The Punisher Duterte – Il fine giustifica i mezzi?

Le Filippine non recitano un ruolo di prim’ordine nel panorama internazionale, probabilmente la maggior parte delle persone non saprebbe nemmeno dove trovarle in un atlante geografico e solitamente vengono ricordate ed apprezzate soltanto per i loro paesaggi e panorami mozzafiato.

Qualcosa sta però cambiando, ormai da più un anno l’attenzione mediatica ed il vigile occhio della comunità internazionale si stanno lentamente spostando verso lo stato insulare del sud-est asiatico.
Il motivo si può rintracciare facilmente e con estrema velocità, in quanto la ragione di tutto questo ha un nome ed un cognome: Rodrigo Duterte.

La sua figura è stata più volte accostata a quella del presidente americano Donald Trump a causa dei suoi discorsi diretti e aggressivi in cui si è più volte scagliato contro i suoi oppositori, riservando inoltre parole, di certo non al miele, verso Barack Obama ed arrivando anche ad insultare il Santo Padre, Papa Francesco.
Duterte però, al contrario del tycoon americano, si nutre di politica dalla metà degli anni ’80, dopo che il regime instaurato da Ferdinand Marcos nel 1972, venne esautorato dal ritorno delle libere elezioni vinte da Corazòn Aquino, prima presidente donna di tutto il continente asiatico.

Dalla metà degli anni ottanta, Duterte ha rivestito un ruolo centrale nella città di Davao divenendone il primo cittadino per ventidue anni, alternandosi alla carica con sua figlia Sara, riuscendo a trasformare completamente la città grazie al suo singolare modus operandi.

Per capire la portata di questa politica occorre prima analizzare e cercare di capire brevemente la storia filippina dopo la transizione democratica del 1986.

I governi democraticamente eletti da allora ed i vari Presidenti che si sono susseguiti negli ultimi venti anni, sono stati tutti accusati di corruzione o di malgoverno, non riuscendo a risolvere i problemi nel quale versava, e tuttora versa, la società dell’isola asiatica.
Vi sono state personalità come Fidel Valdez Ramos, ad esempio, che non hanno saputo gestire la crisi energetica che ha colpito le Filippine nel 1997 e la successiva crisi finanziaria che ha danneggiato le economie della Corea del Sud e di tutto il sud-est asiatico.
Altri, invece, come già sottolineato poche righe fa, sono stati al centro di numerosi scandali di corruzione. Dalla stessa Corazòn Aquino, la quale doveva incarnare il cambiamento e la novità della società filippina dopo la dittatura ventennale, al caso più eclatante di Joseph Estrada, (ora sindaco di Manila), costretto alle dimissioni nel 2001 e poi condannato all’ergastolo per essersi intascato illegalmente ottanta milioni di dollari, per poi ricevere la grazia dal successivo capo di stato Gloria Macapagal Arroyo, arrestata per peculato dopo aver terminato il suo mandato presidenziale.

Per di più, oltre ad avere una classe politica che non ha di certo soddisfatto le attese, le Filippine si caratterizzano anche per una lotta di stampo religioso e separatista che imperversa dal 1969, guidata da organizzazioni di stampo islamico come il Fronte di Liberazione Nazionale Moro e dal Fronte di Liberazione Islamico Moro che ha portato alla creazione della Regione Autonoma nel Mindanao Musulmano.
Gli accordi di pace che portarono alla creazione della Regione Autonoma, non vennero accettati dalla totalità degli insorti che proseguirono nelle loro azioni, le quali, in questo momento, vedono a capo anche delle organizzazioni di stampo jihadista.

In questo contesto va inserita la figura così singolare di Rodrigo Duterte, il quale viene considerato dalla stragrande maggioranza dei cittadini filippini, il più forte e significativo simbolo di un radicale cambiamento della società e della storia dell’isola.
Rappresenta, infatti, un netto distaccamento dalla cultura politica filippina che ha sempre visto susseguirsi presidenti provenienti da ricche famiglie latifondiste e che sono originari, o hanno amministrato, i più grandi centri dell’isola, come Manila e Luzon.

Questo grande supporto verso il settantunenne presidente, è giustificato dal fatto che, nell’immaginario collettivo, Duterte rappresenti l’unica persona in grado di risolvere i problemi dell’isola, lui che è riuscito nell’impresa di rendere Davao, capitale nel Mindanao, afflitta da sempre dal separatismo islamico, dalla dirompente corruzione e dal devastante problema del narcotraffico, una delle città più sicure al mondo, creando quello che viene definito dai politologi, il Modello Davao.

Tale modello è estremamente semplice, quanto cinico e brutale, poiché consiste nell’eliminazione fisica di chiunque possa ledere alla sicurezza della città, sia esso un narcotrafficante, un consumatore di sostanze stupefacenti oppure un semplice spacciatore.
Tutto ciò è stato reso possibile grazie all’azione della polizia locale e attraverso formazioni paramilitari notoriamente conosciute con il nome di Davao Death Squad.
L’azione congiunta degli Squadroni della Morte di Davao, insieme ai vari blitz della polizia, hanno fatto registrare la cifra di 1400 omicidi, i quali sono avvenuti anche in pieno giorno nelle affollate strade della città, non facendo registrare una sostanziale opposizione da parte dei cittadini, i quali si sentono, al giorno d’oggi, pienamente al sicuro e privi di timore e di preoccupazioni.
Non solo, Davao durante il ventennale mandato di Duterte ha avuto una rapida espansione economica, diventando uno dei centri più importanti per il commercio, per gli investimenti esteri e per il turismo.

