Vice: al cinema il racconto del cinico Dick Cheney che evoca il Divo di Sorrentino

Un uomo viene arrestato in stato di ebbrezza su una strada di Casper, Wyoming. Qualche decennio dopo, quello stesso uomo sarà vice-presidente degli Stati Uniti, e dalla sua posizione di potere imperfetto, uomo nell’ombra di George W. Bush, darà avvio all’attacco in Iraq, una delle pagine più subdole della storia americana. Quell’uomo è Dick Cheney, così come viene presentato da Adam McKay nella prima scena di Vice-L’uomo nell’ombra, nei cinema italiani dal 3 gennaio.

Con Vice, l’America ha scoperto di avere un suo Divo. È infatti facile scorgere nella narrazione biografica di questa eminenza grigia della politica americana una lettura dell’uomo di potere cinico e senza scrupoli molto simile al Giulio Andreotti proposto da Paolo Sorrentino nel suo capolavoro del 2008.

Interprete eccezionale della figura di Cheney, un Christian Bale trasformista, in grado di prendere peso per calarsi nei panni dello spietato politico, reso cieco dal potere per il potere, in grado di percorrere un cursus honorum anch’esso imperfetto: da ubriacone che lavora sui tralicci dell’alta tensione a stagista alla Casa Bianca a Capo di Gabinetto a Segretario della Difesa. Tutto per una promessa fatta a sua moglie: o cambi vita, o ti lascio per sempre.

Un po’ come Toni Servillo nei panni del Divo Giulio Andreotti, Chrisitan Bale viene acconciato con un make-up estremo, a tratti irreale, che permette allo spettatore di esorcizzare quello che il suo personaggio rappresenta: il Male assoluto e totale, sul quale si può provare a scherzare ma ricordando sempre la sua natura.

Vice non vuole essere un film d’inchiesta, ma una biografia grottesca, in cui il terribile viene declinato nell’eccesso: il vice-presidente che nasconde le peggiori nefandezze verso l’Iraq dietro strampalate teorie giuridiche sull’onnipotenza del potere esecutivo ricorda fin troppo bene l’Andreotti del discorso sul potere rivolto alla moglie Livia. La barbarie in Medio Oriente presentata come un menù alla carta al ristorante fa eco alla scena dello skateboard in Parlamento che evoca la strage di Capaci.

La potenza di McKay, così come quella di Sorrentino, è nel non detto: il bacio tra Andreotti e Totò Riina, la riunione misteriosa con i petrolieri dai volti coperti. I sottotitoli, i flashback, le spiegazioni quasi-interattive sfondano la quarta parete ricordando allo spettatore che i registi stanno sì giocando, ma con il Demonio in persona.

Sia Andreotti che Cheney sono circondati da individui caricaturali, senza freni inibitori. Carlo Buccirosso che interpreta Paolo Cirino Pomicino è un po’ come Steve Carell nei panni di Donald Rumsfeld, prima mentore di Cheney e poi Segretario alla Difesa durante la presidenza Bush: entrambi fanno della volgarità la loro cifra espressiva. Tutti i personaggi secondari creano un contorno da baccanale, trasformandosi in satiri più che in politici. Esempio estremo di questa narrazione, il presidente George W. Bush (Sam Rockwell): marionetta nelle mani di Cheney, indolente nella sua incapacità, privo di qualsivoglia mordente.

Tra le differenze più evidenti, spicca il fatto che il surrealismo del Divo viene mitigato dal suo contraltare americano, che rimane abbastanza ancorato ad un filone biografico. Anche il personaggio femminile, la moglie di Cheney Lynne (Amy Adams), assume in Vice una rilevanza maggiore di quello di Livia Danese nel Divo, conquistando a tratti addirittura una veste da comprimaria, in stile House of Cards.

Rimane comunque la straordinaria analogia di un racconto della politica grottesco e dissacrante, in entrambi i casi volto a denunciare l’eccesso di una professione che diventa a tal punto autocelebrativa e cinica da dimenticare la sua missione fondante, passata sotto traccia con maestria da entrambi i registi.

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