Vincitori e Sconfitti: un’America divisa

VINCITORI …

DONALD TRUMP. Contro tutte le aspettative, Donald Trump vince le elezioni presidenziali e da gennaio sarà il 45° presidente degli Stati Uniti d’America. Il candidato repubblicano si è imposto con 306 grandi elettori su 270 necessari per arrivare alla casa bianca. Favorito dal sistema elettorale americano, dove il presidente non è eletto direttamente dai cittadini bensì da un collegio di grandi elettori, Trump è riuscito ad aggiudicarsi gli stati giusti per passare in vantaggio su Hillary Clinton che, con 232 grandi elettori a suo favore, è stata sconfitta nonostante abbia ottenuto la maggioranza dei voti popolari. Imprenditore di successo e celebre personaggio televisivo, il tycoon si impone in queste presidenziali con i suoi modi diretti e le sue strategie aggressive che gli procurano ampia visibilità sui giornali di tutto il mondo. Schierato in difesa della classe lavoratrice e contro la continuità dell’establishment di Washington, il miliardario newyorkese ha saputo cavalcare abilmente l’onda di frustrazione dei milioni di cittadini “dell’America di mezzo”, che soffrono la precarietà e la dequalificazione dei propri posti di lavoro, a causa soprattutto della globalizzazione. La sua strategia è stata quella di rievocare i principali capisaldi del populismo di destra. Guidata dallo slogan “Make America Great Again”, la sua campagna elettorale si è contraddistinta per un revival nazionalista e posizioni fortemente isolazioniste: limiti all’immigrazione e protezionismo commerciale sono i temi che lo hanno fatto vincere. Dichiaratamente in favore del libero utilizzo delle armi da fuoco, non crede al cambiamento climatico e vuole sottrarsi dagli accordi presi alla Conferenza di Parigi sul clima. Le sue dichiarazioni estremiste hanno suscitato la simpatia dei leader autoritari Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan mentre, d’altra parte, hanno acceso aspre polemiche in tutta l’America e non solo.

LA MIDDLE CLASS. La mappa del risultato elettorale mostra come le periferie hanno schiacciato i grandi centri urbani schierandosi in blocco a favore di Trump. Gli elettori di The Donald si prendono la loro rivincita, ricordando al resto dell’America che loro esistono e che “qualcuno finalmente ha ascoltato le voci di chi finora è rimasto inascoltato”. Tra questi americani è diffusa la sensazione di essere giudicati dall’alto in basso dalle élite delle metropoli che, agli occhi di questi elettori, incarnano gli ambienti dell’alta finanza e sono gli unici a beneficiare dei favori del governo. Si tratta di un’America rurale, che crede nel sogno americano fatto di duro lavoro e bassa istruzione, che vive in comunità chiuse dove il cambiamento demografico non è un problema fintanto che rimane fuori dai loro confini. È difficile credere che sia avvenuto un processo di identificazione tra questi piccoli centri e un miliardario arroccato in un grattacielo di Manhattan, ma è ancora più difficile comprendere come l’opinione di questi americani sia rimasta un segreto fino al risultato delle elezioni. Donald Trump ha investito molto in queste zone dell’America profonda, dove i suoi slogan e le sue soluzioni semplici a problemi complessi – come l’erigere un muro al confine col Messico –  potevano essere accolte senza troppe perplessità. Ha promesso loro occupazione, protezione e riscatto sociale, in cambio ha ottenuto il loro silenzioso sostegno.

SOCIAL NETWORK E POPULISMO. “I social network sono un mezzo di comunicazione meraviglioso”, ammette lo stesso Trump in una intervista. Tuttavia, secondo l’autorevole Oxford Dictionary, siamo da poco entrati nell’Era definita “Post-truth”, dove i fatti obbiettivi sono meno influenti sull’opinione pubblica rispetto agli appelli emotivi e alle convinzioni personali. In particolare l’informazione diffusa attraverso i social network si pensa abbia in gran parte determinato questo cambiamento nel mondo dell’informazione e per questo abbia anche influito notevolmente sulle elezioni cruciali degli ultimi dodici mesi: referendum britannico sulla Brexit e le presidenziali americane. Nella corsa alla Casa Bianca i dati di fatto sono stati sommersi da scandali e accuse, spesso prive di riferimenti reali, che oltretutto hanno tolto spazio ad una chiara esposizione dei programmi politici. È stato più importante arrivare alla “pancia” della paese piuttosto che al “cervello”. Lo spazio offerto dai social network, oggi divenuti mezzo di informazione privilegiato da gran parte della popolazione, si presta ottimamente ad una campagna elettorale dove, slogan semplificativi e affermazioni libere da qualsiasi controllo di veridicità possono diffondersi ad un pubblico molto ampio, senza essere messi in discussione efficacemente. Lo stesso Trump si è esposto molto sulla piattaforma Twitter per diffondere le sue provocazioni e le sue affermazioni demagogiche, risultate molte volte inappropriate per una campagna presidenziale. Ancora una volta dunque, di fronte alla crisi economica, alla globalizzazione e a i cambiamenti sociali che essa comporta, l’appello populista è riuscito a fare breccia nel cuore della gente attraverso nuovi sistemi. Le promesse di rigenerazione “dei bei tempi passati” e il richiamo nazionalista ad un insieme di valori comuni, escludenti verso chi non ha specifici legami di appartenenza con il territorio, sono però gli stessi di un tempo, utilizzati in precedenza da leader populisti rimasti nella storia. Come allora, questa demagogia divide la società tra chi sta dentro e chi sta fuori e, a patirne maggiormente, sono ancora una volta le minoranze, diventando il capro espiatorio di tutti i mali del paese.