The Punisher, soprannome attribuitogli dalla rivista statunitense Time nel 2002ha un chiaro obiettivo, quello di applicare il Modello Davao al resto delle Filippine, rendendole finalmente libere da episodi di corruzione e di criminalità, trasformandole in uno stato efficiente, capace di crescere economicamente e che possa recitare un ruolo di prim’ordine nel contesto del sud-est asiatico.

Lui stesso ha più volte affermato di aver ucciso dei delinquenti, arrivando a minacciare anche il suo stesso figlio qualora scoprisse sia legato ad organizzazioni criminali o facesse uso di sostanze stupefacenti.
Non solo, presentandosi in campagna elettorale ha annunciato che, se avesse vinto le elezioni, i cittadini filippini non avrebbero visto nessuna applicazione ed osservazione dei diritti umani e civili.
Nonostante le sue continue dichiarazioni contrastanti, stando ai sondaggi, il suo grado di popolarità e di apprezzamento supera l’80%, il che lo ha reso una delle personalità più influenti dell’anno corrente.

In molti non sono riusciti a spiegare l’enorme successo che ha avuto e sta tuttora avendo presso i cittadini filippini, i quali, nonostante siano per la quasi totalità di appartenenza cattolica, non si preoccupano minimante dei suoi metodi schietti e brutali, e non si curano assolutamente nemmeno degli insulti che aveva riservato a Papa Francesco.
Alcuni studiosi hanno cercato di spiegare il motivo per cui Duterte sia così apprezzato in patria e così criticato al di fuori dei confini nazionali, arrivando a formulare due ipotesi principali.

La prima riguarda, come già sottolineato in precedenza, il passato politico delle Filippine, da cui gli stessi cittadini vogliono fortemente distaccarsi.
Intorno a Duterte vi è un’aurea di fascino e di misticità che incide direttamente sul fattore psicologico dei suoi concittadini, i quali vedono in lui l’uomo nuovo, slegato dalle logiche dei clan familiari e da quelle della vecchia élite.
Un primo cittadino in grado di risolvere e contrastare la disoccupazione e la miseria, in uno stato in cui il 27% della popolazione vive sotto la soglia di povertà ed in cui la corruzione ed il malgoverno hanno rappresentato il leitmotiv degli ultimi cinquant’anni di storia politica.
Duterte è quindi riuscito a convincere la cosiddetta pancia della popolazione, ma anche ad aggraziarsi la classe media più moderata, a supportarlo nella sua personale campagna populista, che per autoalimentarsi deve necessariamente trovare un colpevole o un capro espiatorio, in questo caso rappresentato dalla criminalità organizzata.

La seconda ipotesi riguarda invece il rapporto e la relazione che intercorre tra i cittadini filippini e la religione. Questa chiave di lettura, più spirituale e filosofica, analizza come, in realtà, la stragrande maggioranza della popolazione, nonostante sia di fede cattolica, abbia un’immagine differente rispetto a quella classica e tipica del cattolicesimo occidentale.
La grande differenza tra queste due visioni, sta nel fatto che i filippini non credono e non si affidano ad un Dio che redime e perdona ma bensì ad un Dio, che invece, punisce e giudica severamente chi si sporca di atti deplorevoli ed impuri.

Malgrado i vari appelli lanciati dagli alti rappresentanti della Chiesa Cattolica e le varie prese di posizione di vescovi e sacerdoti delle stesse Filippine, la maggior parte della popolazione concorda con l’operato del presidente.

Duterte si appresta, quindi, a governare per altri cinque anni, periodo in cui cercherà, come già da lui annunciato, di combattere con più violenza ed arrivare a distruggere il narcotraffico, ponendosi l’obiettivo di giustiziare altri diecimila tra spacciatori e signori della droga.
In questo cruento scenario di sangue, ha già annunciato anche delle riforme scolastiche significative, in cui tenterà di introdurre insegnamenti obbligatori riguardo i pericoli ed i danni causati dell’utilizzo di sostanze stupefacenti, promuovendo inoltre un sistema di apprendimento parallelo, destinato a coloro non hanno possibilità di accedere all’istruzione nelle scuole pubbliche.

Ma il suo compito più delicato, oltre a quello di attrarre investitori esteri soprattutto per il settore delle infrastrutture e dei trasporti, e di guadagnare credibilità internazionale, sarà quello di diminuire il gap salariale ed economico in cui l’isola versa, cercando di porre fine ad una disparità economica e sociale oramai decennale.
Infine, una politica di riforma del settore sanitario è già in agenda da tempo, così come una politica sociale delicatissima per un paese cattolico come le Filippine, ovvero la promozione dei diritti della comunità LGBT che possa portare ad una legge che garantisca l’unione per le coppie dello stesso sesso.

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