Usa-Cina: dal Venezuela al 5g, i fronti di una guerra (egemonica)

Esiste un elemento in comune che lega il Venezuela di Maduro, l’isola di Formosa nell’oceano Pacifico e un cellulare della Huawei. Sono tutte battaglie dello scontro globale tra Stati Uniti e Cina, che si avvicina ad una fase chiave del suo sviluppo: una seconda guerra fredda, forse; più probabilmente, un conflitto per l’egemonia mondiale.

Nel 2014, il politologo John Mearsheimer ha detto che la Cina non potrà crescere in maniera pacifica, e che nel corso della sua ascesa incontrerà gli Stati Uniti, ormai illusi di essere l’unica superpotenza globale. La battaglie di questo nuovo confitto saranno per il controllo di tecnologie, alleati ed aree strategiche. Tutti elementi ben visibili nelle cronache internazionali di questo inizio del 2019.

Venezuela, il teatro caldo – Sono molte le ragioni che hanno spinto la Cina a dare il suo appoggio a Nicolás Maduro contro il presidente ad interim Juan Guaidó. Da un punto di vista ideologico, più che il richiamo al comunismo, Xi Jinping pensa ad un potere che bilanci gli Stati Uniti nella loro sfera d’influenza tradizionale, le Americhe. Il predecessore di Maduro Hugo Chávez ha messo in piedi un’alleanza regionale ispirata al socialismo e all’anti-imperialismo che aveva nel petrolio la sua base economica. Nonostante la debolezza politica, questa coalizione ha rappresentato una spina del fianco dell’amministrazione americana, e un possibile cavallo di troia per la Cina, che del Venezuela è uno dei principali partner commerciali. Pechino ha ignorato le sanzioni contro il Venezuela imposte da Donald Trump, continuando a comprare petrolio dal Paese sudamericano. Da una prospettiva economica, commerciare con un Paese la cui valuta non ha quasi più valore consente al Dragone di ottenere petrolio in condizioni di quasi baratto, in cambio di tagli all’enorme debito venezuelano.

Taiwan, la prossima battaglia – Xi Jinping vuole annettere l’isola di Formosa, per una ragione di prestigio interno e per togliersi di mezzo gli Stati Uniti dall’area strategica cinese di riferimento. È possibile immaginare che la Cina stia preparando le condizioni ottimali per assorbire Taiwan, e che nei prossimi dieci anni Pechino metterà in atto una strategia pacifica per risolvere la questione a suo favore. Gli Stati Uniti hanno intensificato le relazioni militari e diplomatiche con la Repubblica di Cina, scatenando il malcontento di Xi. La situazione è connessa con quella venezuelana: i due teatri sono vitali per gli interessi delle due potenze nell’area nemica, ed è facile immaginare che un’azione di uno provochi la reazione dell’altro. Entrando nel terreno delle ipotesi, si può pensare che se gli Usa usassero il pretesto della missione umanitaria per entrare in Venezuela e rovesciare il regime di Maduro, la Cina si tirerebbe indietro o si limiterebbe all’appoggio logistico, pretendendo però che gli Stati Uniti facciano altrettanto riguardo alla questione taiwanese nel Pacifico.

 

Guerra dei dazi e 5g – La situazione economica globale, con lo spettro del rallentamento economico per entrambi i Paesi, impone una tregua sul rialzo delle tariffe doganali, che nelle intenzioni di Donald Trump passerebbero al 25% su oltre 200 miliardi di importazioni da Pechino. La guerra egemonica per sua natura non elimina le relazioni commerciali, ma impone un rapporto di conflitto anche nel determinare la politica economica verso il rivale. Allo stato attuale delle cose, rompere gli accordi è scomodo per entrambi, anche se i dazi vengono prorogati e mai aboliti. Un ulteriore terreno di battaglia spinoso è quello della tecnologia: la Cina è in assoluto vantaggio, grazie ai passi da gigante fatti da Huawei con il sistema di collegamento wireless 5g. La risposta da Washington è stata durissima: oltre all’arresto della dirigente del colosso della telefonia Meng Wanzhou, è stato proibito a dipendenti statali e forze di sicurezza di usare smartphone o tablet Huawei, per evitare atti di spionaggio. Gli Stati Uniti temono che la Cina posa invadere il loro territorio nazionale usando gli strumenti di ultima generazione, e senza ricorrere ai mezzi di guerra tradizionali. Una deriva della guerra egemonica che John Mearsheimer non aveva ancora saputo prevedere.

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