Venezuela: la fine di una democrazia?

Il Venezuela sta in questi mesi attraversando un’infausta situazione che sembra peggiorare di settimana in settimana, di giorno in giorno e che ha avuto importanti risvolti, soprattutto nell’ultimo mese. Come si è arrivati a tanto? Da dove ha avuto origine quest’escalation di violenza? Siamo forse verso l’inizio di una nuova dittatura? Per capire a fondo la situazione, non si può ignorare ciò che è accaduto nell’ultimo anno e mezzo.

La prima crepa della Presidenza Maduro la si può identificare con la colossale disfatta subita in occasione delle elezioni parlamentari nel Dicembre 2015, che hanno consegnato il Parlamento venezuelano nelle mani dell’opposizione. Da quel momento, Maduro resta saldo al potere esclusivamente grazie all’atteggiamento compiacente dei militari e al perdurare dello stato di emergenza e non potrebbe essere diversamente, considerata la sua cronica incapacità di affrontare i gravi problemi che affliggono il Paese, primi fra tutti la crisi economica e la crisi umanitaria che ne è seguita. Per questo motivo, lo scorso marzo il Parlamento ha approvato a larghissima maggioranza una mozione per la messa in stato d’accusa del Presidente. In un paese « normale », questo rappresenterebbe l’epilogo di un’infelice esperienza, ma non qui. Maduro, infatti, forte del suo ferreo controllo sull’apparato istituzionale (che si estende anche ai membri del Tribunale Supremo di Giustizia), ha giocato la sua contromossa: alla fine di marzo, la Suprema Corte ha emesso una sentenza che esautora il Parlamento delle sue funzioni, concedendo al Presidente i pieni poteri.

Fortunatamente tale sentenza ha avuto vita breve, soltanto grazie all’intervento della Procuratrice Generale, Luisa Ortega Diaz, che l’ha condannata pubblicamente bollandola come « una chiara rottura dell’ordine costituzionale ». Maduro non ha potuto ignorare il prestigio di cui gode la Diaz non solo presso il pubblico, ma anche fra i suoi stessi sostenitori e convocando nottetempo i membri del Tribunale Supremo, li ha spinti a revocare subito la sentenza.

Ulteriore elemento di preoccupazione è la poca simpatia che il leader venezuelano sembra provare nei confronti delle elezioni. Nel 2016, infatti, avrebbero dovuto tenersi le elezioni amministrative ma sono state misteriosamente rimandate. Allo stesso modo, Maduro ha rallentato di molto le procedure amministrative per la presentazione delle candidature, da parte degli avversari politici, per le prossime elezioni presidenziali, previste per il 2018, spingendosi fino a non permettere loro di tenere i propri comizi elettorali. La pesante sconfitta del Dicembre 2015 è ancora viva nella sua mente, al punto di spingerlo a cercare di mantenere il potere il più a lungo possibile, evitando ogni possibile confronto elettorale con l’opposizione, per paura dell’inevitabile sconfitta che ne deriverebbe e che è già stata ampiamente preannunciata. Questi sconcertanti episodi hanno provocato numerose manifestazioni contro il Governo, che ormai, da aprile, sono all’ordine del giorno e hanno scatenato la dura repressione da parte delle forze governative, coadiuvate dai colectivos, bande armate di origine chavista che più volte si sono opposte con violenza ai manifestanti. Secondo il più recente aggiornamento del Ministerio Publico, il numero delle vittime dall’inizio degli scontri è 112 (dati di fine Luglio) e purtroppo è destinato ad aumentare.

Il 28 luglio è accaduto ciò che tutti temevano: per debilitare l’opposizione, il Governo ha sospeso e vietato tutte le manifestazioni pubbliche e chi violerà il divieto sarà arrestato, rischiando dai 5 ai 10 anni di carcere. I leader del Mud, la coalizione dei movimenti d’opposizione, hanno annunciato che non si faranno scoraggiare, mettendo in calendario una nuova ondata di proteste, ma le forze di polizia e i colectivos stanno rispondendo con sempre maggiore violenza. La situazione sta ormai superando il punto di non ritorno e si sta trasformando in una guerra civile a bassa intensità, mista all’anarchia che ormai dilaga ovunque nel Paese.

Le reazioni della Comunità internazionale non si sono fatte attendere: l’Osa (l’Organizzazione degli Stati Americani) sta ideando un progetto di risoluzione diplomatica della crisi, ma il Governo di Maduro ha fatto sapere che non tollererà ingerenze straniere, ragion per cui Caracas ha iniziato le procedure per uscire dall’Organizzazione. Il Mercosur ha sospeso il Venezuela per il mancato rispetto della « clausola democratica » per decisione dei ministri degli Esteri di Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, che si sono incontrati a San Paolo appositamente per discutere la delicata questione: hanno minacciato che la sospensione diventerà definitiva se il pieno ordinamento democratico non sarà ripristinato.

