Unione Europea e populismo: un sogno infranto e le sue conseguenze

Nazionalismo e populismo costituiscono oggi due delle maggiori sfide che l’UE deve affrontare per la propria sopravvivenza ed evoluzione. Le europee del 2014 hanno infatti evidenziato la crescita di queste forze nella maggior parte degli Stati Membri, poi rafforzatesi giungendo a successi come la Brexit o il governo M5S-Lega. Tutto ciò, a mio parere, non può essere spiegato con un’esplosione di razzismo e/o analfabetismo funzionale tra gli europei. Credo, invece, che per provare a trovare una spiegazione a questi eventi bisogni indagare la storia del progetto europeo: storia, a mio parere, di un sogno infranto.

L’Europa di Spinelli e quella di oggi

Il Manifesto di Ventotene, mostra, ad esempio, come il progetto di Spinelli fosse completamente differente dall’Unione odierna: la «rivoluzione europea» viene teorizzata come «socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita» da ciò la necessità di garantire ad ognuno «il vitto, l’alloggio e il vestiario con il minimo di conforto necessario per conservare la dignità umana». Un’Europa dunque socialista guidata dal principio della «solidarietà sociale».

Oggi il principio guida della nostra Europa è invece la «concorrenza senza distorsioni» (Trattato di Lisbona). Oggi l’UE è costituita da un parlamento eletto direttamente dai cittadini ma privo del potere d’iniziativa legislativa, da una Commissione eletta in maniera fortemente indiretta la cui volontà può, in alcuni casi, scavalcare quella del parlamento; da una Banca Centrale avente enormi poteri ma non sottoposta ad alcun controllo democratico, da una moneta non appartenente a nessuno Stato, presa in prestito in cambio d’austerità, e da vincoli economici privi di fondamento scientifico secondo anche i loro creatori (si veda Guy Abeille per il vincolo del 3%). Sintetizzando: un terribile mix di poca democraticità e tanto liberismo che sottrae agli Stati importanti strumenti economici creatori di giustizia sociale e che drena ricchezza dal basso verso l’alto.

Le conseguenze: terra fertile per il populismo

Dimenticato Spinelli, secondo il quale «la proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio», si è dogmaticamente aderito alla «religione del libero mercato» (Hobsbawm) imponendo nuovi dogmi e generando le conseguenze di cui si nutrono i populisti. Tra queste il concentrarsi delle ricchezze con il 20% più ricco che guadagna 5 volte più del 20% più povero, con un indicatore Gini del 30.8 (Eurostat 2016), il 23,4% degli europei a rischio di povertà o esclusione sociale (Eurostat 2017), delocalizzazioni, salari che crescono molto meno della produttività, contrazione del welfare e strapotere dei mercati finanziari capaci di condizionare le scelte politiche di un governo democratico come recentemente accaduto in maniera molto evidente in Italia (M5S-Lega), Portogallo (BE) e Grecia (Syriza) costretti a rinnegare le proprie posizioni euroscettiche per assicurarsi la fiducia dei mercati.

La Grecia mostra bene il funzionamento dell’UE: austerità per abbattere il debito pubblico (problema creato mediante l’alienazione della sovranità monetaria) generante ulteriore miseria, così bisogno di nuovo debito e poi nuova austerità in un circolo infinito creatore di macelleria sociale: sanità privatizzata, 2,5 milioni di greci senza cure, potere d’acquisto – 25% in 10 anni e il 38% dei bambini a rischio povertà. L’elettore perde così fiducia verso i partiti tradizionali, specialmente quando sono quelli che dovrebbero difendere i lavoratori: dal PS di Mitterand, passando per il New Labour di Blair fino al PD e anche a Syriza, tutti associabili al «socialismo Lemmon» (Krugman).

Persa così distinzione tra destra e sinistra riguardo l’impostazione economica, nasce la contrapposizione popolo-élite dei partiti populisti e nazionalisti. Frasi come «il Parlamento è un’illusione ottica: tutto il potere legislativo, in ogni caso, è della Commissione a Bruxelles» (Mouvement pour la France) oppure «contro l’Europa dei banchieri e dei massoni» (Alba Dorata) riscuotono successo contro formule europeiste e liberiste. Pretendere cessioni di sovranità da parte di un popolo e ricompensarlo con l’austerità dunque non si rivela il miglior modo per guadagnarsi le sue simpatie.

