Terrorismo, terroristi: chi, cosa, perché

Sappiamo sempre troppo poco sul terrorismo. L’emotività, lo sdegno e le reazioni istintive ai fatti violenti che accadono ad opera di quello che è comunemente definito terrorismo, il più delle volte, ci portano lontani da una spiegazione chiara ed esaustiva. E nella fretta del giudicare e catalogare, perdiamo la sensibilità per un’analisi reale dei problemi.

Ne parliamo oggi grazie alla Dott.ssa Silvia D’Amato, dottoranda alla Scuola normale superiore di Firenze ed esperta di terrorismo transnazionale e sicurezza nazionale, cercando di comprendere meglio i tratti distintivi e i confini di un fenomeno che sta mietendo migliaia di vittime ovunque nel mondo.

Partiamo dalle definizioni. Chi è un terrorista?

Di terrorismo e terroristi se ne sente parlare tutti i giorni. Ciononostante, definire qualcuno terrorista in modo rigoroso non è cosi semplice come sembra. Così come è difficile definire alcune organizzazioni come terroristiche o meno. Il terrorismo infatti non è affatto un fenomeno nuovo. Anzi, è una delle pratiche di contrapposizione, di warfare, tra le più antiche al mondo. E’ dunque un fenomeno storico e, come tale, diverso è stato il modo di intenderlo.

Basti pensare alla differenze sostanziali tra i terroristi anarchici della fine dell’Ottocento in Russia e i combattenti dell’ondata anti-colonialista degli inizi del Novecento che, ripudiando l’etichetta di terroristi, preferivano chiamarsi freedom fighters in quanto combattenti per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli. Oppure si notino le differenze ideologiche tra i movimenti di protesta violenta contro il potere centrale degli anni ’60, tra cui spiccano l’OLP palestinese, la RAF tedesca, le BR italiane e l’ondata di terrorismo post 1979 che fece emergere in modo chiaro il conflitto transnazionale a base religiosa. Diverse sfaccettature, diverse rivendicazioni che lo alimentano, diversi modi di definire i terroristi.

Non si può dunque trovare una base minima che accomuni queste diverse esperienze storiche?

In realtà sì. In primo luogo l’elemento del warfare , cioè la tecnica di combattimento nel conflitto. Il terrore. Che non a caso è sempre stata la tecnica usata dal debole contro chi è ritenuto militarmente superiore. Contro chi non è affrontabile direttamente.

In secondo luogo, l’elemento comunicativo. Quasi mai infatti il vero target del singolo attacco è stato l’uccisione dei civili in senso stretto. Si usano gli attacchi indiscriminati verso i civili per comunicare qualcos’altro. E’ una pubblicità, un’efficace strategia di comunicazione. Lo scopo è quello di far interiorizzare alla persone il senso di paura, di insicurezza. Potrebbero essere colpite in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo. E’ con questo elemento di paura che i terroristi cercano di ridurre quella asimmetria di potere con l’avversario più forte. Viene da sé che quindi una definizione ipotetica di terrorista sottostà a una dinamica di potere, dipende cioè dai punti di vista. E’ il più forte che decide chi è terrorista, bollando l’avversario interno come tale.

Al giorno d’oggi, sperimentiamo un tipo particolare di terrorismo, quello a matrice islamica. Di cosa si tratta?

Già Gunning e Jackson in uno studio del 2011 si domandavano cosa ci fosse di religioso nel terrorismo religioso. Il primo problema è che parliamo di terrorismo religioso partendo da una definizione di religiosità che non è universale. E’ un po’ il problema del provincialismo tipico occidentale. L’Europa, e con lei tutto l’Occidente, ha infatti sperimentato una separazione tra Stato e Chiesa che in altre parti del mondo, in altre culture, non è avvenuta. Dopo che per secoli gli occidentali si sono scannati sulla questione religiosa, hanno deciso di relegarla nella sfera privata. Altre zone del mondo tale evento non lo hanno vissuto, o solo per importazione da parte occidentale.

