Una società “macerata”

Macerata è una città delle Marche che sorge tra il fiume Chienti e il fiume Potenza, capoluogo dell’omonima provincia. Macerata, però, è anche un qualcosa che si lascia corrodere dall’acqua o da altro liquido, logorandosi fisicamente. Macerata nello spirito è una società che riesce a dividersi e, pertanto a corrodersi, di fronte a due gravi episodi di cronaca come quello di una ragazza che, scappata da una comunità di recupero, viene fatta a pezzi e ritrovata dentro due trolley e quello di un emarginato frustrato e fascista che utilizza questo episodio come pretesto per vomitare la sua rabbia ed uscire dall’anonimato. La gran parte della classe politica italiana ha utilizzato questi fatti di cronaca per farcire una campagna elettorale altrimenti priva di contenuti. In tanti hanno puntato il dito contro qualcun altro, nessuno, almeno per ora, ha indicato con quel dito la soluzione o le soluzioni, ma solo i colpevoli. Le condanne, però, le dovrebbero dare i giudici, i politici dovrebbero suggerire soluzioni e dividersi nel trovarle, non sembra andare proprio così. Ma cosa è successo a Macerata da farci macerare in questo modo?

Il 31 gennaio vengono ritrovati due trolley ai bordi di una strada della periferia maceratese. Vengono notate da un automobilista che chiama i vigili. Dentro c’è il cadavere fatto a pezzi di una ragazza. Iniziano le ricerche per capire chi possa essere questa ragazza e subito i sospetti si indirizzano verso una giovane di diciotto anni scappata due giorni prima dalla comunità di recupero PARS di Corridonia, Pamela Mastropietro. E’ lei la vittima. Accertata l’identità della vittima gli inquirenti cercano di ricostruire le ultime ore di questa giovane ragazza: scoprono che è scappata dalla comunità e che, poco dopo averne varcato il cancello, viene caricata in macchina da un quarantacinquenne disoccupato che abita nei paraggi. Pamela è senza soldi e senza cellulare, ha con sé solo un trolley dove ha messo le poche cose che è riuscita a prendere. Pamela probabilmente ha gli occhi tristi e arrabbiati di chi sta avendo una ricaduta, di chi è consapevole che si rifarà,  di chi dovrà rendere conto ai propri genitori di una decisione che quasi sicuramente non sarà condivisa. Pamela è confusa. Pamela è una ragazza di diciotto anni in evidente difficoltà, Pamela potrebbe essere la figlia di chi la fa salire in macchina. Per costui, invece, Pamela non è niente di tutto questo, Pamela rappresenta un’occasione: giovane, bella, con problemi di tossicodipendenza e, soprattutto, senza soldi. Pamela sono cinquanta euro e un passaggio alla stazione di Macerata. Quei soldi con i quali andrà alla ricerca dell’eroina e, di conseguenza, dei suoi macellai. Comprata l’eroina Pamela entra in una farmacia e chiede una siringa da cinque. La farmacista gliela rende, Pamela esce dalla farmacia, entra in casa del nigeriano Innocent Oshedagale e ne uscirà solamente cadavere. Di tutta questa storia, la siringa da cinque è il dettaglio che più mi colpisce. Con una siringa da cinque ci si inietta lo speedball (cocaina ed eroina insieme), anche se non sembra essere il caso di Pamela, poiché gli inquirenti sostengono che Pamela abbia comprato solo eroina, oppure con una siringa da cinque, profittando dell’ago più lungo, ci si può fare in zone nascoste, come l’inguine ad esempio. Probabilmente Pamela contava di ritornare in comunità