La posizione dell’Unione Europea è espressa in una risoluzione del Parlamento Europeo in cui si condanna la brutale oppressione contro le proteste pacifiche, mentre gli USA hanno definito il Venezuela un fattore di destabilizzazione nel Sud America e hanno richiamato in patria i familiari dei diplomatici presenti a Caracas, segno evidente che si teme il peggio.

Una flebile luce di speranza sembrava provenire dalla Santa Sede: il Pontefice si è reso disponibile per un’opera di mediazione fra il Governo e le opposizioni a patto che vengano rispettate alcune condizioni, come la presentazione di un calendario elettorale chiaro e vincolante, la restituzione dei poteri al Parlamento, il permesso per l’arrivo di assistenza sanitaria internazionale e la liberazione di tutti i prigionieri politici. L’intransigenza di Caracas, però, ha spento velocemente quella luce.

Una crisi che in origine era fondata sul petrolio, il cui crollo da 100 a 40 Dollari al barile ha affossato la debole economia venezuelana, che identificava in esso la sua principale fonte di sostentamento (il petrolio rappresenta il 95% del Pil del Paese), si è trasformata in una crisi prima umanitaria e poi politica. Umanitaria in quanto scarseggiano i beni di prima necessità, i supermercati sono vuoti, l’inflazione è galoppante (supera il 1000%), i tassi d’interesse superano il 40%, mancano le medicine di base, quelle salvavita e persino le attrezzature base: diverse inchieste hanno rivelato che mancano persino i guanti sterili, che in alcuni ospedali i medici devono usare i loro smartphone per guardare le lastre e che i chirurghi sono costretti a lavarsi le mani con l’acqua gassata o addirittura l’acqua tonica.

La decisione del Governo di riservare tutto il petrolio al mercato straniero ha reso l’energia idroelettrica una scelta obbligata per produrre energia, ma a causa della forte siccità che ha colpito il Paese negli ultimi mesi, la fornitura di energia è stata colpita duramente e il razionamento è stato inevitabile, così come le misure prese, definibili tuttavia a dir poco inverosimili: spostamento degli orologi di mezz’ora in avanti e dipendenti pubblici che lavorano solo due giorni alla settimana per risparmiare energia elettrica. Come se tutto ciò non bastasse, il Governo, pressato dai debiti, non ha potuto che cominciare a vendere le riserve di oro per cercare di arginare i danni, ma la situazione non potrà andare avanti ancora molto, basti pensare che la Banca Centrale venezuelana non ha più neanche i soldi per far stampare nuovo denaro, poiché il costo della carta su cui sono stampate le banconote è più elevato del valore delle banconote stesse.

Il passo da crisi economica e umanitaria a crisi politica è stato breve a causa dell’incapacità di Maduro di risolvere i problemi e dell’inconsistenza della sua leadership, mai stata all’altezza del suo predecessore, Hugo Chávez, che ha goduto di un vastissimo seguito fino quasi alla fine dei suoi giorni.

L’unico modo che gli è rimasto per conservare il potere è, quindi, il perdurare dello stato d’emergenza, peraltro senza l’approvazione del Parlamento e l’addossamento della colpa della crisi alle potenze straniere e al capitalismo. Il vuoto di legittimità e di consenso nei confronti del Governo, risultati quanto mai evidenti in seguito al già citato disastro elettorale del Dicembre 2015, è stato « colmato » da un presa sempre più ferrea sulle istituzioni democratiche fino a soffocarle del tutto. Il colpo di grazia è stato inferto dall’elezione (illegittima) di un’Assemblea Costituente, con poteri straordinari, voluta da Maduro per avere concessione legale di molti più poteri, il totale smantellamento del Parlamento e, in definitiva, riformare in senso più autoritario la costituzione scritta all’alba del nuovo millennio da Chávez in persona e da lui stesso definita « la più bella del mondo ».

Il Venezuela sta sicuramente attraversando un travagliato e oscuro periodo di transizione e solo il tempo potrà dirci se ci troviamo di fronte all’inizio di un nuovo regime autoritario o se alla fine prevarrà la democrazia, ma ciò che è certo è che, come disse, il Padre fondatore della Nazione, Pablo Bolivar: “È più difficile mantenere l’equilibrio della libertà, che sopportare il peso della tirannia”.

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