Vi racconto di Egon Schiele

“Finalmente!  –  Finalmente!  –  Finalmente!  –  finalmente un sollievo alla pena! Finalmente carta, matite, pennelli, colori per scrivere, per disegnare. Posso dipingere e così sopportare ciò che altrimenti sarebbe stato insopportabile. Mi sono sottomesso e umiliato per averli, ho chiesto, pregato, mendicato, avrei anche piagnucolato se non ci fosse stato altro modo. Oh, Arte!  –  Cosa non sopporterei per te!”. È il 16 aprile del 1912 e con queste parole Egon Schiele inizia il suo diario dalla prigione di Neulengbach, piccolo paese alle porte di Vienna, dove era entrato tre giorni prima e dove sarà costretto a rimanere per ventiquattro giorni. Colpa: produzione di arte pornografica e immorale, nonché pesanti accuse di adescamento e stupro di minore. Sebbene i rapporti tra i due non fossero tra i più cristallini, la giovane in questione, la quattordicenne Tatjiana, altro non era che la figlia di un ufficiale di marina ormai in pensione, portavoce di una comunità poco tollerante verso gli stili di vita di questo bohémien. Con la sua arte, infatti, rappresentava una minaccia alla decadente integrità di una società oramai avviata al tramonto. È infatti la Vienna dei gran balli; è la gloriosa Austria imperiale: è l’Europa faro del progresso e della civiltà. Tutto, di lì a poco, scaraventato nei profondi fanghi delle trincee. Emblematico e quasi profetico scriveva Schiele dalla sua prigione: “Devo vivere con i miei escrementi, respirarne l’esalazione velenosa e soffocante. Ho la barba incolta – non posso nemmeno lavarmi a modo. Eppure sono un essere umano! – anche se carcerato; nessuno ci pensa?”

Egon Schiele nasce nel 1890. Morirà nel 1918. In soli 28 anni di vita ha saputo distinguersi nel panorama artistico viennese per la sua tecnica e la sua minuta preparazione al servizio di un’arte non convenzionale, alla ricerca costante di una provocazione costruttiva. A 16 anni entra nella prestigiosa Accademia di Belle Arti di Vienna, rimanendo ancora ad oggi lo studente più giovane che si sia mai iscritto. Tuttavia, l’ambiente conservatore – ancora votato a canoni pittorici piuttosto “classici” – gli sta stretto e già tre anni dopo abbandona l’istituto, per metter su insieme ad altri compagni un collettivo indipendente chiamato Neuekunstgruppe (Gruppo dell’Arte Nuova). Schiele stende anche un manifesto teorico del nuovo gruppo, proclamando che «l’artista del Neukunstgruppe è e deve necessariamente essere se stesso, deve essere un creatore, deve saper creare i propri fondamenti artistici, senza utilizzare tutto il patrimonio del passato e della tradizione». Questa ricerca dell’indipendenza artistica è effettivamente la chiave per entrare nel mondo contraddittorio che vediamo inciso sulle sue tele.

L’incontro decisivo per il suo percorso di uomo e pittore ebbe luogo al Café Museum di Vienna: Gustav Klimt, nonché maggiore esponente della Secessione viennese, vede nel ragazzo una promessa, tanto da introdurlo nei circoli dei ricchi mecenati interessati dallo stile del giovane il quale, ormai, poteva dirsi pienamente “espressionista”. La predilezione del lato emotivo della realtà, infatti, si palesa in un’aggressiva distorsione figurativa del corpo, simbolo per antonomasia del mondo materiale dentro cui l’uomo è costretto a vivere. Fin da subito, dunque, già fin dal primo vagito, l’essere umano è mosso da pulsioni carnali contrastanti che col tempo configurano e definiscono la propria sessualità. È proprio la sessualità che appunto diventa, nella trasfigurazione artistica, un’ossessione erotica quasi angosciante. Irrequieta, essa si mette a nudo sulla tela in uno spazio che sembra volutamente scomparire per lasciar la scena all’unico atto dell’unica tragedia di cui Schiele si sente sia attore che spettatore: l’esistenza umana.

