The Dark Side of the Moon

Per tutti quelli che, a ragione, considerano la perfezione irraggiungibile nell’ arte come nella vita, The Dark Side of the Moon è un pugno nello stomaco, un interrogativo. Si è parlato moltissimo di quest’opera, e di certo oggi non si aggiungerà nulla di significativo, ma questo vuole essere un tributo personale e umile, un invito ad entrare ancora più a fondo nel lato oscuro della Luna.

I Pink Floyd affidarono la copertina dell’album al designer Storm Thorgerson, con una singola indicazione: “semplice e audace”. Un sottile fascio di luce attraversa un prisma bidimensionale e si scompone in sei linee di colore: si tratta dei sette colori dello spettro della luce bianca, escluso il viola, che si credeva lo sfondo nero avrebbe cancellato. Sulla copertina non c’è scritto nulla, basta la forza di quest’immagine, simbolo assoluto dell’album. Costruito attorno ai temi dell’alienazione, della follia, della straniante vita moderna, The Dark Side of the Moon vende ancora oggi più di 250.000 copie l’anno, a più di 40 anni dall’ uscita. Anche se rimase al primo posto per una sola settimana, l’album non uscì dalle classifiche Usa per i successivi 15 anni: il terzo album più venduto di tutti i tempi, con 45 milioni di copie, dopo Thriller di Michael Jackson e Back in Black degli AC DC.

Era un pomeriggio umido e afoso di un agosto emiliano, con un Sole cocente che sembrava volersene stare lì per sempre, un vento pigro e caldo che muoveva la polvere secca dei campi coltivati, che feriva gli occhi e arrossava la gola: per la prima volta ascoltai The Dark Side of the Moon. “I’ve been mad for fucking years, absolutely years” Non capivo una parola, ma un battito cardiaco, seguito da una spaventosa cacofonia di suoni, dal rumore di un registratore di cassa, dal ticchettio di un orologio, dall’ urlo terrorizzato dell’uomo (non del neonato) che esce dal ventre materno e vede il mondo, mi ipnotizzarono. “I’ve always been mad, I know I’ve been mad, like the most of us…”     

Breathe spezza la tensione e ci getta in un oceano di sollievo e di calma “Breathe, breathe in the air don’t be afraid to care, leave but don’t live me” per poi colpirci immediatamente, nella seconda parte, con la metafora del coniglio che scava compulsivo una buca dopo l’altra per la paura di fermarsi (e morire). On the run c’incalza subito, è il ritmo dell’ansia, di un’ inquietudine che non è terrore ma disagio strisciante: ci trasmette la paura irrazionale ma presente che il gruppo aveva di morire durante uno dei viaggi in aereo dei loro tour (nella parte finale si sente un aereo che cade e una cupa risata). Si tratta di un timore primordiale, che difficilmente viene superato dall’ uomo razionale, che spesso cerca solo di non pensarci. Il ticchettio di orologi e il frastuono assordante di sveglie ci tiene totalmente immersi nel suono: Time è forse il pezzo più magniloquente dell’album, assieme a The Great Gig in the Sky, e ne fa da pilastro centrale. “Every year is getting shorter, never seem to find the time” Il tempo, ovviamente, scorre inesorabile, e noi lasciamo che ci attraversi, passando la giovinezza a “ucciderlo”, incuranti della vita che ci scivola addosso. “Tired of lying in the sunshine staying home to watch the rain You are young and life is long and there is time to kill today And then one day you find ten years have got behind you No one told you when to run you missed the starting gun”. The Great Gig in the Sky, un inno struggente alla morte; l’uomo di Time, tornato a casa a scaldarsi le ossa vicino al fuoco, si rende conto che la morte è vicina, è in quella stanza. La conclusione è semplice: “And I am not frightened of dying. Any time will do, I don’t mind. Why should I be frightened of dying? There’s no reason for it, you’ve gotta go sometime” Clare Torry, una turnista nota al tecnico del suono dei Pink Floyd, viene scelta dal gruppo per “improvvisare” sulla base, dietro indicazione di Gilmour: la ragazza non conosce nemmeno il gruppo, non riesce ad entrare nel pezzo, ci prova ma stenta a decollare. Waters scuote la testa divertito, la “casalinga inglese” non sa quello che fa. “Di cosa parla?” chiede lei “Della paura della morte”. Clare si mette le cuffie e ci trascina in un mondo sconosciuto e primordiale, lascia tutti senza parole, anche Waters, che non può che essere entusiasta della performance; quello che ascoltiamo oggi, 40 anni dopo, è frutto di un’improvvisazione, al secondo tentativo, di una “casalinga inglese” che ci donò il richiamo alla morte più stupefacente della storia del rock.

Segue immediatamente Money, una critica “banale”, come disse Waters, all’ uomo moderno, che odia il denaro e lo disprezza ma non può davvero farne a meno. L’assolo di sassofono di Dick Parry è indimenticabile, così come il riff di Gilmour, che stempera l’atmosfera con grande maestria. L’introduzione al testo di Us and them, come lo era stato già in diversi brani precedenti, è frutto delle risposte dei lavoratori degli studi Abbey Rode, questa volta alla domanda “Quand’è l’ultima volta che sei stato violento?” Waters è l’artefice: Us and them si presenta come una critica alla guerra e alla disumanità (temi che sembrano precedere molti dei suoi lavori futuri)“HuHuh! I was in the right!” “Yes, absolutely in the right!” “I certainly was in the right!”. Any colour you like, pezzo interamente strumentale, fa da ponte verso il brano successivo, lasciandoci con molti interrogativi in merito al significato, riuscendo tuttavia a non intaccare la concettualità dell’album. Brain Damage  “The lunatic is in my head The lunatic is in my head You raise the blade, you make the change You re-arrange me ‘til I’m sane.” Alienazione, follia, incomprensione: il fantasma di Syd Barrett, il “diamante pazzo”, sembra aggirarsi per Dark Side, dando comunque un contributo all’atmosfera straniante ma calda. Eclipse, pezzo conclusivo che doveva dare il nome all’ album, sintetizza tutto, donandoci la verità del gruppo: la realtà è meravigliosa, illuminata dal Sole e dalla bellezza, l’unica cosa che può fare del male all’ uomo è la Luna che oscura il Sole. La Luna è però l’uomo stesso, che può scegliere quale lato guardare: quello oscuro o quello illuminato dal Sole, che tuttavia non brilla di luce propria, ma di luce riflessa. Il suono si spegne placido, muore e cessa completamente, accompagnato da un breve battito cardiaco, come all’ inizio, che potrebbe ricollegarsi a Breathe (idealmente dandoci un’idea di circolarità) o semplicemente spegnersi (consegnandoci alla morte). Quando tutto sembra finito e ormai non c’è più nulla da aggiungere, un uomo sussurra impercettibilmente: “There is no dark side in the moon, really. Matter of fact it’s all dark. The only thing that makes it look alight is the sun.” E’ una verità sussurrata, cinica e alla quale forse nemmeno i Pink Floyd credevano fino in fondo; forse si trattava invece di una realtà accettata, ma troppo terribile per non essere appena sussurrata.

The Dark Side of the Moon ha avuto un successo assoluto non perché parla di alienazione o della modernità, non perché legge la realtà così com’è, ma perché parla all’ uomo che ascolta. “I’ve been mad for fucking years, absolutely years” ogni volta, ha sapore di polvere e vento caldo ad agosto.

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