o dai suoi genitori, in un posto dove avrebbe dovuto rendere conto delle sue azioni, in un certo senso, quindi, in un posto sicuro. Non ci tornerà, perché quel 30 gennaio Pamela incontrerà la morte. Forse per overdose, non reggendo un dosaggio al quale credeva di essere ancora abituata, o forse uccisa da uno di quei tre nigeriani messi in stato di fermo, che poi , stando alle indiscrezioni circa le indagini, la sezioneranno in maniera “apparentemente scientifica”, come comunicato dal procuratore capo Giovanni Giorgio. Strano come, dopo aver sezionato il corpo con tanta minuziosità, i suoi macellai abbandonino i trolley in bella vista, ma le risposte a queste domande spettano agli inquirenti. Mentre gli inquirenti tacevano e si impegnavano a risolvere il caso, nei social e nelle tv, così come nei bar, è iniziata la caccia al colpevole. Non c’è neanche bisogno di dirlo, ma un noto politico italiano, ne ha subito approfittato, come nel suo stile, per sostenere la sua linea politica d’intransigenza nei confronti degli immigrati. D’altronde chi aveva venduto la droga a Pamela Mastropiero era nigeriano e questo l’hanno appurato anche gli inquirenti, così come avevano appurato che i soldi per comprarsela glieli aveva dati un italiano, ma puntare il dito contro i nigeriani conveniva di più. Macerata, infatti, è una città che sta facendo i conti con l’immigrazione, ce ne sono molti e, ai tanti che si integrano, corrispondo anche alcuni che invece sono dediti allo spaccio. Eroina in particolare, eppure, come recita la più elementare legge del mercato l’offerta dipende dalla domanda. Nessuno però si è interrogato sul come mai, tutti preoccupati dal “difendere le nostre donne dall’invasione africana”, vi siano ancora uomini in Italia che fanno di una ragazzina in difficoltà un’opportunità da sfruttare e non una persona da aiutare. Nessuno si è interrogato sull’eroina, su come viene trattata la problematica, su come vengono gestiti i sert, che dispensano affidi di metadone con i quali i fruitori fanno i soldi per comprarsi altra eroina, su come vengono gestite le politiche del dipartimento antidroga (numerosi i casi di corruzione e gli scandali), sul perché tanti giovani sono ritornati a far uso di questa sostanza subdola, la sostanza del diavolo. Nessuno si è interrogato sull’emarginazione, sul disagio, sull’ignoranza che ancora investe il mondo della droga, nessuno si è interrogato sul fatto che una comunità non è solo il posto dove si va per riabilitarsi, ma la comunità è anche chi ti sta intorno, sempre. E intorno a sé Pamela il 30 gennaio ha trovato solo persone che non sono state capaci di aiutarla. Né di bianchi che di neri. E a fare a pezzi le persone, così come a non aiutarle, nella storia della cronaca di questo paese ci sono stati sia i bianchi che i neri. Sarebbe bastato così per Macerata, e, invece, vista anche la povertà del dibattito dal quale non potevano scaturire profonde riflessioni, tre giorni dopo qualcuno ha pensato di utilizzare questo grave episodio di cronaca come un buon pretesto per uscire dall’anonimato, e scagliare tutta la sua frustrazione contro delle persone che avevano il colore della pelle simile a quello dei macellai di Pamela Mastropietro. Come se una donna, sapendo dello stupro di un’altra da parte di un altro uomo che non sono io, venisse a spararmi mentre passeggio spensierato solo perché anch’io sono un maschio.