 … E SCONFITTI

L’ESTABLISHMENT. Hillary Clinton ha perso la sfida elettorale, ma l’insuccesso appartiene anche a tutta la classe politica che l’ha sostenuta nella sua candidatura. La Clinton in questa competizione rappresentava senza ombra di dubbio il candidato più preparato per ricoprire la carica di presidente. Ha dedicato una vita intera alla politica: a soli 26 anni era uno degli avvocati incaricati di istruire il caso Watergate, First Lady accanto a Bill Clinton, Senatrice dello Stato di New York nel 2001 e Segretario di Stato durante la presidenza Obama, vanta un curriculum impareggiabile per il suo avversario e per molti altri politici sulla scena internazionale. Sarebbe stata garanzia di continuità con i principi democratici e pluralisti, fondamento della linea politica del presidente uscente e avrebbe, inoltre, assicurato competenza e stabilità internazionale anche per gli alleati europei. Tuttavia, in campagna elettorale, ha prevalso di lei l’immagine di una candidata poco trasparente, bisognosa di circondarsi di star dello spettacolo, dello sport e della politica che sostenessero la sua causa e comunicassero il suo messaggio ad una parte di elettorato che lei, forse, non avrebbe mai raggiunto da sola. Trump, d’altra parte, è apparso per contro l’uomo forte che comunica alla gente senza bisogno di intermediari e senza il favore della stampa e della politica, che invece le è stato riservato. Difficile forse è stato doversi abbassare al livello di scontro mediatico a cui l’ha sottoposta l’avversario, fatto principalmente di colpi bassi e accuse infamanti. Tuttavia è anche vero che non è stato fatto abbastanza da parte sua per elevarsi a qualcosa di meglio e dimostrare quanto valeva sulla carta.

LA STAMPA. Riguardo ai media, e soprattutto i giornali, si può dire che non hanno saputo percepire la ribollente rabbia di una parte così vasta dell’elettorato americano. Davano ormai per certa una vittoria dei democratici, ma quello che emerge è che il campione di popolazione su cui si sono basati i sondaggi non era rappresentativo come si pensava. L’America di Trump, lontano dai grandi centri urbani, esclusa dalla ripresa economica e trascurata dalla campagna elettorale di Hillary Clinton, è stata presa sottogamba anche da giornalisti e sondaggisti. Proprio i grandi giornali statunitensi come il NYT, che hanno descritto i sostenitori di Trump come “quelli che non avevano il contatto con la realtà”, alla fine hanno dimostrato di averne ancora meno di questi ultimi. In crisi di legittimità in quasi tutto il mondo, causa l’emergere dei social network come fonte alternativa di notizie e un crollo generale della credibilità, la stampa ha forse contribuito più di chiunque altro nella vittoria di Donald Trump. In primo luogo, dato il controverso personaggio che si trovava fra le mani, ha speculato sul tycoon regalandogli una incredibile visibilità mediatica, che in fin dei conti gli ha fatto più bene che male. D’altra parte invece, l’unanime certezza con cui si dava la vittoria dei democratici l’8 novembre ha influito verosimilmente sull’astensione di quell’elettorato che, di fronte alla consapevolezza di un testa a testa tra i due candidati, avrebbe avuto un motivo in più per recarsi alle urne. È noto infatti che la quantità dei voti strategici dipende dalla qualità dell’informazione dell’elettore: se gli americani avessero saputo che la corsa alla casa Bianca era tutt’altro che scontata, ci sarebbe sicuramente stata una maggiore mobilitazione.

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