The day after

Tra mille dubbi, l’unica certezza era che da queste elezioni non sarebbe uscita nessuna forza politica con i numeri per governare il paese, colpa di una legge elettorale che non favorisce la formazione di maggioranze assolute. Reclamano la vittoria il Movimento 5 Stelle, che con il 32% si afferma senza rivali come primo partito, e la coalizione del centrodestra con il 37%. Entrambi però non arrivano al 40%, la quota dell’autosufficienza.

Quello dei grillini è stato tuttavia un successo clamoroso, storico, avendo raccolto circa un terzo dei voti complessivi. Un plebiscito sociale per un “partito” (ormai di questo si tratta) anti-establishment, che si è fatto voce di un gruppo via via più numeroso di persone deluse dalla politica, desiderose di provare altro rispetto alle forze politiche tradizionali.

A colpire è stato anche il crollo del Partito Democratico. Certo, neanche il più ottimista dei Dem si sarebbe aspettato una vittoria, ma quella che emerge dallo spoglio dei voti è una Caporetto. Anche per +Europa risultato molto negativo, con il partito di Emma Bonino che non arriva neanche al 3%. Che Renzi si prenda le sue responsabilità: dopo l’impennata nel 2013, l’ex premier ha raccolto una serie incredibile di sconfitte politiche, e si ritrova a 43 anni ad essere già bollito. La sua più grande colpa è stata quella di non essere stato in grado di tenere unito il partito a causa della sua esasperazione leaderistica e della sua aspirazione mal celata di trasformarlo in un partito personale. Alla fine, Renzi è stato per il PD quello che Hollande è stato per il partito socialista francese: il becchino. Ora si tratta di ricostruire, di ricominciare quasi da zero. Senza di lui, ovviamente, che si è dimesso poco fa dalla guida del partito. E possibilmente senza quei geni di LeU, che superano solo di poco la soglia di sbarramento del 3%.

Non è solo l’area moderata di sinistra ad uscire con le ossa rotte da questa competizione elettorale. Nella giornata di ieri abbiamo assistito al canto del cigno di Silvio Berlusconi, che esce dalla porta sul retro lasciando il trono del centrodestra nelle mani di Salvini. “Le primarie si fanno nelle urne”, ha sempre ripetuto il Cavaliere in questi anni, forte di un consenso sempre superiore agli altri mezzi leader che aveva avuto intorno. Ora, forse il centrodestra non esiste più. Al suo posto, si erge un partito xenofobo e anti-europeista, che da movimento sindacalista regionale si è trasformato in partito nazionale acchiappatutto: racimola consensi persino in quel sud troppo spesso infangato, insultato, bistrattato dai rappresentanti del Carroccio.

Almeno, non c’è stata l’onda nera che molti avevano paventato. Casapound alla fine si è beccata meno dell’1% dei voti, rimanendo fuori da tutto, dopo settimane di comizi e di azioni a favore, così dicevano, della gente delle periferia. Una strategia che non ha pagato, una sorpresa dopo l’exploit delle Comunali di Ostia dello scorso novembre 2017, con il movimento neofascista che aveva raggiunto il 10 per cento in uno dei punti cardine della periferia romana. Rinviato l’approdo in Parlamento anche l’altra composizione neofascista Forza Nuova che ha avuto la stessa sorte, ben al di sotto dell’1 per cento e lontano anni luce dal 3 per cento necessario per avere accesso al Parlamento.

Dalla parte opposta dello spettro politico, un buon 1,6% per Potere al Popolo di Viola Carofalo, che può costituire una buona rampa di lancio per questo movimento nato solo pochi mesi fa.

Il giorno dopo le consultazioni, guardando i numeri, le alleanze possibili sono tra M5S-Pd o tra le due forze antisistema M5S-Lega, ma entrambi gli scenari appaiono lontani dal potersi concretizzare. Il Pd, tramortito dalla titanica sconfitta, appare defilato nella partita e sembra più orientato a collocarsi all’opposizione. Il centrodestra invece dovrà capire innanzitutto quanti seggi gli mancano per arrivare alla maggioranza assoluta alla Camera e al Senato, ed eventualmente a come trovare quei voti in modo da poter ottenere dal presidente della Repubblica l’incarico di formare un governo. Inoltre bisognerà vedere se il vantaggio della Lega su Forza Italia in termini di voti si tradurrà in un vantaggio in termini di seggi, e per via del sistema elettorale non è scontato: se il sorpasso della Lega su Forza Italia dovesse avvenire anche in termini di seggi, a quel punto il capo designato della coalizione di centrodestra e dell’eventuale governo dovrebbe essere Matteo Salvini, visto che avrebbe la delegazione parlamentare più corposa. D’altra parte per tutta la campagna elettorale i leader del centrodestra hanno detto che il capo del governo sarebbe stato il capo del partito più votato, e Salvini ha detto stamattina di voler governare col centrodestra e non con «alleanze strane».

A fine mese, dopo l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, Sergio Mattarella inizierà le consultazioni: parlerà con tutti i rappresentanti dei gruppi parlamentari e poi, sulla base di quello che avrà ascoltato, deciderà a chi affidare l’incarico di formare un governo. E lo affiderà a chiunque ritenga in grado di avere la fiducia della maggioranza assoluta del Parlamento, non a chi rappresenta il partito o la coalizione che ha preso più voti. Se ciò non sarà possibile, via con un nuovo governo di transizione: ci rivediamo tra poco, alle prossime elezioni.

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