Tutto il contrario della bellezza

Nel momento in cui gli individui iniziano a considerare se stessi come cittadini del mondo e non più solo come figli di una nazione e di uno stato, nel momento in cui il singolo inizia a pensare a se stesso proiettandosi in un sistema più grande della sua quotidianità, nel momento in cui viene compreso come il microcosmo, risolto nel macrocosmo di cui è necessariamente sottoinsieme, scompare, paradossalmente si amplifica anche il sentimento di identità, la percezione di appartenere ad una comunità.
Ognuno conosce se stesso solo in funzione dell’altro, chiudendosi in sé sarebbe impossibile non perdere la propria personalità. Vivendo soli d’altronde in che modo avremmo esperienza di come ci relazioniamo in una collettività di simili? In che termini penseremmo a noi stessi? E con che mezzi?

La capacità di vivere in società accresce la concezione di sé e il suo significato, in termini ontologici quindi l’essere-nel-mondo amplia l’essere-in-sé.
I rapporti identitari sono pertanto legati alle relazioni che abbiamo col mondo esterno ed è proprio questo inestricabile mistero a far sì che noi vivendo ci sentiamo di esistere. E siccome l’identità non è vivibile senza la naturalità e la spontaneità della società, non è logicamente corretto agire in nome di un gruppo se agendo si esclude se stessi dagli altri. Non è accogliendo degli stranieri e il loro bagaglio culturale che un’identità si snatura o rischia di scomparire, al contrario, si accresce e si completa. Nessuna delle creolizzazioni avvenute nel mondo ha portato alla cancellazione di una delle sue parti, nessun meticciato ha portato a degenerazioni o squilibri nella popolazione mondiale. Le stesse etnie che si vantano della propria purezza devono in realtà la loro origine ad un ibridarsi di genti diverse con tratti somatici diversi che il caso ha portato nel medesimo luogo.

È sbagliato pensare all’identità come ad un qualcosa di fisso ed immutabile, tutto si trasforma, e cambiare attraverso lo scambio equivale ad arricchirsi, non a perdersi. Solo isolandosi si perde se stessi. L’effervescenza dei contatti e degli scambi è vivificatrice. Senza l’inebriarsi della condivisione nessuna civiltà avrebbe raggiunto la pienezza. Senza la competizione del confronto nessuna cultura avrebbe raggiunto lo splendore. Le identità che hanno resistito nel tempo sono quelle che sono state in grado di relazionarsi, cambiare e adattarsi: sono questi gli aspetti dinamici che le hanno rese durature.

I muri che si innalzano oggi non sono l’espressione di uno scontro tra culture o civiltà, ma tra povertà e abbondanza. Lo scontro fra civiltà non esiste, è solo uno dei tanti temi inneggiati e sfruttati dal populismo e dall’allarmismo. Nella storia delle umanità «le civiltà si conoscono, si frequentano, si cambiano e si scambiano in modo cosciente o inconscio» ormai da migliaia di anni. La purezza non esiste, nessun popolo può vantarne il possesso. La storia è stratificazione e nessuna cultura o etnia trascende il tempo e i cambiamenti che porta con sé. Ciò che minaccia le identità nazionali non sono le migrazioni, ma la standardizzazione dei consumi, gli ideali di purezza, di elezione, di preminenza e del diritto di ingerenza. Tutto il contrario della bellezza del movimento del mondo.

Oggi nessuna identità può esistere se non in relazione all’insieme di cui fa parte e non può avere futuro se non in questa apertura, armoniosa e bella.

2 pensieri riguardo “Tutto il contrario della bellezza

  • 26 Agosto 2017 in 4:23
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    Complimenti Reem.! Non avrei potuto esprimermi meglio a riguardo.

    Risposta
    • 25 Ottobre 2017 in 19:53
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      Grazie mille Sonia! 🙂

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