Svezia: la destra radicale avanza anche nel paese del Premio Nobel

È ormai un dato di fatto che la destra radicale si stia espandendo a macchia d’olio su tutto il territorio del vecchio continente, tanto che ormai ci sorprenderemmo se ad essere in forte crescita elettorale nei vari paesi europei non fossero i partiti anti immigrazione e anti Ue. Abbiamo dunque assistito alla Brexit, all’affermazione del Front National (ora Rassemblement National) di Marine Le Pen, all’Alternativ für Deutschland al 12% alle ultime elezioni per il Bundestag, alla nomina di Sebastian Kurz a Cancelliere austriaco e a Salvini vestire i panni del ministro/sceriffo dell’Interno. Ma che la destra radicale potesse alzare la testa anche nella socialdemocratica Svezia, da sempre faro europeo delle politiche di apertura e di accoglienza, proprio non ce lo potevamo aspettare. Eppure è proprio quello che è successo lo scorso 9 settembre con gli Sverigedemokraterna (SD), ovvero i Democratici Svedesi che hanno sfiorato il 18%, più che triplicando il proprio risultato elettorale rispetto al 2010.
Ma chi sono davvero gli SD guidati dal giovanissimo ma carismatico Jimmie Åkesson?

I Democratici Svedesi non sono di certo una novità nello scenario politico di questo paese: si tratta, infatti, di un partito nato nel 1988 dall’unione di più formazioni appartenenti alla galassia dell’estrema destra militante. Gli SD, dunque, sono da sempre stati portavoce di politiche basate sulla difesa della razza e della cultura svedese, ponendosi in forte antagonismo con l’immigrazione, l’Islam ed il processo di integrazione europea.
Molti sono stati i contatti, soprattutto negli anni novanta, tra gli SD, gruppi neonazisti e suprematisti bianchi. Inoltre, come ricordato recentemente dal Telegraph, uno dei fondatori e primo revisore dei conti di questo partito è stato Gustaf Ekström, che nel 1932 si era unito al Partito Nazionalsocialista svedese e, successivamente, arruolato volontario nelle Waffen SS, prestando servizio prima nella 5ª divisione Panzer SS “Wiking” e poi nell’11ª divisione SS Freiwilligen-Panzergrenadier “Nordland”.
Sebbene non ai livelli del Movimento di Resistenza Nordica, partito svedese dichiaratamente neonazista che il 30 settembre dello scorso anno ha organizzato a Göteborg una marcia dai toni apertamente xenofobi e antisemiti, non sono comunque mancati nel corso degli anni gravi episodi di violenza riconducibili a membri o simpatizzanti dei Democratici Svedesi.

Un radicale cambiamento nella storia del partito c’è stato quando, nel 2005, il ventiseienne Jimmie Åkesson è stato eletto leader degli SD.
Questi, dopo aver abbandonato i Moderati per via delle loro posizioni europeiste, si è unito nel 1995 agli SD incominciando la sua scalata politica che gli ha permesso, in soli 5 anni di guida, di traghettare il suo partito all’interno del Riksdag, il parlamento svedese.
La grande rivoluzione operata da Åkesson è stata la lotta alle frange estremiste e neonaziste all’interno del partito. Nei suoi 13 anni di guida sono stati infatti espulsi la maggior parte dei membri autori di atti di violenza ai danni di immigrati ed oppositori politici e tutti coloro rei di aver pubblicamente esposto posizioni xenofobe ed antisemite. Pur non avendo tradito gli ideali tipici della destra radicale europea, Åkesson ha operato uno spostamento del  partito verso il centro e ciò gli ha permesso di allargare a dismisura il proprio bacino elettorale.
Nonostante la giovane età, quella del 9 settembre è stata per Åkesson la quarta elezione in 13 anni. Considerazioni politiche a parte, al giovane leader va sicuramente riconosciuta la grande abilità ed il merito di aver preso un partito antisistema e ai margini della società ed averlo trasformato in pochi anni in protagonista del dibattito politico.