Il secondo problema riguarda la complessità nella ricerca delle vere motivazioni che influenzano le azioni di questi gruppi. Considerandoli solo nella matrice religiosa islamica, siamo in grado di descriverli solo in parte, solo nella loro dimensione comunicativa più immediata. Dietro l’urlo “Allah akbar” la maggior parte delle volte ci sono delle ragioni che non ci vengono comunicate in modo altrettanto violento e immediato. Questa miopia porta quasi sempre a reazioni sbagliate. Il problema è che ci si concentra sul messaggio, sulla superficie, per quanto dirompente. E la conseguenza è un interpretazione indiscriminata e indifferenziata di un fenomeno che omogeneo non è. Questo atteggiamento, oltre ad essere controproducente in termini di politiche antiterrorismo, crea numerosi problemi per le società democratiche e per i principi ai quali dovrebbero rifarsi.

Tornando sulla questione comunicativa, come il discorso sul terrorismo ha influenzato le nostre vite?

Sono stati i pensatori costruttivisti e critici a far emergere la questione del significato dei fatti sociali. Il modo in cui interpretiamo i fatti, un attacco terroristico ad esempio, è considerato da questi autori come una costruzione sociale. E come tale cambia in base alle relazioni  che ci sono in quel momento tra gli attori, in base allo spazio in cui questi si trovano, in base alle percezioni che loro hanno della realtà.  L’attenzione dei costruttivisti è rivolta quindi sul discorso, inteso come pratica linguistica in grado di influenzare e “modificare” la realtà.

Gli effetti dei discorsi più frequenti sul terrorismo si riscontrano ad esempio nell’interiorizzazione di alcuni stereotipi, ancora più comuni dopo gli attacchi terroristici recenti. Per questo appare normale identificare le donne musulmane con il velo o i terroristi con la barba lunga e il fucile. E’ la vittoria dell’immaginario, della percezione come metodo di interpretazione dei fatti reali. E’ per questo che un arabo, in abiti tradizionali, con la barba folta, in un mezzo pubblico, ci fa così paura.

La teoria delle relazioni internazionali ha dato una qualche risposta al fenomeno “terrorismo”?

Partendo dalle principali scuole di pensiero, il realismo non presta attenzione in realtà ai soggetti “non statali”. La loro teoria è tutta concentrata sull’analisi dello Stato come soggetto unitario nella scena internazionale. E gruppi come i terroristi diventano oggetto di attenzione solo nel momento in cui siano in grado di generare effetti per gli equilibri del sistema internazionale. Una condizione che, esclusi gli interventi militari in Iraq e Afghanistan, non si è verificata così spesso.

I liberali, al contrario, studiano una pluralità di attori, e tra questi i terroristi. E la loro prospettiva li vede come un frutto della globalizzazione. Così come la tecnologia, i trasporti, la comunicazione, anche la lotta armata è diventata transnazionale. La soluzione proposta è quindi da ricercare in una maggiore cooperazione, nella collaborazione tra gli stati su tutti i livelli, primo tra tutti quello dell’intelligence. La loro sicurezza nazionale travalica ormai i confini nazionali.

Come concludere allora?

Abbiamo fatto un bel percorso, che ci riporta però al punto iniziale. Una definizione chiara di cosa sia terrorismo è alquanto incerta e i suoi caratteri sono in gran parte oggetto di dibattuto. Questo di certo rappresenta un limite per la comprensione. Allo stesso tempo però non può che essere il faro-guida di tutte le nostre analisi. Perché gli effetti del fenomeno sono purtroppo visibili, le cause molto meno. Sicuramente le spiegazioni sono molteplici e di varia natura. Grande importanza hanno ad esempio i contesti geografici in cui il terrorismo è in attività, così come la cultura e lo status quo contro i quali i terroristi dicono di voler lottare. Questa relatività dovrebbe essere la base di ogni discorso che abbracci un tema così delicato. E quando non lo è, le conseguenze potrebbero essere potenzialmente disastrose. Ricordiamocelo. Sappiamo sempre troppo poco sul terrorismo.

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