Luca Traini, infatti, la mattina del 3 febbraio, dopo aver sentito alla radio altri dettagli circa la storia di Pamela Mastropietro, decide di prendere la sua pistola e di andare a sparare alle persone di colore che avrebbe incontrato per strada. Ne ferisce sei: Wilson Kofi, 20 anni; Omar Fadera, 23anni; Jennifer Otiotio e Gideon Azeke, entrambi 25 anni; Mahamadou Toure, 28 anni e Festus Omagbon, 32 anni. Poi si reca nel posto dove hanno trovato i trolley con dentro il cadavere di Pamela, accende un cero con la foto di Mussolini e, stando a quello che dice lui, prega. Terminata la “preghiera” Luca Traini prende e va verso il memoriale ai caduti, parcheggia lì davanti e lascia la macchina aperta, con dentro la pistola. Indossa il tricolore come mantello, sale gli scalini del monumento, si gira verso la piazza, fa il saluto fascista e dice viva l’Italia. Come nella scena finale di qualche videogioco sparatutto. Per una volta Luca Traini esce dall’anonimato: è sulla bocca di tutti. Il “lupo”, come si fa chiamare, ha dimostrato di saper mordere. Lo arrestano, ai carabinieri dirà che voleva uccidere, non ferire, le persone alle quali ha sparato, tranne una, la donna. Per una volta Luca Traini è qualcuno, non gliene importa niente di passare la vita in galera, sicuramente per lui è meglio una vita in galera da protagonista che una vita passata ai margini. Perché Luca Traini era un fascista, e negarlo sarebbe grave, ma prima di essere un fascista Luca Traini era un emarginato che, al contrario di Pamela la quale voleva evadere dalla “comunità”, ci voleva entrare nella comunità che lo circondava. Voleva attenzioni. Ce l’aveva pure tatuato sulla mano, come a farla notare quella emarginazione, e chi invece vuole esserlo non ha bisogno di mostrare niente a nessuno. Non ha bisogno di scriversi addosso qualcosa per mostrarlo agli altri, gli altri li ignora. Ci aveva provato con la palestra, a forza di esercizi era diventato un gigante, uno forte, uno da rispettare. Poi, però, dicono quelli che lo hanno conosciuto, quell’ostentazione non gli bastava più per uscire dall’anonimato: magari in palestra c’era qualcuno che era diventato “grosso” come lui, ma che sapendo farsi meglio le sopracciglia e avendo un aspetto un po’ curato, gli aveva rubato lo scettro di “superpalestrato”. Così, per farsi notare, per identificarsi in qualcosa, aveva abbracciato in maniera ossessiva il nazifascismo. Si era tatuato un simbolo delle SS sul volto, e ogni mattina si vedeva allo specchio e sapeva chi era: un nazifascista. Aveva dato un senso alla sua emarginazione e anche un’identità. Ora era un emarginato perché faceva paura e non perché era uno sfigato. La morte di Pamela ha rappresentato il pretesto per uscire da questo anonimato e far paura a tutti.

La comunità di persone che circondava Luca Traini non si è adoperata a sufficienza per scongiurare questo finale tragico. Per farlo ragionare, per fare in modo che quella rabbia si tramutasse in energia positiva e non in un’adesione al nazifascismo. Addirittura disponeva di un regolare porto d’armi, uno che andava in giro così. Allo stesso modo la comunità di persone che ha circondato Pamela Mastropietro una volta che questa è uscita dalla comunità di recupero, non ha fatto nulla per evitare che finisse in braccio ai suoi carnefici: è uscita dalla Pars senza soldi ed è entrata a casa dei suoi carnefici con tutto il necessario per farsi, eppure in pochi hanno avuto il coraggio di affermare che i colpevoli siamo tutti noi, è la nostra indifferenza e il nostro egoismo, oltre a delle narrazioni politiche volte solo a generare odio piuttosto che soluzioni. Inoltre, se alcune di queste narrazioni attecchiscono così facilmente sull’opinione pubblica bisognerebbe rivedere, per chi crede nella solidarietà e in un mondo di diversi che possono convivere felicemente, il proprio modo di agire, le proprie narrazioni politiche che spesso si limitano a criticare quelle delle controparte, senza la concretezza di indicare quale sia il percorso giusto. Prima di dare la colpa a qualcuno mi sono chiesto se io ne avessi e mi sono risposto che ne ho, come penso che ne abbiamo tutti, se in delle realtà piccole come quella di Macerata, accadono queste cose. Nel mio piccolo cercherò di scovare i tanti Luca Traini che possono nascondersi tra le persone che incontro e, al posto di dargli dell’ignorante come avrei fatto in precedenza, proverò a riempire il loro vuoto con qualcosa di profondo, così come cercherò di comunicare alle tante Pamele che vincere certe battaglie è possibile, e più che la comunità, serve circondarsi di persone che ti amano e ti ricordano che farsi di eroina più che sbagliato è brutto, bello è invece vivere la vita nella sua pienezza e nella libertà.

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