Sri Lanka: tornano i fantasmi del passato

Mentre tutta l’Italia si stava recando alle urne elettorali scommettendo sulle percentuali dei voti che i vari partiti avrebbero ottenuto, lo scorso 4 marzo lo Sri Lanka è scivolato nuovamente nel caos a soli nove anni dalla fine della guerra civile. Violenti scontri tra la popolazione singalese buddhista e la minoranza musulmana hanno avuto luogo nella provincia centrale di Kandy, costringendo il presidente Maithripala Sirisena a proclamare due giorni dopo lo stato d’emergenza, il primo da quando il lungo conflitto civile è terminato. Sebbene revocato il 18 marzo, il ricorso allo stato d’emergenza mostra quanto fragile sia la situazione attuale e come le ferite di un passato recente siano ancora molto lontane dall’essere rimarginate.

Lo chiamano la lacrima dell’India, per via della sua singolare forma e vicinanza alla costa indiana. A mio avviso, invece, lo Sri Lanka dovrebbe essere paragonato ad una lacrima per la sua storia. Questo paese, infatti, non ha mai veramente goduto di pace e tranquillità durature e di lacrime ne ha versate tante. Piegati dalla dominazione coloniale britannica fino al 1948 e straziati da ventisei lunghi anni di guerra civile, gli srilankesi portano sulle loro spalle il peso di una storia violenta e insanguinata come poche altre.
La guerra civile è scoppiata nel 1983 ed ha visto contrapporsi il governo centrale con il gruppo militante delle Tigri Tamil. A combattere, dunque, sono state due etnie: i singalesi, gruppo autoctono di religione buddhista theravada che costituisce il 70 per cento della popolazione totale, e la minoranza tamil, etnia dravida originaria dell’India meridionale stanziata nella parte settentrionale del paese che costituisce solamente il 14 per cento della popolazione. Questo gruppo è a grande maggioranza induista, anche se non mancano minoranze musulmane e cristiane.

Problemi di convivenza tra le due etnie sono emersi con forza soprattutto a seguito dell’ottenimento da parte dello Sri Lanka dell’indipendenza, quando venne meno la forza catalizzatrice britannica in grado di tenerle unite seppur con la coercizione e dominazione. Politiche di intolleranza ed emarginazione nei confronti della minoranza tamil da parte del governo centrale guidato dai singalesi hanno favorito, nel maggio 1976, la formazione del gruppo paramilitare comunista delle Liberation Tigers of Tamil Eelam (LTTE). Queste diedero inizio alle ostilità contro il governo centrale con l’obiettivo di creare uno stato socialista indipendente, il Tamil Eelam appunto, che si estendesse sulle regioni settentrionali ed orientali del paese.

Il conflitto civile che ne seguì fu molto lungo ed estremamente violento. Questo terminò solamente il 17 maggio 2009 quando le Tigri, ormai completamente accerchiate dall’esercito governativo, si arresero. Il giorno dopo il leader e fondatore del gruppo, Velupillai Prabhakaran, venne ucciso in un’imboscata e ciò pose definitivamente fine alle ostilità. Si stima che il numero totale delle vittime, tra regolari e civili, sia stato di oltre 100.000.

Gravi atrocità e violenze estreme sono state praticate tanto dalle Tigri Tamil che dall’esercito regolare. Quest’ultimo infatti, soprattutto dopo la salita al potere nel 2005 del presidente singalese nazionalista Mahinda Rajapaksa, ha più volte colpito e giustiziato civili tamil anche se non appartenenti all’organizzazione secessionista, gettando poi i loro corpi in grandi fosse comuni. Nell’ultimo anno di guerra l’esercito regolare ha addirittura ripetutamente bombardato una parte consistente della popolazione civile tamil nonostante questa, sfollata dalle zone di guerra, avesse trovato riparo nella No Fire Zone, uccidendo almeno 20.000 civili. Come se ciò non bastasse, una volta terminate le ostilità, circa 300.000 sopravvissuti tamil sono stati deportati in campi di prigionia con condizioni talmente penose da suscitare l’indignazione dell’intera comunità internazionale.
Da parte loro, invece, le Tigri si sono rese protagoniste di ripetuti attacchi terroristici suicidi ai danni della popolazione singalese, ma il principale aberrante crimine di cui questo gruppo paramilitare si è macchiato è stato il loro costante ricorso ai bambini soldato. Secondo i dati Unicef, sarebbero stati circa 6.000 i minori costretti a combattere e a morire. Le Tigri Tamil, inoltre, sono l’unico gruppo paramilitare al mondo ad aver ucciso ben due leader mondiali, il Primo Ministro indiano Rajiv Gandhi nel 1991 ed il presidente srilankese di etnia singalese Ranasinghe Premadasa nel 1993. L’LTTE è inoltre ancora oggi riconosciuta in molti paesi come un’organizzazione terroristica.