              

Si apre il sipario: un corpo appare, si mostra. Ti guarda e si fa guardare. Ammiri in silenzio: sgomento. Chi è quello nel quadro? Sono io o è qualcun altro? Dev’essere un altro: io non son così. Non credo, almeno lo spero. Inizi a dubitare, ma continui a guardare, per capire il codice segreto di quei colori versati con così tanto dolore. Non lo trovi, però, e disperi. Eppure quel che vedi è così bello. Quei tratti secchi e taglienti, quelle pennellate mirate e mai sbagliate sembrano animare i personaggi in un grido esasperato, quasi soffocato, di autoaffermazione: “Si, ci sono. Sono qui! Questo sono io! Io e nessun altro: sono vita e morte, sono paradiso e inferno”. Ma poi una smorfia o un ghigno fermano l’impulso, e tutto si pietrifica. Così si presenta a noi un quadro di Egon Schiele.

Più o meno è questo l’effetto che hanno su di me le opere del giovane viennese. Mi trovo tuttavia in difficoltà a trasmettere a parole ciò che suscita un suo quadro perché Schiele (come pochi, direi) riesce sapientemente a sconvolgere colui che osserva, lasciandolo con l’apparente sensazione d’incomunicabilità tra se e l’opera che ha di fronte. È con uno sguardo, spesso, o un gesto che si è invasi da un vortice incredibile di sensazioni. Uscirne è, a volte, doloroso. È il caso, a mio avviso, degli autoritratti.

Nella storia dell’arte, l’autoritratto è sempre stata la maniera tramite cui avveniva l’esaltazione o anche solo la semplice raffigurazione dell’Io e, di riflesso, della propria condizione sociale. Apparire in una certa maniera era funzionale anche alla rappresentazione che si voleva dare di se stessi. Schiele, invece, non è interessato a questo: il suo autoritratto rappresenta il suo unico strumento per indagare nei recessi delle sue nevrosi. Quello che interessa il nostro artista è dare la testimonianza di una condizione di esasperazione, di fallimento e di insicurezza di una persona trafitta da innumerevoli passioni. Con i suoi 250 autoritratti in meno di un decennio, Schiele ha esplorato il proprio volto/corpo con un’angosciante consapevolezza. Egli si denuda, come di fronte ad uno specchio, in modo volutamente esibizionista: e così fa del suo dolore il suo autentico grido di ribellione. Quello che alla fine si presenta sotto ai nostri (e ai suoi) occhi è un doppione, un altro Schiele che ci guarda e ci giudica in modo demoniaco. Quello che sentiamo, quello che temiamo è che in noi accada allo stesso modo una specie di scissione. Come un black-out: immersi nell’oscurità, si brancola a tastoni nella speranza che la luce torni presto per riuscire ad orientarsi di nuovo, ma, una volta ritornata, si ha una sensazione strana. Come se il buio non se ne fosse mai andato.

               

Dirà il nostro artista: “Io sto dipingendo quel me stesso su cui poso lo sguardo, io sono contemporaneamente colui che guarda e colui che è visto.” Freud avrebbe ovviamente molto di cui compiacersi: il sesso alla base delle pulsioni umane, il conflitto interiore che da esso scaturisce, il subconscio che ci osserva, benché silente. D’altronde, entrambi operavano nello stesso periodo e nello stesso ambiente: qualcosa vorrà pur dire.

Egon Schiele muore il 31 ottobre 1918 dopo aver contratto l’influenza spagnola. Tre giorni prima veniva a mancare la moglie, Edith Harms, incinta di sei mesi, da cui contrasse la malattia. Nella sua breve parentesi di vita, quest’artista – a mio avviso unico e inclassificabile- ha saputo comprendere le contraddizioni dell’epoca in cui era immerso, e con tutte le sue forze ha cercato titanicamente di venirne a galla, senza rinunciare a esplorare la propria identità. Citando le sue parole:

“L’artista è l’espressione della sua epoca, rivela un frammento della propria vita. E lo fa sempre attraverso una profonda esperienza vissuta.”

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