Vi invitiamo a partecipare: un anno e mezzo di Atlas

1 anno e mezzo di attività, 430 articoli pubblicati sul sito. Pagina Facebook, account Instagram e profilo LinkedIn. 2 rubriche, 32 redattori, 1 analista, 2 PR e 1 grafico.

Sarò sincera: non è facile far parte di una redazione così attiva ed appassionata, principalmente se ne sei membro sin dall’inizio. È difficile mantenere l’entusiasmo per periodi prolungati e spesse volte diventa quasi piacevole abbandonarsi alla leggerezza dell’indifferenza. Eppure non sei da solo, si è insieme e c’è un gruppo di persone a cui rendere conto. Ed è qui che deve intervenire la dedizione, è qui che bisogna sforzarsi e mantenere l’impegno preso, perché altrimenti i progetti non verranno mai portati a termine e le risorse impiegate fin ora andrebbero sprecate.
È facile creare qualcosa, è difficile però portarlo avanti e contribuire alla sua crescita. La questione dell’ereditarietà è una problematica intrinseca alla nascita di ogni progetto ed i quesiti che porta con sé non sono certo pochi: fino a quando potrò davvero partecipare? Cosa faremo dopo? Cambieremo in meglio o in peggio? Chi gestirà la redazione? Chi la pubblicazione? Chi controllerà la qualità degli articoli? È un lavoro destinato a morire o a vivere nel tempo?

L’entusiasmo si mantiene con i traguardi, e i traguardi si raggiungono tramite l’impegno. Con tutti gli stimoli e le responsabilità che uno studente universitario fuori sede ha diventa però complicato tener fede alle attività trasversali intraprese parallelamente allo studio. Come si fa, dunque, a tener vivo l’impegno? Credo che una buona risposta possa essere tramite la promozione della partecipazione culturale: Atlas – e come noi tutte le associazioni giovanili – deve capire come intercettare in maniera efficace il pubblico disincantato che ha davanti e, purtroppo, deve farlo senza troppi aiuti da parte delle istituzioni pubbliche grazie a cui, in fondo, è nato.

Nel nostro primo articolo sul blog, Marco Maria Capponi, il fondatore di Atlas, aveva evidenziato le problematiche da gestire nel contesto universitario attuale da parte di una redazione online appena nata: «al momento della sua nascita, il nostro blog, come qualsiasi altro progetto giornalistico che venga approcciato con serietà, si trova a dover analizzare due tipi di problemi. Il primo è quello dell’individualismo, un male endemico della società contemporanea, che purtroppo si insinua con prepotenza anche nel nostro ambiente universitario. […] c’è un secondo problema di fronte al quale il nostro blog viene a trovarsi: quello dell’informazione. Siamo bombardati dalle informazioni. […] Il che significa che la parola d’ordine in ogni momento dovrà essere la ricerca delle fonti».
Marco riteneva che le grandi sfide da affrontare fossero la tendenza individualista-autoreferenziale imperante tra gli studenti forlivesi degli ultimi anni e la mancanza di informazioni affidabili e ben documentate, ma adesso, un anno e mezzo dopo, posso dire con certezza che le difficoltà per associazioni come la nostra sono altre: un format divulgativo come quello di Atlas non fa grande presa sul pubblico a cui cerca di parlare, ed è questa la grande sfortuna, anche perché la maggior parte degli universitari in questa città frequenta facoltà legate alla Scuola di Scienze Politiche. In un anno e mezzo abbiamo pubblicato 430 articoli che corrispondono a più di 3000 ore di lavoro collettivo, eppure per quanto accurati e oggettivi fossero non hanno suscitato un grande dibattito. L’individualismo è certo una problematica urgente e attuale della collettività globale, ma forse più che leggerlo come un fenomeno dettato dalle effimere aspirazioni di gloria della società liquida in cui viviamo conviene interpretarlo diversamente. Credo fermamente che l’ambiente in cui studio abbia una portata creativa esponenziale, eppure la maggior parte delle persone che incontro tende a fare il suo e nulla di più. Perché?

Forse la paura e il timore di partecipare attivamente gioca un ruolo più importante di quel che generalmente si è portati a pensare. Essere disposti al confronto e allo scambio non è più un’inclinazione che va per la maggiore. Certo non penso che Atlas possa cambiare radicalmente la situazione attuale, in fondo non siamo che una delle tante redazioni universitarie online, ma è bello che fra quasi 40 persone circolino periodicamente un sacco di idee e di entusiasmo. È bello che ognuno di noi abbia ogni tre settimane qualcosa da scrivere e da condividere, perché se quasi 40 persone si prendono l’impegno di farlo l’ambiente in cui stanno non può che essere più creativo, stimolante e coeso.
La partecipazione è importante e crea un grande senso identitario, ma non la si può promuovere laddove non viene ricercata e richiesta.

Ebbene, ad un anno e mezzo dalla nascita di Atlas mi pongo la medesima domanda di Marco: cosa possiamo fare noi, con il nostro blog, per provare ad uscire da questo circolo vizioso?
«Cercare di offrire un’informazione libera, non strumentale e, soprattutto, ben documentata» non è stato abbastanza: Atlas deve certo concentrarsi sulla creazione di uno spazio di libera informazione, ma deve ancor di più investire sulla promozione di una partecipazione attiva, fluida, dinamica e interessata del proprio pubblico di affezionati. Atlas deve ora dare vita ad una piattaforma di libero scambio e confronto che operi online e sul territorio, solo così potrà sopravvivere alla questione dell’ereditarietà, solo così potremo davvero essere sicuri di aver portato a termine il nostro progetto.

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