Storie di mafia. ‘Ndrangheta, tutte le strade portano a Roma

Chi ha la droga a Roma fa quello che vuole. E i calabresi hanno sempre la droga. Alcune volte ci sono dei conflitti, i romani hanno le piazze qua a Roma e i calabresi li riforniscono”.

Verbale del collaboratore di giustizia, Giuseppe Trintino

Stupefacenti, armi, ristorazione, “sale giochi, moltissime slot-machine, vengono gestite a Roma da personaggi inseriti organicamente nelle strutture criminali mafiose”. Uomini di ‘ndrangheta che potrebbero gestire i loro affari direttamente dalla ‘madre patria’ calabrese, si muovono alla volta di Roma – “città aperta”, che ospita e accoglie, anche e soprattutto, le organizzazioni mafiose. Qui, tra il centro città, passando lungo le mura fino alle periferie, le mafie crescono e si insidiano nel territorio capitolino, e lo fanno evitando il più possibile le lotte intestine. Gli ‘antichi’ gruppi criminali, infatti, sembrano riuscire a “convivere, riconoscersi reciprocamente, per non perdere alcuna potenzialità che la Capitale può offrire”, scrivono Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino in ‘Modelli criminali. Mafie di ieri e di oggi’.
L’organizzazione calabrese a Roma – un po’ come dappertutto – riesce a farsi forte, poi, di quella sua propensione ad incarnare una sorta di ‘unicuum criminale’ che, come sottolinea il giudice Della Monica nella sentenza 1873/2016, riesce a “sintetizzare e tenere assieme valori arcaici e metodi criminali moderni […] avvalendosi di tecnologie (telefoni, in particolare Blackberry), di una contabilità informatica ma, al contempo, di riti arcaici di affiliazione, di un’agenda parallela redatta in un codice criptato rinvenuto, in corso di perquisizione, insieme all’arcaico ‘Codice San Luca’.

 

Anche da San Luca, tutte le strade portano a Roma

Vincenzo Femia viene ucciso, in un agguato, il 24 gennaio 2013 – nei pressi di Trigoria. Crivellato con 9 colpi, il colpevole viene individuato, inizialmente, nella persona di Gianni Cretarola che decide di collaborare e fornisce dettagli sull’omicidio che si svela fin da subito mafioso. In provincia di Reggio Calabria, sulle alture dell’Aspromonte, a San Luca, sono tre le cosche che negli anni hanno fatto il loro ingresso ‘trionfante’ nella Capitale. I Nirta – di cui fa parte l’assassinato Vincenzo Femia – i Giorgi e i Pelle. Famiglie tutte legate tra loro da vincoli di parentela. Asse portante della resistenza intrinseca della ‘ndrangheta al pentitismo:

“È il caso di osservare che la ‘ndrangheta calabrese e la cosca Nirta, in particolare, ha surclassato in poco tempo le analoghe realtà criminali siciliane e campane, grazie alla comprovata resistenza da parte dei suoi affiliati al fenomeno del c.d. pentitismo”.

Roberto Saulino, Gip distrettuale di Roma nel provvedimento cautelare

Il membro della cosca Nirta (Femia), morirà a seguito di un accordo di collaborazione andato male per lo smercio di cocaina. È lo stesso imputato che a raccontare di aver offerto “una collaborazione nella Capitale” e aver ricevuto un diniego pochi giorni dopo, perché, a detta di Vincenzo Femia, “Roma era invasa dalla cocaina a prezzo più conveniente, fatta affluire da tale Sebastiano Pelle, detto ‘Pelle Pelle’, il quale di fatto gestiva l’illecito traffico”. Negli anni era molto, infatti, il potere che la cosca Nirta aveva acquisito sul territorio capitolino, nella sentenza che “riconoscerà il gruppo criminale con l’aggravante del metodo mafioso”, infatti, si legge:

“la presenza nel territorio romano di soggetti legati alla ‘ndrangheta e, per quel che qui rileva, della famiglia Femia, emerge, a livello di attività di indagine, sul finire degli anni Ottanta, precisamente nel 1982 […quando venne condotta] un’indagine su un gruppo di spacciatori di stupefacenti e banconote false che mostrava deferenza nei confronti dei titolari di una pizzeria in via Boccea a Roma, i cui proprietari risultarono essere i Femia”.

