Violenza politica e violenza in politica: la brutalizzazione della campagna elettorale

Mancano ormai meno di due settimane alle tanto attese elezioni politiche, che daranno all’Italia non poche risposte sul suo futuro. Quello che la campagna elettorale del 2018 ha di differente rispetto al passato, a guardare i fatti delle ultime settimane, è una nuova interpretazione del concetto di violenza politica, o meglio, di violenza in politica, che si è trasformata da strumento di confronto perlopiù verbale a vera e propria tematica del dibattito pubblico.

Il brutale caso maceratese, che abbiamo diffusamente trattato in Atlas, ha fatto da battistrada ad un vero e proprio filone della campagna elettorale, che fonde insieme la cronaca nera e la sua più becera strumentalizzazione in favore dell’uno o dell’altro partito.

Vani sono stati gli appelli all’ordine delle principali figure istituzionali e moderate del Paese, che hanno invitato i candidati, non troppo velatamente, a trattare la cronaca come tale, evitando scivolamenti in un campo che non gli appartiene.

In breve tempo, infatti, le forze estreme dello scacchiere, soprattutto a Destra, hanno piegato alla loro volontà gli episodi di violenza iniziati nel capoluogo marchigiano, vuoi per rivendicarne l’appartenenza, vuoi per piagnucolare vittimismi vari, che hanno ingrossato le fila del dietrologico salvinismo del tipo Se vogliamo parlar male di Mussolini, allora parliamo male anche di Stalin, o non c’è rispetto per la par condicio.

Gli scontri di Bologna dello scorso venerdì, in questo scenario, devono essere letti in ottica di continuità con la crescita esponenziale dell’utilizzo partigiano che la politica sta sconsideratamente facendo della violenza di ogni colore e bandiera.

A Bologna, il comizio di Forza Nuova, partito xenofobo e razzista che ha promesso di accollarsi le spese legali del potenziale stragista Luca Traini, è divenuto immediatamente un pretesto per gli attivissimi Centri Sociali, che hanno rivendicato il loro antifascismo cercando di boicottare l’evento con un’azione violenta, duramente repressa dalle Forze dell’Ordine al prezzo di cariche e feriti.

Suscitando, come è ovvio che sia in questi casi, la pronta risposta del mondo politico, che si è rapidamente diviso in due fazioni. Come riporta la pagina bolognese di Repubblica, all’eterogeneo fronte degli indignati, composto dai diretti interessati di Forza Nuova, l’onnipresente Matteo Salvini e, con ragioni opposte e non strumentali, gli istituzionalisti moderati di centro-sinistra, rappresentati nella circostanza dall’ex sindaco di Torino Piero Fassino, ha fatto da contraltare il partito dei sostenitori dell’azione dei Centri Sociali, capitanata da Prc e Liberi e Uguali.

A tal proposito, Giovanni Paglia, esponente del partito fondato in vista delle elezioni dall’ex presidente del Senato Pietro Grasso, ha dichiarato che occupare una piazza per impedire che possa essere usata dei fascisti è un preciso dovere di ogni buon democratico.

Resta tra l’incudine e il martello, invece, il sindaco del capoluogo emiliano Virginio Merola, che ha denunciato tanto le azioni parafasciste quanto la violenza espressa dai manifestanti. Solo coloro che hanno partecipato all’iniziativa Anpi e Cgil in piazza Nettuno ha detto il Primo Cittadino rappresentano la città di Bologna; il resto è gente che partecipa a copioni scelti da altri, ma che abbiano vinto o che abbiano perso francamente non mi interessa.

Al di là dei fatti in sé, tuttavia, può essere fatta una considerazione più vasta su una violenza ormai incontrollabile, che sembra fare il preciso gioco di una schiera di politici che della bagarre elettorale vedono soltanto il tornaconto di breve periodo, e non le potenziali, catastrofiche conseguenze cui stiamo andando incontro.

È molto grave, per esempio, che non ci sia stata una denuncia unanime dell’azione di Luca Traini, ma che si siano create anche in questo caso due opposte fazioni, una delle quali sostiene che in fin dei conti la pazzia del fanatico neofascista è espressione del malcontento di un’Italia che non funziona a causa dell’immigrazione sregolata e delle politiche buoniste che il governo a marchio PD ha messo in pratica negli ultimi cinque anni. Lungi dall’apparire come le sparute idee di qualche gruppo di esaltati, queste sono le posizioni, tra gli altri, del leader di uno dei principali partiti italiani, il Matteo Salvini di cui sopra.

Il rischio per la nostra democrazia, di fronte a questo proliferare di violenza fuori controllo, è quello che lo storico americano George Mosse ha chiamato brutalizzazione: l’assuefazione alla violenza, che come una droga ci chiede dosi sempre maggiori per farci superare il limite implicito dell’indignazione.

Se smetteremo di indignarci di fronte allo scempio che sta succedendo quotidianamente di fronte ai nostri occhi, se continueremo ad utilizzare giustificazionismi posticci e teorie del tutto sommato non poteva andare diversamente, allora il mondo della liberal-democrazia in cui viviamo potrebbe essere messo a repentaglio sul serio. E la violenza, allora, non sarà nemmeno un tema all’ordine del giorno, ma la pratica costante con cui la politica parlerà di se stessa.

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