Un’Europa che protegge

Il 1 luglio 2018 l’Austria ha assunto la presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione Europea, carica assegnata a rotazione ai vari stati membri e che manterrà fino al 31 dicembre di questo anno. Durante questo periodo, il compito dell’Austria non sarà limitato a coordinare gli incontri e le attività dei ministri dei 28 paesi dell’ue, di cui si compone il consiglio, bensì comprenderà anche la presentazione di una linea politica, con alcuni temi posti in rilevanza, che dovrà essere mantenuta come guida per il tempo in cui l’Austria rimarrà in carica.

Le priorità che l’Austria vuole tutelare durante il corso della sua presidenza, ovvero la gestione dei flussi migratori, la sicurezza e il rafforzamento delle frontiere esterne, sono chiari fin dall’incontro tra il Cancelliere austriaco Sebastian Kurz e il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, tenutosi a Vienna lo scorso 18 giugno. In questa occasione Kurz ha lanciato lo slogan “Un’Europa che protegge”, spiegando che sarà l’obiettivo finale a cui il lavoro svolto durante il semestre di presidenza austriaca deve tendere.

Partendo da questi presupposti, è molto probabile che l’Austria, che prima di assumere l’incarico poteva essere collocata a metà strada tra i renitenti Stati del gruppo Visegrad, restii ai criteri di redistribuzione e solidarietà nell’ambito delle politiche migratorie, e quelli dell’Europa occidentale (soprattutto l’asse franco-tedesco), più propensi a un sistema collaborativo, si avvicini sempre più alle posizioni dei primi piuttosto che dei secondi. E a solo nove giorni dall’inizio della presidenza, infatti, l’Austria ha già elaborato una proposta di modifica dei criteri per fare domanda d’asilo nei Paesi europei che può essere riassunta in questo modo: stop alle richieste d’asilo.

Il Ministro degli Interni austriaco, Herbert Kickl del Partito della Libertà Austriaco (Fpö), che ha presentato il documento, ha fato leva sul fallimento dell’attuale sistema d’accoglienza europeo, che non ha saputo tener testa all’ondata migratoria del 2015. Ha inoltre ribadito che i migranti che viaggiano verso l’Europa non hanno effettivamente bisogno di protezione, e che accoglierli serve solo a fare il gioco di “estremisti e terroristi”. La soluzione, secondo Kickl, sarebbe quella di creare degli hotspot, situati fuori dall’unione Europea e gestiti da organizzazioni sovranazionali come l’UNHCR, che identifichino le persone che davvero necessitano di asilo, e poi lasciare che siano i singoli membri UE a scegliere se e a quante persone concedere protezione. Siamo molto vicini alle posizioni di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, più favorevoli a un sistema di redistribuzione dei migranti solo se su base volontaria.

Secondo il dossier consegnato a Bruxelles, verrebbero accettate le persone che scappano da Paesi “vicini all’UE”, oppure che provengono da luoghi più lontani ma che non transitano in nessun “paese terzo sicuro” prima di raggiungere l’Unione. Paesi del Medio Oriente come Iraq o Siria, così come paesi africani quali Somalia ed Eritrea, da cui proviene un elevato numero di rifugiati, sarebbero dunque escluse dalla lista. Ma l’elemento che lascia più perplessi è il seguente: avrebbe la possibilità di procedere con la domanda d’asilo solo chi si adegua a “valori, diritti e libertà fondamentali dell’UE”. Secondo l’art. 2 della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, “ogni rifugiato ha, verso il paese in cui risiede, doveri che includono separatamente l’obbligo di conformarsi alle leggi e ai regolamenti, come pure alle misure prese per il mantenimento dell’ordine pubblico”. Nessun riferimento alla necessità di adottare i “valori” europei (qualsiasi cosa significhi). Ancora, con questa dichiarazione, l’Austria sembra più in linea con il primo ministro ungherese Viktor Orbán e la sua volontà di preservare la cristianità europea, piuttosto che con il tentativo di integrazione portato avanti da Francia e Germania.

Sorprendentemente è la stessa Germania, paese europeo ad aver accolto il più elevato numero di rifugiati (325.370 nel 2017) soprattutto grazie alla politica di apertura voluta dalla cancelliera Angela Merkel, ad avere ultimamente un significativo cambio di rotta. Già durante il Consiglio dei capi di Stato e di governo dell’UE, lo scorso 28 giugno, Merkel si è vista costretta ad adottare un approccio rivolto meno all’accoglienza e più alla sicurezza, per accontentare il Ministro dell’interno Horst Seehofer, leader dell’Unione Cristiano-sociale in Baviera (CSU), molto più rigido sul tema immigrazione. Alla fine del Consiglio, Merkel era riuscita a spingere per un maggior controllo e restrizioni dei movimenti secondari dei migranti, ovvero tutti gli spostamenti che si svolgono in seguito al primo arrivo in territorio UE. Ciò non è stato però abbastanza per Seehofer, che ha minacciato le dimissioni da leader della CSU e da Ministro dell’Interno, in quanto riteneva che il risultato ottenuto da Merkel non fosse equivalente al suo piano di chiusura totale delle frontiere. Merkel è ruscita ad allontanare rapidamente lo spettro della crisi di governo, raggiungendo un accordo con Seehofer già il giorno seguente e conseguendo una stabilità che sembra tuttavia molto precaria.

La presidenza dell’Austria sarà fondamentale in questo preciso momento politico, in cui la sicurezza nazionale e la difesa dei confini sembrano gli unici punti imprescindibili dell’agenda di governo di un numero crescente di paesi europei. Per il momento restiamo in attesa degli del summit della NATO, previsto l’11 luglio a Bruxelles, e del vertice tra i ministri dell’interno di Italia, Germania e Austria, in programma ad Innsbruck il 12 luglio, le cui previsioni sono tutt’altro che rassicuranti.

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