Fonte: Gazzetta del Sud

Le indagini dell’omicidio porteranno, alla fine, a comporre un quadro che non soltanto spiegherà “il movente” e porterà all’arresto di Francesco e Antonio Pizzata, Massimiliano Sestilo e il pentito Gianni Cretarola. Ma paleserà “anche una vasta attività di narcotraffico internazionale fra Colombia, Marocco, Spagna e Italia”. Subito si complicherà, però, la vicenda giudiziaria poiché dopo l’ergastolo deciso in primo grado dalla Corte d’Assise, per Francesco Piazzata e Sestilo e a seguito di una decisione successiva dei giudici d’appello che prevedeva, invece, una condanna all’ergastolo per Sestilo e una pena detentiva di 25 anni per Pizzata, nel settembre 2018 la Cassazione ha disposto l’annullamento della sentenza, rimandando il giudizio in appello a un’altra Corte d’Assise. I boss coinvolti delle diverse ‘ndrine calabresi risulteranno residenti, a maggioranza, nei quartieri di Primavalle, Aurelia, Centocelle e Appio S. Giovanni, dove la famosa ‘ragnatela mondiale’ si estende, cresce e conquista dentro e fuori le mura aureliane, attentamente, con occhio e scelte capillari, sempre spinta da un unico grande obbiettivo, che ritroviamo nel ‘IV Rapporto Mafie nel Lazio’, a cura dell’Osservatorio Tecnico-Scientifico per la Sicurezza e la Legalità della Regione Lazio: “affermare e consolidare l’autorità del gruppo di ‘ndrangheta sul territorio”.

 

Il traffico di armi, l’ipotesi ‘stragista’ e il maxi sequestro 2019

Su Roma la ‘ndrangheta tratta solo armi e stupefacenti. In Calabria anche estorsioni. […] è meglio tenere le armi a Roma anziché in Calabria, dove subivamo più perquisizioni”.

Verbale del collaboratore di giustizia, Giuseppe Trintino

Dai traffici di stupefacenti di Filippo Filippone, uomo da sempre vicino ai Bellocco (‘ndrina di Rosarno tra le più potenti della ‘ndrangheta, ndr) “che andava anche in Olanda e Belgio” ed era in grado di “movimentare grosse partite di droga”, il collaboratore di giustizia, Trintino, arriva a parlare con gli inquirenti del traffico di armi: “Loro, il gruppo dei Calabresi, Bellocco, Mazzullo, avevano le armi a Roma pronte per essere usate. Ho visto a Fregene, a casa le armi che Costantino teneva nel 2011”. Di armi se ne vedevano molte, “[…] Alessandro mi diceva che le teneva da Costantino. Erano pistole ecc.. […] Bellocco Giuseppe ha fatto mandare le pistole dal porto di Genova, [che lì], almeno una volta, all’anno le puliscono”.

Ed è sempre la famiglia Filippone, quella finita al centro di un’indagine condotta in Calabria negli ultimi anni: l’inchiesta “la ‘ndrangheta stragista” che operò due tentati omicidi nel dicembre 1993 e nel febbraio 1994 e il duplice omicidio del 18 gennaio 1994, tutti ai danni di appartenenti all’Arma dei Carabinieri. La tesi dell’accusa è a dir poco sorprendente, gli omicidi, infatti, andrebbero letti nel contesto di un progetto criminale di ampio respiro nazionale, maturato non soltanto tra le ‘ndrine calabresi ma attraverso, si legge nella Relazione della Direzione Antimafia 2017, l’ampia sinergia e l’intesa di diverse organizzazioni criminali, con l’obiettivo di portare a termine un piano di destabilizzazione del Paese anche attraverso l’ausilio di modalità terroristiche. 

