Venezuela: il collasso del “sogno bolivariano”

Del sogno di Hugo Chavez di un Venezuela fondato sui capisaldi del socialismo democratico, del nazionalismo di sinistra e dell’anti-imperialismo sta rimanendo ben poco. Le tensioni politiche e sociali, il blocco del prezzo del petrolio, la fine delle alleanze regionali e la crisi dei socialismi in America Latina stanno conducendo il Venezuela verso il baratro di una crisi  senza un’apparente via d’uscita.

Il Venezuela, paese del contrappunto andino, dal 2013 sta facendo i conti con una crisi di carattere economico e sociale che sta portando il paese nel caos generale e sull’orlo del lastrico. A gravare su questa situazione è di certo l’eredità delle manovre di politica interna ed estera di Hugo Chavez. Infatti, se da un lato il Caudillo ha sicuramente dato un volto nuovo alla Repubblica Bolivariana del Venezuela intervenendo sulle questioni interne in maniera rivoluzionaria e riformista, dall’altro non si può negare che, dopo la sua morte, alcune questioni politiche siano rimaste completamente irrisolte e lasciate nelle mani del suo delfino e successore, nonché attuale presidente della Repubblica venezuelana Nicolas Maduro.

Prima di arrivare a parlare del collasso del “sogno bolivariano”, è opportuno spiegare quali sono stati i punti salienti della sua creazione. Innanzitutto, i quattordici anni di governo chavista hanno ripreso il cosiddetto concetto di “bolivarismo”, ovvero  la visione storico-politica dell’America Latina del Libertador Simón Bolívar, il quale partecipò attivamente alle lotte per l’indipendenza di Venezuela, Colombia, Perù, Ecuador e Bolivia. L’idea principale è la creazione di un’unione politica dei paesi e delle società latinoamericane mantenendo sempre vivo e acceso il progetto della “Grande Colombia”.

Dopo il tentativo di golpe fallito nel 1992, Hugo Chavez aumentò la sua popolarità all’interno del paese in cui vi erano altissime soglie di malcontento della popolazione e di povertà, e in cui si respirava una forte insofferenza nei confronti dei due principali partiti politici che si erano alternati al potere durante i primi quarant’anni di democrazia venezuelana: Acción Democrática di orientamento socialdemocratico e il COPEI di stampo democristiano. Nel 1997 Chavez fondò il Movimento Quinta Repubblica e nel 1998 vinse le elezioni presidenziali. Il Caudillo estese il concetto di bolivarismo a quello di “chavismo” ovvero una visione fondata sull’anti-imperialismo, sul socialismo democratico del XXI secolo di origine marxista e guevarista e sul nazionalismo di sinistra. La sua visione ha avuto un ruolo fondamentale nei processi di integrazione regionale volti a svincolare l’America Latina dalle ingerenze statunitensi, nell’opposizione alle politiche neoliberiste, nell’idea della promozione di un determinato tipo di internazionalismo,  nell’estensione della funzione sociale della proprietà privata e nella nazionalizzazione delle imprese, il tutto all’interno di un forte stato sociale.

I caratteri rivoluzionari e riformisti della sua agenda politica, hanno garantito a Chavez quattordici anni consecutivi di governo. Ma dopo la sua morte avvenuta il 5 marzo 2013, alcune questioni cruciali sono rimaste aperte e irrisolte. L’inflazione ha avuto un aumento vertiginoso, il paese ha registrato un alto tasso di criminalità e da ultimo il Venezuela è caratterizzato da un’eccessiva dipendenza dalle risorse petrolifere. E’ proprio su quest’ultimo punto che il processo di diversificazione economica che avrebbe consentito di ridurre questa dipendenza non è mai stato avviato strutturalmente durante il governo chavista.

Ad aggravare la crisi venezuelana sono stati anche gli errori commessi dall’attuale presidente Maduro. Infatti, Maduro nelle elezioni presidenziali del 2013 ha vinto battendo il suo avversario Henrique Capriles con un vantaggio davvero minimo. Nelle elezioni parlamentari del 2015 però, il PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela) è stato battuto dalla MUD (Mesa de la Unidad) non ottenendo il controllo del parlamento. A pesare sul mandato di Maduro sono le oscillazioni del prezzo del petrolio e anche parte delle sue decisioni personali, come quella di allontanare molti dei principali collaboratori di Chavez, decisioni che hanno determinato un cambiamento della linea politica adottata in precedenza.

La crisi venezuelana soffre, inoltre, della crisi del blocco geopolitico su cui il Venezuela faceva perno che puntava ad avere una propria indipendenza politica ed economica a scapito degli Stati Uniti. Le maggiori forze socialiste, come in Brasile o in Argentina, che miravano ad avere maggiori margini di manovra rispetto al condizionamento statunitense hanno perso la propria influenza mentre in altri casi, come quello cubano, le forze socialiste si sono arrese alla necessità di fare affari con gli USA per poter sopravvivere. Ruolo fondamentale hanno giocato quindi anche le alleanze regionalistiche e, a tal proposito deve far riflettere anche la sospensione della presidenza venezuelana del Mercosur per non aver rispettato le norme della carta del mercato comune sudamericano né in termini di standard economici nè in termini democratici.

In conclusione, la crisi venezuelana si configura come una crisi economica, politica e soprattutto sociale, dominata da errori dell’attuale presidenza, dalla crisi dei socialismi latinoamericani e soprattutto dall’incombente eredità del “sogno bolivariano” non realizzato e che graverà sul destino del Venezuela ancora per molto.

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