La vittoria di Zingaretti e la traversata nel deserto

I risultati: Zingaretti è l’ottavo segretario

Affluenza «alta» e netta vittoria di Zingaretti. Presentano qualche elemento di sorpresa i risultati delle primarie del Partito democratico, che si sono tenute domenica in 7mila gazebo e circoli del partito. Nicola Zingaretti è il nuovo segretario del Pd. Il presidente della Regione Lazio ha vinto la competizione con oltre il 66% dei voti; secondo il segretario uscente Maurizio Martina, con il 22%, e terzo il «renziano» Roberto Giachetti, che si è fermato al 12%. Se l’affermazione di Zingaretti era ampiamente prevista, meno scontata era la misura della sua vittoria: nel voto tra gli iscritti (nella fase delle primarie «chiuse») il governatore del Lazio si era fermato al 47% delle preferenze e i sondaggi dei giorni scorsi lo davano poco sopra il 55%.

Secondo i dati forniti da YouTrend, Zingaretti è andato molto bene soprattutto al Centro-Nord, superando il 70% dei voti nel Lazio, in Emilia-Romagna e in Friuli-Venezia Giulia. Percentuali sopra la media nazionale anche nelle altre regioni della Pianura Padana e, al Sud, in Puglia. L’affluenza relativamente alta e il fatto di aver superato il 60% dei consensi fanno sì che Zingaretti potrà godere, almeno nei primi tempi, di una forte legittimazione come leader del partito.

Il dato dell’affluenza, superiore a un milione e 600mila elettori, si presta a diverse interpretazioni. Appare positivo se si considerano le attese della vigilia. Sia Zingaretti che Martina avevano fissato a un milione di votanti l’asticella sopra la quale la consultazione sarebbe stata un successo: dal Pd hanno mantenuto le aspettative molto basse per poter contare su un eventuale effetto sorpresa, che in effetti si è verificato. Un dato positivo anche se si guarda il trend della partecipazione alle primarie degli ultimi dieci anni, che hanno visto diminuire costantemente il numero di elettori che sono andati a votare: l’affluenza di domenica si inserisce in questa tendenza ma presenta un calo solo lieve rispetto alle primarie del 2017; un risultato di tutto rispetto per un partito che i sondaggi danno ancora fermo al 18% di un anno fa.

L’impressione è che – nonostante la sfiducia diffusa nei confronti del Pd e dei suoi dirigenti e una campagna congressuale incolore (con un crollo della partecipazione alle primarie chiuse) – una parte degli elettori abbia «sentito il bisogno» di andare ai gazebo: senza entusiasmo ma con voglia di riscatto, non per il Partito democratico ma perché «serve un’opposizione a questo governo».

Dopo il 4 marzo: un partito nell’ombra

La vittoria di Zingaretti arriva a un anno esatto dalle Politiche del 2018, che con il 18,7% dei voti hanno fatto segnare il peggior risultato di sempre per il Partito democratico. Dopo le dimissioni di Renzi la guida del partito è passata a Martina, che aveva il compito di traghettarlo fino al nuovo congresso. Per il Pd è stato un anno di attesa e di invisibilità mediatica, condizionato dalla presenza ingombrante di Renzi – le cui mosse hanno fatto morire sul nascere ogni possibilità di accordo con i 5 Stelle – e dalla nascita del governo gialloverde, che ha ridotto al minimo la capacità del Pd di dettare l’agenda politica e mediatica. Il continuo rinvio del congresso ha prolungato questa fase di attesa fino alla scelta del 3 marzo come data delle primarie «aperte»; solo tre mesi prima delle Europee, un timing che ha influenzato pesantemente la campagna congressuale.

La scarsa copertura mediatica delle primarie era in parte prevedibile. Essa è dipesa dal calo di interesse nei confronti del Pd dopo la sconfitta di un anno fa, ma anche dalla difficoltà (e dall’assenza di volontà) dei candidati di far emergere forti differenze tra loro: Zingaretti, Martina e Giachetti hanno condotto una campagna elettorale modesta e senza colpi di scena, presentando idee poco incisive sul futuro del partito e del Paese; persino Zingaretti, il candidato più lontano dalla precedente gestione del partito, si è limitato a poche critiche circospette della segreteria Renzi.

Anche la divisione tra renziani e anti-renziani – con l’ex segretario che ha ostentato distacco dalla competizione (ma certo non disinteresse per il suo futuro in politica) – sembra passata in secondo piano. Sono mancate storie a cui appassionarsi, non c’è stata tensione tra i candidati (come si è visto nel confronto tv del 28 febbraio). Su tali mancanze ha pesato una componente caratteriale – Zingaretti e Martina sono poco inclini al conflitto, prediligono toni pacati e riflessivi – ma anche la consapevolezza che il nuovo segretario avrà solo tre mesi per preparare il partito all’appuntamento delle Europee: meglio allora non prendere posizioni troppo nette e non acuire le tensioni interne, per non trovarsi il 26 maggio, in caso di responso negativo delle urne, con molti nemici dentro il partito e una leadership già delegittimata.