L’UE e la globalizzazione liberale come libertà di comprare

L’UE, inoltre, porta con sé il principio della libera circolazione dei capitali assieme a quella delle persone, inserendo l’Europa nel quadro della globalizzazione. Quest’ultima è portatrice di molti aspetti negativi, nelle parole di Hervè Juvin: «la società politica liberale (…) spoglia di tutto ciò che fa dell’individuo un essere in carne e ossa con un passato, delle origini, dei legami, una terra e una storia, per renderlo fluido, liquido, mobile, indefinitamente». Spinelli sognava un’Europa in grado di far sì che le “libertà politiche potranno veramente avere un contenuto concreto e non solo formale per tutti”, si contrappone a questa formulazione la realtà odierna, dove, secondo Bauman, «in maniera crescente, deleghiamo la nostra libertà di scegliere alla sfera commerciale, disapprendendo così l’uso di tutte le forme li libertà, tranne la libertà di acquistare». L’individuo, quindi, privo di punti di riferimento, merce tra le merci, «apolide» (Fusaro), trova risposte nei partiti che contrappongono lo Stato, fonte d’identità e sicurezza, alle forze del mercato e alla cultura unica della globalizzazione. Esempio è dato dal gruppo di Visegràd, nel quale Orbàn, nel 2013, ripaga i debiti al FMI, lo invita a lasciare il paese e asserisce che è «una moda europea quella di tenere le banche europee in una posizione di sacra indipendenza. Nessuno può interferire con l’attività legislativa ungherese, nessuno al mondo può dire ai   rappresentanti eletti dal popolo ungherese quali leggi approvare e quali no».

Alcune proposte

Concludendo, dunque, credo che i populismi e i nazionalismi si nutrano del gap democratico caratteristico dell’UE così come delle conseguenze delle sue politiche economiche dogmaticamente liberiste. Per contrastare questi movimenti, quindi, vi è bisogno di porre rimedio ai problemi sopra evidenziati revisionando i trattati europei: abolire il Fiscal Compact, rendere la Banca Centrale Europea capace di finanziare la spesa pubblica degli Stati Membri (come la Fed) avendo come obbiettivo la piena occupazione, adottare politiche economiche espansive di tipo keynesiano (evitando però che esse diventino nuovi dogmi) e rendere la BCE responsabile dinanzi agli organi eletti dai cittadini. Inoltre vi è bisogno di dare maggiori poteri legislativi al Parlamento a scapito della Commissione ed andrebbero fortemente regolati i mercati finanziari evitando che essi abbiano un potere tale da influenzare le politiche degli Stati Membri la quale deve essere espressione della volontà popolare secondo il principio democratico. Queste credo siano le principali riforme strutturali per un’Unione Europea che voglia realmente avvicinarsi ai suoi cittadini e dinnanzi alla quale frasi come «l’Europa dei nostri sogni è morta. (…) La gente è sottoposta alla dittatura delle banche e della finanza» (Mèlenchon) possano suscitare solo ilarità e non amare riflessioni.

Sulla fattibilità o meno di tali riforme vorrei soffermarmi in un prossimo articolo.

BIBLIOGRAFIA

Barnard P. (2011), Il più grande crimine, edizioni Andromeda. Cima R. e Guidoni C. (2016), Geografia del populismo in Europa, fondazionehume.it.

De Benoist A. (2014), La fine della sovranità, Arianna Editrice.

Spinelli A. (1941), Il manifesto di Ventotene, senato.it.

2 pensieri riguardo “Unione Europea e populismo: un sogno infranto e le sue conseguenze

  • 16 Dicembre 2018 in 18:48
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    Condivido quello che hai scritto e mi sembra una analisi Ragionata. Sicuramente ci sarà un epoca di riforme. Non so quale sarà l’esito, ma sicuramente l’unione é fin troppo complessa e tecnicizzata. Non so se il risultato finale sarà un’ Unione più stretta o un ritorno alla semplice unione doganale, ma il tuo articolo riassume bene le contraddizioni dell’Unione dopo Lisbona e il fallimento della costituzione europea.

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  • 10 Gennaio 2019 in 0:35
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    Ottima analisi politologica delle contraddizioni e delle incoerenze interne all’Unione Europea. Aspetto con trepidazione l’articolo sulla fattibilità delle riforme in cui l’ideale dovrà inevitabilmente scontrarsi con il reale. Unico argomento non abbastanza sottolineato, a mio parere, nell’articolo è la differenza di contesti storico/economico tra quando l’Europa fu fondata e l’Europa post-crisi del 2007 (soprattutto in relazione alla crescita economica).

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