Storie di Mafia: alle radici del Maxiprocesso

Nato a Palermo nel 1939 nel rinomato quartiere Kalsa, dove nacquero anche Paolo Borsellino e Tommaso Buscetta, Giovanni Falcone nel 1979 a soli quarant’anni diviene giudice istruttore. Tra le sue prime grandi inchieste, al fianco del magistrato Rocco Chinnici, quella su Rosario Spatola. Esponente di una cosca italo-americana influente, imparentato infatti con la famiglia Inzerillo-Gambino, Spatola era un’imprenditore molto rispettato di cui si sospettavano però le connivenze mafiose. In realtà, ingranaggio fondamentale per il riciclaggio di denaro oltreoceano, legato all’eroina, l’imprenditore era peraltro già comparso nelle inchieste sugli omicidi del capo dei Carabinieri Emanuele Basile e di Boris Giuliano.
È in questo momento, con la prima grande inchiesta, che Giovanni Falcone inaugura la sua strategia, rivelatasi poi vincente, sancendo il primo passo per la costruzione del famoso ‘pool antimafia’. Un unico diktat: “seguire il denaro” e alla volta di questo, con il supporto del poliziotto Ninni Cassarà, nel 1980 sbarca infatti in America, seguendo la filiera dei soldi, alla ricerca di quegli stabilimenti di produzione dell’eroina che sembrano quasi non esistere. Con la strategia del seguire i flussi di capitale, iniziano le perquisizioni bancarie e la situazione comincia a cambiare radicalmente. I conti, le situazioni patrimoniali, di cui il giudice riesce a entrare in possesso, rappresentano le prime prove materiali che lasciano spazio a intuizioni importantissime. In primis, le raffinerie di eroina non sono in America ma hanno sede stabile a Palermo, le connessioni della mafia italo-americana sono più profonde del previsto e, ancora, i clan lavorano separatamente tra loro, legati e riuniti però in un’unica struttura verticistica. Falcone scopre La Cupola.
Con la trasferta americana, inoltre, il giudice stringe buoni rapporti con il procuratore Federale, Rudolph Giuliani e la loro collaborazione porterà a sventare il famoso business di ‘pizza connection’.

Tra l’82 e l’85

Siamo nel pieno degli anni 80, e Falcone è già sotto scorta quando nell’82 arriva la L. 646/82, la legge Rognoni-La Torre – che introduce il reato di associazione di tipo mafioso e la conseguente previsione di misure patrimoniali per l’acquisizione di capitali illeciti. È già cominciata la lotta alla mafia ma la Sicilia ancora non sa di che pasta sia realmente fatto il suo nemico interno. Nell’83 l’imprenditore Spatola viene condannato assieme a molti altri esponenti del clan Gambino-Inzerillo, ma solo nel 1999 verrà arrestato a New York. Intanto, due anni prima, è iniziata la Seconda Guerra di Mafia che vede Totò Riina impegnato alla conquista della corona di Cosa Nostra. L’81 è la stagione conosciuta come ‘la mattanza’, la mafia inonda di sangue le strade di Palermo e dintorni e Riina vuole a tutti costi liberarsi degli alleati dei super boss, Bontate, Inzerillo e Badalamenti. Tra questi chiede la testa di Tommaso Buscetta. Tra morti e scomparse Buscetta perde, infatti, oltre dieci familiari, e gli archivi de La Repubblica, in un articolo datato 1984, riportano che:

A settembre scomparvero da Palermo i due figli del super boss, Antonio e Benedetto, inghiottiti dalla lupara bianca. Alla fine di dicembre vennero uccisi il fratello, Vincenzo Buscetta, e il nipote. Poco prima era stato ammazzato Giuseppe Genova, marito di Felicia Buscetta, l’ altra figlia di don Masino”.

È questo il periodo in cui nasce e si solidifica l’idea del pool antimafia che sotto la guida di Rocco Chinnici, vede lavorare fianco a fianco Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello. Quando il 29 luglio dell’83 Cosa Nostra uccide Chinnici, il pool finisce sotto la guida di Antonio Caponnetto e alla squadra si aggiunge anche Leonardo Guarnotta. Il pool è impegnato a 360°, 24 ore su 24, sulle inchieste di mafia, e i risultati cominciano a farsi vedere, con il contributo dell’ormai collaudato “metodo Falcone” che unisce nuove procedure, metodologie di indagine sempre più efficaci a un coordinamento privo di tentennamenti. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, nel 1984 Don Masino (Tommaso Buscetta) decide di diventare collaboratore di giustizia. Con Buscetta la svolta è definitiva, è lui a regalare al pool l’organigramma dettagliato del funzionamento di Cosa Nostra e si comincia a costruire il caso del secolo. A seguito delle sue rivelazioni si decide di passare all’azione, e in fretta e furia al Tribunale di Palermo si lavora senza sosta. Il 29 settembre 1984 è il giorno del blitz di San Michele, l’operazione di Polizia che forte di oltre 350 mandati di custodia cautelare coglie mafia, istituzioni e Stato completamente di sorpresa. Catturati circa 2/3 dei ricercati, già il mese dopo il pool aveva pronti altri 120 mandati di cattura. Furono giorni neri per Cosa Nostra che non tardò a rispondere.
Siamo nel luglio del 1985, infatti, quando Ninni Cassarà e Beppe Montana vengono uccisi per mano mafiosa. Per motivi di sicurezza, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vengono trasferiti all’Isola dell’Asinara, blindati, sotto scorta, a terminare l’istruttoria.
È il 10 febbraio 1986, quando nel carcere dell’Ucciardone, viene inaugurata l’aula bunker appositamente costruita per l’apertura del Maxiprocesso. Quattrocentosettantaquattro imputati, 119 latitanti, 10 mesi, soltanto per il primo grado.

Per la conoscenza, perchè come diceva Carlo Alberto Dalla Chiesa:

La mafia è cauta, lenta, ti misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana. Un altro non se ne accorgerebbe, ma io questo mondo lo conosco.

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