Il futuro: le Europee e la traversata nel deserto

Dopo il partito «a vocazione maggioritaria» di Veltroni, il partito «old style» di Bersani e quello «pragmatico» di Renzi, che partito sarà quello guidato da Zingaretti? In che direzione andrà il Pd nei prossimi anni? Il primo scoglio che il neosegretario dovrà affrontare è quello delle Europee. In meno di tre mesi Zingaretti dovrà preparare una strategia, decidere liste e alleanze e cercare di ridefinire l’identità del partito. Un’identità che – stando alla mozione #primalepersone – vuole essere in discontinuità con la segreteria di Renzi.

Il partito immaginato da Zingaretti è aperto, inclusivo, una «comunità» in cui far convergere le forze del centrosinistra: nel Lazio la sua giunta è sostenuta anche da Liberi e Uguali e il neosegretario ha buoni rapporti con diversi tra i fuoriusciti del Pd. Nei mesi passati Zingaretti aveva anche vagheggiato un dialogo con i 5 Stelle, opzione definitamente esclusa nelle ultime settimane. Ma per il nuovo segretario costruire un messaggio di rottura rispetto agli anni di Renzi non sarà facile: per il poco tempo a disposizione prima delle Europee ma soprattutto perché il vincitore delle primarie è stato appoggiato da molti esponenti del partito che hanno partecipato agli ultimi governi di centrosinistra, dall’ex premier Gentiloni (che potrebbe diventare presidente del Pd) agli ex ministri Franceschini e Minniti.

Nell’ultimo anno il Partito democratico si è timidamente spostato a sinistra, perlomeno in termini di linguaggio: archiviata la retorica renziana, fatta di futuro, speranza e «vincenti», il partito è tornato a un linguaggio più tradizionale; si è fatta qualche riflessione sulla necessità di rivolgersi ai più deboli, agli «sconfitti della globalizzazione», di «tornare nelle periferie». Ma non si tratta di una trasformazione completa, e Zingaretti troverà molti ostacoli a rinnovare davvero il partito.

Si pensi alle politiche in materia di immigrazione, un tema forse destinato a sgonfiarsi ma che per ora monopolizza il dibattito pubblico: sull’immigrazione il neosegretario appare appiattito sulle posizioni di Minniti e Gentiloni, che hanno sostenuto la sua mozione, e difficilmente potrà liberarsi dall’influenza degli attuali dirigenti del Pd. Un fiorire di divisioni interne, fazioni, correnti pressoché personali: è questo il maggior limite a un vero rinnovamento del Partito democratico, che del resto è nato dall’unione delle esperienze (e dei modelli organizzativi) di ex comunisti ed ex democristiani. I maggiori pericoli per il neosegretario e per la tenuta della sua leadership sembrano quindi provenire dal partito stesso, come ci ricordano le uscite di scena di Veltroni nel 2009 e di Bersani nel 2013.

Lo scenario esterno è invece segnato dalla crescente instabilità del governo gialloverde, che vede i 5 Stelle sempre più in difficoltà ma mantiene un consenso superiore al 50% degli elettori. Anche se la situazione economica dovesse precipitare nei prossimi mesi, diverse sarebbero le alternative al ritorno alle urne (da un rimpasto a un governo tecnico, fino a un esecutivo di centrodestra con qualche «transfugo»). E se anche si tornasse a votare nel 2019 o nel 2020, per la prima volta il Pd avrebbe scarsissime possibilità di avvicinarsi al governo.

Per il partito si annuncia quindi una lunga «traversata nel deserto», che potrebbe giocare a favore del segretario: se il responso delle Europee sarà confortante, con un 20% che – complici le basse aspettative – potrebbe apparire come un discreto successo, e se nei prossimi mesi il Pd riuscirà a non sfigurare alle elezioni amministrative, la leadership di Zingaretti potrebbe non essere indebolita in tempi brevi, dandogli la possibilità di riorganizzare il partito e ridefinirne la linea. Se Zingaretti ne avrà le capacità – tanto più mantenendo il doppio incarico di segretario e presidente di Regione – è tutto da vedere. Fazioni e correnti varie non gli faciliteranno il compito, e forse possono indurci a giudicare con maggiore clemenza l’operato di chi guida il Pd: le mosse di Martina negli ultimi mesi e quelle di Zingaretti negli anni a venire. Buona fortuna.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *