Un mese in Cile: la storia, l’identità, la percezione della diversità

Abituarsi a vivere in Cile è strano. Arrivi con la certezza dei robusti dati macroeconomici, degli indici di sviluppo socio-economico e di trasparenza democratica, quelle statistiche che leggi tra le righe degli atlanti geografici e di qualche paper universitario, e che metabolizzi a tal punto da convincerti che il Cile sia effettivamente quel dato, quell’indice, quella statistica. Nulla più. Un numero tra numeri.

Eppure, il primo impatto con il paese sudamericano è disarmante. Perché, al di là di tutto, ti rendi conto fin dal primo istante che non sei in Europa. E non solo perché devi trascorrere il primo giorno in un ufficio di polizia internazionale, in fila per più di sei ore, rimpiangendo Schengen e chiedendoti con un certo stupore perché così tanti africani abbiano scelto di viaggiare fino alla fine del mondo per cercare migliori condizioni di vita.

La diversità del Cile è in un paradigma di vita: nelle strade abitate dai cani randagi, “cani di tutti” e non “cani di nessuno”; negli appartamenti senza lavatrice, e magari anche senza forno; nei sacchetti della spesa che suscitano non poca ilarità nella commessa del supermercato che alla domanda “Ne posso prendere un paio?” alza le spalle come a rispondere: “E me lo chiedi?”, non sapendo che in Italia per i tre centesimi delle buste quasi quasi ci è scappata la rivoluzione; nei senzatetto che con organizzazione certosina popolano le veredas, i marciapiede, muniti di tenda da campeggio e vecchi mobili sdruciti.

Insomma, non siamo in Europa. Non che questo sia necessariamente un male. Senza giudizi di valore o di merito, è diverso. E proprio la percezione di questa diversità suscita dapprima un certo fastidio, poi stupore, e alla fine (dopo un mese, magari!), la normalità. Una normalità diversa, per l’appunto, e mi si perdoni l’ossimoro.

Vinti i primi preconcetti, messi da parte gli stereotipi che, volente o nolente, fanno parte di noi – noi intesi come genere umano, visto che non c’è cileno che leggendo il mio cognome non mi chieda se per caso sia imparentato col celebre mafioso italo-americano Al Capone- ci si può finalmente addentrare nella realtà di questa diversità, di cui ormai siamo parte integrante.

Innanzi tutto, colpisce il rapporto che i cileni, e forse i latinoamericani in generale, hanno con la storia e con la memoria. Due concetti apparentemente simili, che in un paese come il Cile assumono due significati diametralmente opposti.

Partiamo dalla storia. Andiamo in America Latina con la speranza di toglierci finalmente di torno quell’eurocentrismo che è la nostra delizia e, alle volte, anche la nostra croce, e alla prima lezione dei corsi di scienza politica o di economia ci viene proiettata davanti agli occhi una cartina dell’Europa del 1500. Si parla di pace di Vestfalia, di stati-nazione, del sistema del capitalismo e della rivoluzione industriale inglese. Solo allora, inequivocabilmente, comprendiamo che la storia dell’America Latina del 1500 è la storia d’Europa, le due esperienze coincidono a tal punto da risultare indistinguibili, una cosa sola. Percepiamo un’incredibile vicinanza, un percorso comune, che solo a partire dal XIX secolo troverà due vie alternative per svilupparsi. La diversità, o la percezione di essa, si assottiglia fino a diventare quasi un destino condiviso.

Ma in Cile, c’è anche l’aspetto della memoria. Le atrocità della dittatura sono ancora ferite fresche, difficili da toccare senza rischiare di far vacillare equilibri precari. Alla prima lezione di un corso sulla Storia contemporanea cilena, la docente chiede agli alunni: “Cosa vi hanno detto alle scuole superiori sulla dittatura?”. Le risposte, laddove vengono fornite, sono incerte, imprecise, a tratti titubanti. “Il professore non ha toccato l’argomento”; “I miei genitori sono stati perseguitati; io ascolto quello che mi dicono loro”; “Abbiamo preferito non parlarne: alcuni hanno le famiglie che erano da una parte, altri dall’altra. Non volevamo creare dissapori”. Parlare di una memoria così prossima, è qualcosa che a noi europei, per fortuna, non appartiene. Non nego di aver deciso di non seguire quel corso, perché mi sentivo fuori luogo, come se stessi violando un’intimità, stessi entrando in un ricordo che non mi apparteneva, che non è parte della mia identità.

L’identità. Ecco un’altra parola chiave della diversità di questa America Latina. Un continente in cui, all’incredibile omogeneità linguistica, fa da contraltare un melting pot variegato di etnie e di origini. Alle volte, i professori stessi hanno difficoltà a leggere i cognomi degli alunni, infarciti di pronunce tedesche, britanniche, italiane, basche, sino-giapponesi. Persone alte, con la carnagione chiara e gli occhi azzurri, siedono a fianco ad altre dai tratti indi, basse, col corpo robusto, gli occhi scuri e i capelli nerissimi. Tutti parlano in spagnolo (nella sua varietà cilena, molto rapida e complessa), nessuno mette in dubbio la chilenidad dell’altro. Una lezione che noi italiani, purtroppo, stiamo facendo così tanta fatica a comprendere, in un’epoca di proclami demagogici e di ricerca quasi scientifica di un altro da demonizzare.

Questo, in definitiva, è il Cile. Questo, e molto altro. Una diversità lunga e strettissima, protetta dalle imponenti Ande da un lato, e dall’Oceano Pacifico dall’altro. Una diversità da conoscere e da approfondire in modo propositivo e rispettoso. Perché solo alla “fine del mondo”, come raccontano i grandi miti dell’antichità, si riesce veramente a trovare se stessi.

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