. Come afferma Zanatta: “lo statalismo esasperato ha messo in fuga i capitali e scoraggiato gli investimenti; il disprezzo per la proprietà privata ha spaventato i risparmiatori e colpito i produttori; il protezionismo non ha favorito la differenziazione produttiva, bensì il tracollo della produttività e dell’innovazione; l’odio per il mercato ha partorito laute sovvenzioni che, oltre a distorcere i prezzi dei beni di consumo, hanno gonfiato il debito pubblico.” E a pagarne le conseguenze sono soprattutto i più poveri. El pueblo tanto evocato e mistificato.

La situazione è critica anche dal punto di vista del rispetto delle libertà individuali e dei diritti umani. Si vive solo con la Clap, le buste di alimenti che una volta al mese l’esercito distribuisce nei quartieri. E la Clap, ovviamente, si ottiene con la tessera di fedeltà al regime chavista e alla patria. Mancano beni di prima necessità, e la spesa si può fare soltanto una volta alla settimana. E da qui il clima di protesta tendente alla guerriglia urbana. La repressione attuata dal regime è feroce e di una violenza inaudita. Da quasi un mese le piazze di Caracas e di tutto il paese sono diventate teatro di scontro tra i cittadini, le forze di polizia e la Guardia Nazionale. Ma la repressione più dura viene attuata dai “Collettivos”, i gruppi paramilitari, che sparano senza guardare in faccia nessuno.

Ma c’è un’ultima questione che vorrei toccare: il ruolo degli Stati Uniti. Alcuni ritengono che tutte le proteste siano fomentate dagli Stati Uniti per spazzare via un governo non allineato con i loro interessi economici. Può darsi, ma la cosa non regge. Sicuramente gli Stati Uniti avranno un interesse nel riprendersi una parte di quello che da loro è considerato il cortile di casa, ma la storia della cospirazione statunitense serve soltanto a non voler ammettere che il Venezuela, in realtà, si sta trasformando in una vera e propria dittatura.

Concludendo, la crisi del regime chavista Venezuelano è ascrivibile a tanti fattori, primo tra tutti la perdita di legittimità e di consenso popolare. Mi verrebbe quasi da dire che chi è causa del suo male pianga se stesso.

 

 

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