La matrice che è stata definita stragista appare frutto di un accordo tra mafia calabrese rappresentata da Filippone Rocco Santo, capo della cosca omonima operante a Melicucco (RC) e direttamente collegata alla più nota famiglia Piromalli – e la mafia siciliana, in persona di Giuseppe Graviano portatrici dei medesimi obiettivi, finalizzati a rompere con la vecchia classe politica e a colpire le istituzione e la società civile […]”

É l’alba del 3 luglio 2019, invece, quando scatta l’operazione di maxi sequestro ad opera dei poliziotti della Divisione Anticrimine della Questura di Roma, diretta da Angela Altamura. Sono oltre 170 gli immobili posti sotto sequestro: 40 aziende tra cui 7 supermercati di cui uno nel quartiere Salario a Roma, 4 allevamenti di bestiame, un assegno circolare per il valore di 90mila euro, una macchina Ferrari e una gioielleria in zona Prati. Per un patrimonio complessivo di 120 milioni di euro. Nell’ambito del sequestro è rientrato anche il contratto di rete di imprese, costituito tra 50 aziende, e il fondo patrimoniale da 100 mila euro finanziato dalla Regione Lazio che per forma giuridica, a detta degli inquirenti, è risultato “uno strumento idoneo e perfettamente funzionale alla realizzazione degli scopi illeciti dell’organizzazione criminale”, riporta Repubblica. L’operazione ha colpito la famosa ‘ndrina Mollica-Palamara-Scriva, di Africo (RC) , insediatasi a nord della provincia laziale a partire, sempre, dagli anni ’80.  Fiori e piante, legna, allevamento di bovini e caprini, settore enogastronomico, commercio di preziosi e gioielli, panificazione e centri estetici. E ancora, infiltrazioni nel settore edilizio-immobiliare tramite l’utilizzo di prestanome e nella grande distribuzione attraverso punti vendita della catena ‘Carrefour’.

“Centosettantatre immobili sequestrati per un valore di 120 milioni di euro ai danni della ‘ndrangheta. A Roma. Eppure c’era chi sosteneva che nella Capitale non ci fosse la mafia

Nicola Morra, direzione nazionale Antimafia

La scappatoia giuridica: “la struttura organizzativa”

Le scelte delle ‘ndrine fuori dal loro territorio d’origine sono sempre improntate a ridurre al minimo la possibilità di essere scoperti. “Si muovono dentro il comune di Roma, non per aree geografiche ma seguendo il perimetro economico che stabilisce i confini fra un buon affare con minimo rischio e un investimento minore con il massimo rischio, da lasciare eventualmente alle ‘piccole mafie’ di Roma”. Le prove raccolte sugli affari di ‘ndrangheta nella Capitale sono sufficienti, si legge nella sentenza 1837/2016, per ribadire che “in territorio romano si assiste ad una stabilizzazione di famiglie e di gruppi ‘ndranghetisti, e alla loro presenza stabile ma che non si è ancora provata sia articolata attraverso il modello organizzativo dei locali”. Questa carenza di prove in materia di struttura organizzativa, che l’organizzazione ‘ndrangheta è in grado di stabilire su territori differenti da quello d’origine, “non ha consentito di sostenere che sul territorio romano si sia organizzata così come in Liguria, dove ha esportato interessi criminali, soggetti e struttura organizzativa”. Questo ha fatto sì che nella sentenza di condanna si potesse ‘soltanto’ fare riferimento all’utilizzo del ‘metodo mafioso’ (di cui all’art. Legge 203/91).

“La forza criminale della consorteria […] si fonda, innanzitutto, su strettissimi e consolidati legami di sangue e sull’utilizzo di rituali arcaici di affiliazioni, fattori che, uniti ad un’estrema flessibilità delle sue articolazioni nel panorama nazionale e mondiale, denominate locali, che rendono questa organizzazione criminale mafiosa impenetrabile e ancora più temibile poiché assolutamente efficiente rispetto ad altre realtà criminali meno strutturate”.

Roberto Saulino, Gip distrettuale di Roma nel provvedimento cautelare

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