Tre aneddoti sul potere: Cesare Borgia, Talleyrand e Hailé Selassié

Questi sono tre aneddoti sul potere, un potere che si esercita in molti modi; qui si parla di un potere a modo suo “classico”, con una corte, intrighi e molto ingegno. E’ proprio di ingegno umano che si parla, di ingegno puro e semplice che si traduce in un ancor più semplice imperativo: essere sempre un passo avanti. Questi sono solo tre aneddoti sul potere, tre partite a scacchi.

 

“Il magnifico raggiro”

Cesare Borgia, detto il Valentino, figlio di Papa Alessandro VI, era prima di tutto uno stratega: che si parli di strategia politica o militare, poca differenza. Dopo una serie folgorante di vittorie sul campo di battaglia, i capitani del Borgia ordirono una congiura contro di lui proprio quando lo percepivano più debole, ossia in assenza dei soldati francesi e in preparazione per l’assedio di Bologna. I congiurati fomentarono diverse rivolte per tutta la Romagna. Dopo alcune battaglie vinte dai congiurati, Cesare li incontrò ad Ancona e si riconciliò con loro, avendoli “ricompensati” con doni e denaro. I congiurati, tuttavia, vollero tendergli una trappola a Senigallia, conquistata dalle truppe fedeli al Borgia tranne che per la cittadella, nelle mani di Andrea Doria. La trappola era tesa: fingendosi dalla parte di Cesare, i congiurati lo avrebbero stretto tra le mura e la cittadella, annientandone le truppe dopo averlo assassinato al banchetto di riconciliazione. Il figlio del Papa, però, lasciò Cesena con forze ingenti, dissimulandone il numero; egli sapeva della trappola dei congiurati e decise di ritorcergliela contro. All’alba del 31 dicembre 1502 Cesare raggiunse i sobborghi di Senigallia… salutati calorosamente i congiurati, certi di averlo in pugno, li invitò ad unirsi a lui per un banchetto a Palazzo Bernardino, occupato di nascosto da uomini fedeli al Valentino, capitanati dal temibile sicario Michelotto Corella: vennero tutti arrestati. Mentre nella notte le loro truppe venivano annientate, Oliveretto e Vitelli furono strangolati. Non sterminò tutti i congiurati assieme, alcuni li uccise senza clamore nelle settimane successive. La “strage di Sigonella” o “il magnifico raggiro” fu un esempio di sanguinario realismo politico rinascimentale, il capolavoro di Cesare Borgia, tanto ammirato dal Machiavelli.

 Tener testa a Napoleone

Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, conosciuto semplicemente come Talleyrand, fu un potente e abilissimo politico francese, tra i massimi calcolatori e conoscitori del carattere umano. Tutti lo dipingevano come un superbo conversatore, ma in realtà parlava ben poco, senza esporre apertamente le proprie idee, lasciando che gli altri facessero lo stesso con le loro. Rappresentante della Francia al Congresso di Vienna, riuscì ad esserne protagonista pur essendo tra gli sconfitti; di lui disse il barone von Stetten: “Monsieur Talleyrand spara un colpo di pistola in aria per vedere chi verrà alla finestra”, riferendosi alle sue “finte confessioni”, che servivano a sondare la reazione degli interlocutori per estorcerne informazioni diplomatiche. Nel gennaio 1809, un Napoleone affannato e ansioso lasciò la Spagna in preda a rivolte e alla guerriglia per tornare a Parigi e affrontare un complotto politico di cui era venuto a conoscenza da fonti attendibili: i protagonisti di questo complotto erano i ministri più potenti del suo governo, Talleyrand stesso e Fauché. Il grande generale non era un politico abile come siamo portati a pensare, e questo genere di macchinazioni lo metteva molto più a disagio di un campo di battaglia. Riunì tutti i ministri e iniziò un soliloquio sull’ esistenza di complotti e sull’ impossibilità a fidarsi degli amici, passando poi a minacce sempre meno velate: Talleyrand, però, seguiva il discorso dell’uomo più potente d’Europa con fare assente, appoggiato al caminetto, guardando fuori dalla finestra. Napoleone, furioso, lo affrontò apertamente, minacciandolo, gridando con l’intenzione di intimidirlo e spingerlo allo scoperto “Voi siete un codardo, un uomo senza fede; per voi nulla è sacro! Vendereste vostro padre, vi ho elevato tra i potenti e non v’è nulla che potreste fare per ferirmi! Vi dovrei spezzare come il vetro!” Paonazzo in volto, proseguì con violenti attacchi personali che imbarazzarono tutti i presenti, ma Talleyrand, impassibile, rispondeva un po’ perplesso dicendo che quegli argomenti tanto bassi avrebbero portato poca gloria a lui e all’ Imperatore. Dopo che Napoleone era uscito, furioso, disse ai ministri accigliati: “Che peccato, signori, che un grand’ uomo debba avere maniere così rozze”. Talleyrand sopravvisse al complotto con l’imperturbabilità, mantenendo la testa ben salda sulle spalle, pronta  a progettare futuri colpi di mano; nessuno come lui sapeva vedere tanto avanti nel tempo: Napoleone era in declino, e un vuoto di potere andava presto colmato.

 

La paranoia del ras

Hailé Selassié era un giovane piuttosto timido e introverso, molto tranquillo: nessuno si sarebbe aspettato che quel ragazzino gracile e silenzioso avrebbe un giorno unificato l’Etiopia sottomettendo uno ad uno i vari ras locali. Solo uno ancora resisteva al potere dell’Imperatore: Dejazmach Balcha di Sidamo. Questo potente ras,  grande guerriero e uomo estremamente intelligente, non riconosceva l’autorità dell’Imperatore e si teneva ben lontano da Addis Abbeba. Selassié lo invitò a presentarsi alla capitale più volte, e alla fine Balcha accettò, portandosi tuttavia dietro un grande esercito di  10.000 guerrieri. Selassié invitò Balcha ad un banchetto in suo onore quando questi si trovava a pochi chilometri dalla capitale, ma il ras non era per nulla uno sprovveduto e, dopo vari ripensamenti, decise di accettare portando però con sé una guardia di 600 soldati scelti: Selassié, con lo stupore di Balcha, accettò di buon grado, rinnovando l’invito gioiosamente. Il banchetto fu un successo per il ras, che venne servito e riverito dall’ Imperatore, molto disponibile e accondiscendente. Di ritorno verso l’ accampamento, il signore di Sidamo progettò l’attacco alla capitale ad opera del suo imponente esercito, ma l’armata e l’accampamento erano spariti. Mentre il suo avversario banchettava con lui, sicuro e protetto dalle sue guardie, Selassié aveva fatto circondare il suo esercito da uomini armati di ceste stracolme d’oro: i soldati erano stati minacciati e corrotti, le loro armi acquistate per molto denaro e poi dispersi. Balcha non si perse d’animo e fece dietrofront per assaltare la capitale con la sua guardia, ma la trovò ben presidiata. Selassié si dimostrò un temibile giocatore di scacchi, vincitore senza violenza (che pure aveva usato in passato): costrinse Balcha ad entrare in convento; le ultime parole del ras, prima che le pesanti porte legno si chiudessero, furono: –Non sottovalutare il potere di Tafari. Egli ha il passo di un topolino ma le fauci di un leone-

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