Storie di Mafia: Tommaso Buscetta, il Traditore

 Io sono stato e resto un uomo d’onore, sono loro che hanno tradito gli ideali di Cosa Nostra. Per questo, io non mi considero un pentito

“Il Traditore” non è una storia di mafia, ma la storia di un uomo, Tommaso Buscetta, della cui figura, nonostante le due ore e mezzo di film, non riusciremo a farci un’idea precisa.
Le domande sono tante, e il film non ha la pretesa di rispondere a tutte: come in tutti i misteri italiani, una cappa di non detto resta sempre, anche dopo molti anni.

Una vita turbolenta quella di Tommaso Buscetta, nato ad Agrigento da una famiglia di vetrai; si sposa giovanissimo, a sedici anni entra in Cosa Nostra, come affiliato alla famiglia di Porta Nuova, che controlla uno degli otto mandamenti  di Palermo. Ventenne, viaggia negli anni successivi tra l’Argentina e il Brasile, tornando di nuovo nella sua Sicilia nel 1952, fa spola tra i “due mondi” ed è arrestato per la prima volta nel 1958.
La sua assoluta importanza per la nascita di Cosa Nostra (intesa come organizzazione internazionale, ricca e ben organizzata) è indicata dal suo ruolo di intermediario tra la mafia siciliana e la potente mafia italo americana e dal suo contributo alla nascita della Commissione provinciale, da modello americano.
La Commissione è un organo che raduna i capi mandamento della regione, richiesta dai “cugini” d’oltre oceano per avere un interlocutore forte con cui trattare.
Tuttavia, la Prima Guerra di Mafia e la Strage di Ciaculli del 1963 spalancano all’opinione pubblica le porte dell’inferno: in Sicilia la mafia c’è, e c’è una guerra per il controllo delle rotte di eroina.
I latitanti sono molti, e Don Masino è tra questi: Svizzera, Messico, Canada e USA, poi di nuovo Brasile.
Continuando ad affermare di non aver mai trafficato eroina, è arrestato ed estradato in Italia, ma riesce ad evadere dal regime di semilibertà e a tornare in Brasile mentre in Sicilia infuria la Seconda Guerra di Mafia: l’omicidio di Bontate (1981) e poi quello del generale Dalla Chiesa (1982) cambiano tutto.
Come un’animale braccato, il Boss dei Due Mondi riesce a “tenersi fuori dai guai”, pur conservando un nome forte e una certa influenza in patria.

E’ qui che Il Traditore inizia, tra i colori accesi e gli spazi sterminati di un Brasile violento, preludio ai toni scuri e agli spazi angusti di una Sicilia in guerra. Si parla di mafia, certo, ma il maxiprocesso, gli omicidi e i colloqui con Falcone fanno da sfondo alla storia di un uomo, Tommaso Buscetta, di un mafioso che vive una contraddizione lacerante: essere stato forse il maggior artefice della caduta di Cosa Nostra pur da “uomo d’onore”; non è un giudice, un giornalista o un sindaco, ma un mafioso traditore. Non sono gli ideali ad averlo mosso, ma gli interessi, le contingenze, anche se alla fine ci piace pensare che qualcosa di autentico, nel suo rapporto con Falcone, nel suo odio per la follia omicida di Riina, ci sia stato.
Il film scorre secondo una struttura classica, c’è un protagonista che riesce a essere sia eroe, rischiando la vita, sia un anti-eroe. C’è anche un antagonista, Giuseppe “Pippo” Calò. Mafioso potentissimo che gestiva in prima persona il traffico di droga dalla Sicilia a Roma, tessitore di legami con i palazzi del potere, appare tuttavia come un uomo banale, un mostro qualunque. Un mostro ex-amico di famiglia, un altro traditore che avrebbe ucciso con le proprie mani due figli dello stesso Buscetta, nascosto nelle Americhe.

La sfida del film è una: non far rimpiangere allo spettatore la vecchia Cosa Nostra, più “innocua”, più vicina alla gente, la mafia che “dà lavoro”, nata per difendere il siciliano dai soprusi dello Stato (dalle parole dello stesso Buscetta), dalla miseria. La “nuova mafia” che emerge è quella di Riina: spregiudicata, potente, ricca, violenta, tentacolare; gli omicidi e le stragi generano sdegno e allarme, l’allarme genera una risposta.
Questo è il pericolo di un personaggio come Buscetta, ovvero quello di far tollerare una mafia silenziosa, sotterranea, che corrompe senza eccessive violenze, la mafia di oggi (nonostante eccezioni illustri).
Tommaso Buscetta è un eroe atipico, un mafioso mai pentito della “sua” Cosa Nostra, un traditore.
Non un eroe, ma un sopravvissuto, che è fuggito alla morte e che ha testimoniato per dare l’unico contributo possibile alla guerra di mafia, un sopravvissuto che ha visto la sua numerosa famiglia decimata e sterminata. Un assassino “d’altri tempi”, con un senso distorto della giustizia.

Dalle parole di Favino, che interpreta Buscetta: “C’è un aspetto molto bello, che a me interessa molto, di Buscetta, che è figlio di vetrai, cioè di gente che fa gli specchi. Per tutta la vita dice di essere se stesso, e per tutta la vita si cambia la faccia. Questa sua identità che è sempre pluriforme è anche metaforica del mestiere che faccio io, ma sicuramente è un’altra cosa che lascia un interrogativo aperto su quanto viene detto da Buscetta.”
Una vita in fuga, una vita in una prigione a cielo aperto, simile a quella dei suoi nemici, ma con la famiglia che tanto amava: schiavo dei suoi fantasmi, del suo passato e di una vendetta che non arriverà mai. Paranoico, lontano dall’unica casa che abbia mai avuto, nonostante tutta la vita in giro per il mondo: la Sicilia. Una Sicilia che in realtà non è raccontata molto in questo film costellato di interni, dalla fotografia spesso cupa, dominato da un Favino spesso in ombra in occhiali da sole, capelli laccati di nero, che soffre costantemente.

Il confronto di Don Masino (così veniva soprannominato Buscetta) con Riina è una delle parti più potenti della storia (che sia quella del film o la Storia in sé): il traditore si trova di fianco l’uomo più sanguinario d’Italia e forse d’Europa, l’uomo che ha ordinato l’omicidio dei suoi due figli.
Riina è descritto come un mafioso assetato di potere, e Tommaso, che aveva preferito (a suo dire) la bella vita, si prende gioco di lui: “Il re è nudo”; come i boss che fanno “la vita dei topi” in latitanza, rinchiusi in stanze spesso non troppo diverse da una cella, anche Riina non si è “goduto” il potere. Power for Power’s sake, si potrebbe dire. Il capomafia può arrivare a sacrificare tutto per un potere che ha come fine solo il potere: la gloria viene dopo, la bella vita non viene mai, il prestigio è tutto.

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