Tra le principali proposte dei Democratici Svedesi, che fino a pochi anni fa scendevano nelle piazze al grido di “Bevara Sverige Svenskt”, ovvero “Mantieni la Svezia svedese”, troviamo la sospensione totale della concessione del diritto di asilo ai migranti. I tagli all’immigrazione verrebbero utilizzati per abbassare le tasse e potenziare il sistema di welfare, da destinare in primis agli svedesi autoctoni. Ovviamente, non poteva poi mancare la proposta per un referendum sulla Swexit.
Insomma, c’è un comune denominatore tra tutte le destre radicali europee: l’immigrazione e l’Ue sono i principali problemi ed ostacoli alla crescita dei vari paesi che, del tutto anacronisticamente e senza tenere minimamente in considerazione l’evolversi della società, sognano un insensato ritorno allo stato-nazione. Cambia il contesto, ma è sempre la stessa storia.

Nelle settimane precedenti le elezioni quasi tutti i sondaggi davano i Democratici Svedesi al 20%, il che avrebbe di fatto permesso agli SD di superare il centrodestra europeista rappresentato dai Moderati e diventare il secondo partito della Svezia. Secondo altri, invece, c’era addirittura la possibilità concreta che gli SD diventassero la prima forza politica. Uno speciale augurio affinché ciò si avverasse è venuto anche dal nostro ministro social Matteo Salvini, che pochi giorni prima del voto aveva auspicato di incontrare nuovamente Åkesson “in una prestigiosa veste istituzionale”.
Ma così non è stato e gli SD non sono riusciti a superare i Moderati, anche se di poco. I socialdemocratici di Stefan Löfven sono ancora al primo posto, anche se con il loro 28,4% hanno perso quasi 3 punti rispetto alle precedenti elezioni del 2014. I Moderati, con il 19,8%, sono crollati di 3,5 punti. Gli SD si sono classificati al terzo posto con il 17,6% dei voti totali, il 4,7% in più rispetto al 2014. Sono dunque destinati ad avere un ruolo chiave in questa legislatura e si pensa possano crescere ancora di più, seguendo il trend europeo della destra radicale. Che il centrodestra possa essere definitivamente schiacciato nei prossimi anni da un testa a testa tra SD e Socialdemocratici è un’ipotesi tutt’altro che remota.

Le ragioni dietro la crescita dei Democratici Svedesi sono due: l’immigrazione e la tradizionale politica di accoglienza portata avanti dai governi socialdemocratici, che ha fatto della Svezia un grandissimo esempio di tolleranza ed umanità.
La Svezia, infatti, è al primo posto in termini di accoglienza pro capite dei rifugiati: 23,4 ogni mille abitanti, secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Giusto per fare un confronto, in Italia ne accogliamo 2,4 ogni mille. E pensare che una grossa fetta della nostra popolazione crede ancora alle parole del Ministro dell’Interno che parla di invasione e, per di più, va anche fiera di farsi prendere per i fondelli.
Tornando alla Svezia, altro cavallo di battaglia dei Democratici Svedesi è il tema della sicurezza, ormai al centro del dibattito dopo gli scontri tra le gang criminali degli ultimi mesi. È un dato di fatto che molti degli affiliati a queste gang sono stranieri, ma è altresì vero che si tratta di immigrati di seconda generazione che sono nati ed hanno sempre vissuto in Svezia e, dunque, non hanno nulla a che fare con i rifugiati e i flussi più recenti, contro i quali si scagliano invece gli SD. Inoltre, come ricordato anche dal capo della polizia, il numero di omicidi in Svezia è costante da anni (100 all’anno circa) e in alcune zone è addirittura in calo. Ma un’ attenta strumentalizzazione da parte della destra radicale di queste tematiche altera la percezione che la popolazione, non solo svedese, ha di tali problemi. Vengono sparati numeri sui migranti come fosse il gioco del Lotto e si voltano le spalle a quella che è invece la realtà delle cose. Così viene dunque appagata l’innata necessità dell’uomo di scaricare le colpe dei propri problemi e fallimenti su altri, anziché concentrarsi sui propri errori e responsabilità.
L’economia svedese, inoltre, continua ed essere in crescita e il tasso di disoccupazione è sotto la media europea. Appare dunque sempre più insensata la crescita di un partito con queste connotazioni in un paese come la Svezia.

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