Un mosaico di etnie

La sera del 25 giugno di 26 anni fa, Croazia e Slovenia proclamano la propria indipendenza dalla Jugoslavia. È questo l’atto iniziale delle guerre che portarono alla disgregazione e dissoluzione dello Stato Federale Jugoslavo e che, per la prima volta dal secondo conflitto mondiale, riportarono alla mente e davanti agli occhi di tutti lo spettro della guerra –e della pulizia etnica- in Europa.

 

MA FACCIAMO UN PASSO INDIETRO

Lo Stato Federale Jugoslavo non può essere considerato a tutti gli effetti un “sistema di tipo sovietico”, in virtù di alcune peculiari caratteristiche legate al suo processo di formazione -alla fine del secondo conflitto mondiale. Di fatti, a differenza di quelle che da lì a poco si sarebbero trasformate in repubbliche popolari, la Jugoslavia –come l’Albania- era riuscita a liberare il proprio territorio dall’occupante nazista senza attendere l’aiuto dell’Armata Rossa, il che costituì una enorme ipoteca per il futuro del paese: il leader della resistenza partigiana – il maresciallo Tito- giunse al potere non con l’aiuto di Mosca e dell’Armata Rossa, bensì attraverso una forte legittimazione popolare, il che diede al regime nascente la possibilità di muoversi con maggior libertà ed indipendenza nel nuovo contesto internazionale.

Contro i blocchi contrapposti della Guerra Fredda, Tito – assieme a Gamal Abd el-Nasser e Nehru- si fa promotore del “Movimento dei paesi non allineati”. Contro il modello di un’economia pianificata e centralizzata tipico dei sistemi di tipo sovietico, la Jugoslavia di Tito ne sviluppa uno che unisce economia aperta e autogestione -grazie alla quale sono i lavoratori stessi a prendere le principali decisioni a livello di impresa. Contro la classica centralizzazione dei sistemi di tipo sovietico, Tito dà un carattere decentralizzato e federale al paese, al fine di far fronte alla grande differenziazione e fragile convivenza etnica interne.

 

LA JUGOSLAVIA ALLA MORTE DI TITO

Se Tito era riuscito a governare il paese e preservare la sua unità grazie al suo carisma, dal 1980 –anno della sua morte- si inizia ad intravedere per la prima volta lo spettro della disintegrazione.

È sempre difficile -se non arbitrario- individuare un evento specifico o una causa scatenante quando si tratta di fenomeni così complessi, ma, senza dubbio, non è possibile comprendere la disgregazione jugoslava senza menzionare l’auge del nazionalismo serbo, abilmente sfruttato da Milosevic, come il Memorandum del 1985 dimostra –la tesi principale del Memorandum era che la ripartizione territoriale e di poteri tra repubbliche e province era stata ideata da Tito col chiaro obiettivo di contenere i serbi, che, da una parte, vedevano la propria sovranità limitata dalle province della Vojvodina e del Kosovo e che, dall’altra, erano oggetto di discriminazione nelle restanti repubbliche.

Milosevic, presentandosi come il difensore dei serbi oppressi, giocò la carta nazionalista per rafforzare il suo potere -prima- e per mettere in discussione l’apparato istituzionale e cambiare i rapporti di forza tra le varie repubbliche e province –poi. Emblematiche sono l’eliminazione della condizione autonoma delle province della Vojvodina e del Kosovo, la progressiva serbianizzazione dell’esercito e la messa in discussione della meccanica del sistema di presidenza collettivo e rotatorio ideato alla morte di Tito.

Dinanzi alla rottura del patto federale da parte della Serbia di Milosevic, prendono piede movimenti indipendentisti nelle due repubbliche più economicamente sviluppate e più occidentalizzate -Slovenia e Croazia- dove i referendum di autodeterminazione, rispettivamente del dicembre 1990 e del maggio 1991, si concludono con una netta vittoria dell’ipotesi separatista ed indipendentista. Di lì alla dichiarazione di indipendenza, arrivata il 25 giugno 1991 tanto in Slovenia che in Croazia, il passo è breve.

 

LA GUERRA

La risposta del potere centrale non si fece attendere: solo due giorni dopo, il 27 giugno, l’esercito jugoslavo invade la Slovenia, dando inizio alle guerre jugoslave. La dinamica di disintegrazione violenta della Jugoslavia segue un “percorso nord-sud”: si parte con la “Guerra dei 10 giorni” tra Serbia e Slovenia nel 1991, si combatte poi in Croazia tra 1991 e 1995 e in Bosnia tra 1992 e 1995, fino a che il conflitto si sposta in Kosovo nel 1998 e, infine, in Macedonia nel 2001.

In un decennio di conflitti, decine di migliaia di persone sono morte e quasi 2 milioni sono state costrette ad abbandonare le proprie case e fuggire. L’assedio di Sarajevo, il massacro di Srebrenica sono soltanto due –le più conosciute- delle molteplici tragedie che hanno caratterizzato questo conflitto. Pratiche che sembravano ormai confinate ad un passato lontano –come pulizia etnica, genocidio, stupro etnico e di massa– tornano ad imporsi e sono all’ordine del giorno. La pulizia etnica, è bene precisarlo, che non fu conseguenza, bensì obiettivo del conflitto stesso: la milizia serba operò infatti col chiaro obiettivo di “ripulire” e rendere etnicamente omogenee tutte quelle aree che, nelle altre repubbliche, vedevano la presenza di una maggioranza di popolazione serba.

 

LA REAZIONE DELLA COMUNITA’ INTERNAZIONALE

L’azione dell’Europa è stata descritta in maniera calzante dall’allora Ministro degli esteri croato Separovic come “troppo lenta, troppo indecisa, troppo blanda”. Di fatti, divorata da divisioni interne e in balìa degli interessi spesso conflittuali dei singoli stati, l’Europa non è stata capace di rispondere con una posizione comune a ciò che stava accadendo in Jugoslavia, nonostante il Trattato di Maastricht avesse cercato nel 1992 di istituzionalizzare una vera Politica Estera e di Sicurezza Comune con la PESC (il secondo dei tre pilastri costitutivi della nascente UE).

Ma in realtà la comunità internazionale tout court rimase a guardare: appare chiaro agli occhi di tutti che l’ONU non abbia agito con la stessa prontezza ed energia dimostrata con il Kuwait e l’Iraq, e si sia semplicemente limitata a difendere il principio di risoluzione pacifica delle controversie e condannare pulizia etnica e crimini di guerra; solo in un secondo momento sono infatti lanciate operazioni di peacekeeping e di soccorso umanitario sotto l’egida dell’ONU.

Dinanzi alla tragedia che si stava consumando alle porte dell’Europa, nessun agente esterno fu quindi in grado di –o realmente interessato a- fermare il processo. Pertanto, la disgregazione e dissoluzione jugoslava costituisce ancora oggi, dopo 26 anni, una ferita aperta per l’Europa e la comunità internazionale tutta.

 

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