Venezuela: golpe o difesa della democrazia?

Il 23 gennaio 2019 Juan Guaidó, a capo del parlamento venezuelano, si è autoproclamato presidente ad interim, con la promessa di guidare il paese verso nuove elezioni. L’annuncio, avvenuto durante una protesta antigovernativa convocata dall’opposizione nelle maggiori città del Venezuela, vuole essere un aperto atto di protesta contro l’attuale presidente Nicolás Maduro, accusato di illegittimità. Come risposta, Maduro ha incolpato gli Stati Uniti di aver appoggiato un colpo di stato e ha tagliato ogni relazione diplomatica con Washington. Il Venezuela precipita nel caos di una crisi politica che sta assumendo proporzioni sempre maggiori.

La domanda è: si tratta di un golpe o di un atto legittimo a difesa della democrazia?

Golpe ai danni di Maduro

Nicolás Maduro ha giurato per un altro mandato alla guida del paese il 9 gennaio 2019. È il diretto erede politico dell’ex presidente socialista Hugo Chávez, alla guida del Venezuela dal 1999 fin alla sua morte, avvenuta nel 2013. Da qundo Maduro è salito al potere, il Venezuela è entrato in una situazione di crisi socioeconomica sempre più profonda, tanto da costringere il presidente a dichiarare lo stato di emergenza nel 2016. Nel 2014 e nel 2017 la mobilitazione popolare è massima, con migliaia di persone che protestano contro il governo, e che vengono violentemente represse dalle forze dell’ordine. In questi anni il dieci per cento dei venezuelani emigra all’estero. La situazione degenera a partire dal 2017, con un tentativo di messa in stato d’accusa del presidente e il successivo trasferimento dei poteri del parlamento (in mano all’opposizione) all’assemblea costituente (controllata dal governo). Nel maggio 2018 Maduro viene rieletto, ma ad agosto viene coinvolto in un attentato, da cui esce illeso, e di cui incolpa l’estrema destra venezuelana, in collaborazione con Stati Uniti e Colombia.

Guaidó a difesa della democrazia

Juan Guaidó, 35 anni, è presidente del parlamento venezuelano dal 5 gennaio 2019. È stato tra i fondatori del partito di centro Voluntad Popular nel 2009, insieme alla figura chiave dell’opposizione Leopoldo López, agli arresti domiciliari dal 2017. Poco dopo la sua elezione, il 13 gennaio, è stato prelevato dal Sebin, il servizio di intelligence di Maduro, e rilasciato dopo un’ora. Guaidó, dopo essersi autoproclamato presidente, ha dichiarato di essere pronto a guidare il paese verso nuove elezioni democratiche, assicurando che continuerà a guidare le proteste contro Maduro fino a quando questi non avrà acconsentito a rinunciare al proprio mandato.

La posizione dell’esercito

Non sorprende che l’esercito sia così influente in Venezuela da essere tenuto necessariamente in considerazione in questa equazione. Sicuramente la presenza imponente delle forze armate nella società civile non è una novità nella storia comune dell’America Latina. Nell’area latinoamericana, gli eserciti sono meglio strutturati e più internamente coesi rispetto a quelli di altri paesi, e anche rispetto ad altre istituzioni (soprattutto quelle di governo) degli stessi stati: per questo, gli esponenti delle forze armate si sono sempre sentiti in qualche modo legittimati ad interferire nell’ambito politico-sociale, o quanto meno si considerano un fattore troppo pesante per essere ignorato. All’indomani dello scoppio della crisi in Venezuela, pareva che l’esercito si fosse schierato dalla parte di Maduro, il quale ha ribadito questo fatto convocando parate e manifestazioni. Nonostante ci siano stati sporadici episodi di ribellione da parte di soldati nei confronti di Maduro, fino a ieri non c’era stato nessun atto di aperta insubordinazione. In un video reso pubblico sui social, il generale Francisco Yánez dell’alto comando dell’aeronautica venezuelana è stato il primo ufficiale a riconoscere Guaidó come legittimo presidente del Venezuela. «Il 90% delle forze armate del Venezuela non sono con il dittatore, sono con il popolo del Venezuela» ha dichiarato Yánez nel video. Guaidó si è detto sicuro che ora molti altri esponenti dell’esercito seguiranno l’esempio del generale.

Possibili scenari

A prescindere da come si evolverà realmente la situazione in Venezuela, è chiaro che il Paese è giunto ad un punto di non ritorno. Secondo un articolo pubblicato su Internazionale, ad ora la crisi potrà evolversi in tre direzioni differenti.

  • Nuove elezioni – questa prima opzione è auspicata dalla maggior parte degli attori coinvolti, sia all’interno del Paese che a livello internazionale. Mentre Guaidó ripete che il suo ruolo è quello di guidare il Venezuela verso nuove elezioni presidenziali «trasparenti», Maduro si è detto disposto a convocare elezioni parlamentari anticipate quest’anno, mentre erano previste per il 2020. Indire nuove elezioni sarebbe la scelta più saggia anche per Maduro stesso, che eviterebbe in questo modo di rischiare l’isolamento internazionale.
  • Isolamento internazionale – questa seconda alternativa è più che plausibile, come risultato di blocchi commerciali e sanzioni economiche portate avanti dai sostenitori di Guaidó, soprattutto gli Stati Uniti. Maduro non teme eccessivamente questo scenario in quanto si sente forte dell’appoggio di potenze quali Russia e Cina; ma, mentre la Cina è attenta quasi esclusivamente al proprio tornaconto commerciale, la Russia non sarebbe disposta a mettere a repentaglio i propri rapporti con gli Stati Uniti, nel caso la situazione degenerasse, solo per sostenere il Venezuela.
  • Scontro militare – la terza opzione produrrebbe di certo i risultati più devastanti. Se l’esercito si dividesse tra i sostenitori di uno e dell’altro presidente, le ripercussioni che una guerra civile di questa portata avrebbe sulle condizioni già precarie del Paese sarebbe senza precedenti, dato che si considera già in atto una crisi umanitaria in Venezuela.

Dunque, golpe o lotta per la democrazia? La risposta potrebbe non apparire così semplice. Se, da un lato, è ampiamente riconosciuto il ricorso a brogli nella rielezione di Maduro, è anche vero che non è così impossibile pensare a un coinvolgimento degli Stati Uniti precedente all’autoproclamazione di Guaidó. Del resto, le ingerenze statunitensi nella politica del loro backyard latinoamericano fanno parte di una ormai lunga tradizione, che affonda le proprie radici agli inizi del secolo scorso e che ha prodotto risultati discutibili – basti pensare al sostegno statunitense ai regimi dittatoriali di Cile o Argentina, ad esempio. Tuttavia, non siamo più nell’epoca della guerra fredda, non stiamo parlando di strategie di contenimento e, nonostante la Russia abbia espresso la propria vicinanza a Maduro, è improbabile paragonare la crisi venezuelana attuale a episodi quali l’invasione della Baia dei Porci di Cuba.

Tralasciando l’interpretazione politica che si vuole dare alla vicenda, l’unica cosa certa è che un paese già in profonda crisi socioeconomica si trova ora in balia di un ulteriore collasso del sistema politico. Lo spettro di una guerra civile o del definitivo tracolo del Paese non è poi così lontano.

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