Dopo la fine della guerra si è cercato di lanciare un programma per favorire la riconciliazione tra le due etnie ma questo processo si è dimostrato viziato fin da subito. La vittoria elettorale nel 2015 dell’attuale presidente Maithripala Sirisena, che ha ottenuto anche i voti dei tamil, sul nazionalista e vincitore della guerra Rajapaksa ha fatto ben sperare in questo verso. Tra le proposte del nuovo leader spiccano infatti l’istituzione di un tribunale misto che includa anche arbitri stranieri per giudicare i crimini di guerra, la restituzione delle terre confiscate alle famiglie tamil e la concessione a questi di una maggiore autonomia senza però raggiungere un pieno federalismo.
A questo ampio e importante pacchetto di riforme continuano però ad opporsi con veemenza i nazionalisti singalesi. Inoltre lo stesso Sirisena, per formare il governo, ha dovuto allearsi con una forza politica molto vicina a Rajapaksa i cui membri ostacolano l’attuazione di tali politiche riconciliatorie. Il risultato è che i tamil continuano ad essere considerati e trattati come cittadini di serie b con condizioni socioeconomiche estremamente precarie.

Come anticipato sopra, violenti scontri tra buddhisti di etnia singalese e minoranza musulmana sono scoppiati lo scorso 4 marzo. I disordini sarebbero nati dall’aggressione ai danni di un camionista buddhista da parte di un gruppo di musulmani a seguito di un sinistro stradale. L’uomo, trasportato immediatamente in ospedale, è morto poco dopo e ciò ha innescato la dura reazione da parte dei nazionalisti singalesi. Moschee, negozi ed abitazioni di musulmani sono state attaccate e date alle fiamme. Un ragazzo musulmano è morto durante gli scontri mentre molti altri hanno riportato gravi ferite. Questi disordini sono proseguiti per giorni.
La risposta del governo centrale srilankese non si è fatta attendere. Con la dichiarazione dello stato d’emergenza, forze di polizia ed esercito sono state immediatamente inviate nelle regioni a rischio dove, tra l’altro, è stato imposto anche un coprifuoco. È stato inoltre interdetto l’accesso ai social networks per evitare che la propaganda e l’odio nazionalista contro la minoranza musulmana divampasse nel resto dell’isola.

Cosa c’entrano, dunque, i lasciti della guerra civile con i disordini di Kandy? In realtà i collegamenti sono molti. Una parte consistente della popolazione singalese continua ad essere arroccata su posizioni estremamente nazionaliste, rafforzate ulteriormente dalla vittoria nella guerra civile. I singalesi, inoltre, seguono una corrente estremamente conservatrice del buddhismo, quella theravada. Molto spesso sono dunque gruppi di monaci intransigenti ad istigare la violenza ai danni della minoranza musulmana, come nel caso degli ultimi scontri. Tale dottrina theravada, tra l’altro, è diffusa anche nel Myanmar e forse non è un caso se anche lì sono molti i problemi di convivenza con la minoranza musulmana dei rohingya, sempre più oggetto di continue violenze da parte dell’esercito governativo che hanno costretto migliaia di loro all’esodo.
Se a tutto questo aggiungiamo poi il fatto che, nella maggior parte dei casi, i musulmani srilankesi appartengono all’etnia tamil, ecco dunque che il cerchio si chiude.

Per molti giorni si è temuto in Sri Lanka lo scoppio di una nuova guerra civile, fortunatamente poi sventata. Dopo aver ripristinato completamente la normalità, il governo centrale ha posto fine allo stato d’emergenza. Rimane però la preoccupazione. Quanto appena successo mostra chiaramente come gli stessi odi etnici, razziali e religiosi che nel 1983 hanno portato allo scoppio della guerra civile non si siano mai sopiti. Le modalità con cui sono state condotte le ostilità e la violenza perpetrata nei confronti dei civili rendono difficile il consolidamento di un processo di pace tra le due etnie e di stabilizzazione per il paese. Dietro il paesaggio naturale srilankese mozzafiato, si nasconde dunque una società attraversata da profonde linee di frattura e ferite ancora aperte. Sono quindi necessari molti più sforzi di quelli fatti finora per arrivare ad una rassicurante riconciliazione tra singalesi e tamil, oltre che severi provvedimenti atti a placare l’onda nazionalista nel paese. La miccia srilankese è accesa ormai da molto tempo e solamente una politica condivisa potrà evitare che la bomba esploda.

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