Come sta e cosa fa la Cina?

Appunti disordinati per uno sguardo esterno alla grande Repubblica Popolare Cinese, teatro della diplomazia del futuro e del nuovo ordine economico mondiale.

È difficile immaginare la “tigre asiatica” senza collocarla all’interno del contesto delle grandi potenze e dei loro coinvolgimenti diretti nelle relazioni internazionali. Mentre l’Occidente, Stati Uniti e Europa, fronteggiano la minaccia del terrorismo che continua a colpire cittadini inermi, avvicinandosi al Sol Levante si respira l’incubo della guerra nucleare. Proprio nei giorni in cui il Nobel per la pace è stato assegnato all’Ican, la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari, che raccoglie oltre 440 gruppi di cento paesi diversi, la Corea del Nord evita a regola d’arte le sanzioni delle Nazioni Unite e prosegue nel suo percorso di sviluppo atomico. I missili della Guerra Fredda tornano a fare paura.
Allora che succede se scoppia la guerra? Gli scenari sono molteplici, ed è necessario considerare l’importanza del grande vicino delle due Coree, la Cina di Xi Jinping.

La spesa militare cinese è cresciuta di quasi dieci volte in un quarto di secolo, passando da 22,05 miliardi di dollari nel 1990 a 214,49 nel 2015, diventando poco più di un terzo di quella americana. La quota di spese militari cinesi in ricerca e sviluppo è paragonabile alla quota americana e superiore a quelle dei maggiori produttori europei. Oggi è il terzo esportatore di armi nel mondo.

Le dispute che dividono la Cina dall’altro gigante al di là del Pacifico, gli Stati Uniti, riguardano il Mar Cinese Meridionale, quello Orientale e Taiwan: a tale proposito, Hillary Clinton nel 2010 difese la Convenzione di Montego Bay del 1982 in cui ogni stato ha il diritto di fissare il proprio confine marittimo fino a un massimo di 12 miglia, limite ben inferiore alle oltre 200 che il governo cinese impone. Sempre la Clinton ribadiva l’importanza della libertà di navigazione e dell’aperto accesso alle risorse marittime dell’Asia. In una brevissima formula, l’allora ministro degli esteri cinese Yang rispose: “China is a big country and other countries are small countries, and that’s just a fact”. L’ossessione cinese per le isole dei due mari riflette gli obiettivi di crescita economica programmati dal Partito Comunista Cinese, i quali passano per esportazioni e accesso a fonti estere di energia senza violare il diritto internazionale, poiché la Convenzione non venne ratificata dalla Cina.

Malgrado le dispute con l’Occidente, la “tigre asiatica” si rivela un equilibratore nella crisi coreana. In un’ipotesi di conflitto, ossia che Kim Jong Un colpisca il Giappone, la Corea del Sud o l’isola di Guam, oppure un aereo americano sui cieli internazionali, Xi Jinping probabilmente manterrà un atteggiamento neutrale, dato che il suo governo è l’unico a non aver considerato “l’opzione militare sul tavolo”. Nel caso in cui fosse Trump a invadere il territorio nordcoreano, con costi umani altissimi, la Cina non starà di certo a guardare, fortemente contraria all’istituzione di un protettorato americano ai suoi confini. Quest’ultima è il principale partner commerciale della Corea del Nord, dunque intende procedere per la via diplomatica nella risoluzione della crisi senza compromettere i rapporti con Washington ed evitare ripercussioni — come il congelamento degli asset o il blocco dei conti bancari — causate dai rapporti privilegiati con il “Regno eremita”. Gli incontri del segretario di stato Rex Tillerson servono a preparare la visita di Trump di novembre a Pechino.

Il New Yorker propende per l’ipotesi di un cyber-attacco informatico da parte di Washington, ma anche immaginando uno scenario di guerra lampo convenzionale di sei o otto settimane in caso di attacco nordcoreano, rivangando i precedenti Kuwait, Iraq, Afghanistan (non proprio esempi ottimisti). Secondo Mark Fitzpatrick, dell’ International Institute for Strategic Studies, la Corea del Nord, invece, «non crollerà velocemente come il regime di Saddam o dei talebani, ma le conseguenze sarebbero simili e probabilmente di maggiore intensità: i coreani del nord hanno subito un fortissimo brainwashing che li ha portati a credere nella natura divina dei Kim».

Come già accennato, se il regime di Kim dovesse crollare, la Cina non accetterebbe mai una riunificazione delle due Coree alleate degli americani; ma potrebbe istituire una zona di influenza politica senza cedere la Nord Corea a Trump, mantenendo così inalterati gli interessi ai propri confini.

Nel frattempo, la leadership partitica cinese si prepara al suo XIX congresso nazionale (a scadenza quinquennale), preceduto dalla rimozione dei vertici militari, Fhang Fenghui e Zhang Yang, dalla potente Commissione Militare Centrale (CMC), l’organismo supremo che controlla l’Esercito Popolare di Liberazione (EPL). Xi Jinping, adottando questa strategia di rottamazione, assume il potere formale della presidenza della CMC e il controllo istituzionale delle forze militari, riunendo così in una sola figura tre cariche: quella di segretario del partito, di presidente della Repubblica popolare, e di capo dell’esercito. Il rimpasto non ha colpito solo i ranghi militari, ma soprattutto dal 2013 a oggi ha sanzionato 1,34 milioni di quadri per corruzione. A finire sotto inchiesta è stato lo stesso capo del comitato anticorruzione del ministero delle Finanze.

Il congresso comincerà il 18 ottobre, molto probabilmente il presidente oggi in carica sarà riconfermato al suo secondo mandato (2017-2022), ma la vera questione è chi lo affiancherà nel Politburo del Partito Comunista Cinese. Wang Qishan, l’uomo chiave della campagna anticorruzione del presidente Jinping, pur avendo raggiunto il limite di età, potrebbe ottenere invece una promozione. Sarà lui il numero due del Politburo cinese che sostituirà Li Keqiang al ruolo di premier. Inoltre, di non minore importanza, il Congresso del PCC potrebbe segnare una svolta ideologica per l’intera Cina acclamando Xi Jinping nell’Olimpo dei leader come Mao Zedong e Deng Xiaoping. Infatti, la teoria politica del presidente cinese (detta “teoria dei 4 comprensivi”) potrebbe essere inserita nella Carta Costituzionale del Partito.

A colpire in primis il governo di Pechino è il businessman Guo Wengui, ricercato dalla Cina con l’accusa di 19 crimini. Dal suo esilio newyorchese cerca di far deragliare il congresso del PCC, e la reazione cinese lo pone al centro di una campagna denigratoria denunciandolo per frode, riciclaggio e rapimento. Secondo Guo, la cricca di Pechino avrebbe in agenda diverse alternative per “per indebolire gli Stati Uniti, causare turbolenze negli Stati Uniti e per … decimare gli Stati Uniti”; negli ultimi mesi la Cina avrebbe sguinzagliato sull’altra sponda del Pacifico una nuova ondata di spie con l’obiettivo di mettere a segno un piano “100 volte, 1000 volte più distruttivo” dell’attentato alle Torri Gemelle.

Allora, come sta e cosa fa la Cina? Il monumentale progetto “one belt one road” è pronto a decollare, la liberalizzazione del mercato sta dando i suoi frutti imprenditoriali (pensiamo all’acquisto dei club calcistici in Italia o agli investimenti della NBA, la lega professionistica del basket americano, al momento la competizione sportiva più seguita nella Repubblica Popolare). Non potremmo immaginare un futuro senza il protagonismo cinese nell’equilibrio tra le potenze.

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