Vivere in monastero nel 2017

Il monastero è, storicamente, il luogo dove una comunità di monaci o monache, laici o religiosi, decidono di condurre la propria vita da monakòs, ovvero da “solitario” o “eremita”. È una scelta che, nella maggior parte dei casi, viene presa in età adulta, poiché molti monasteri rifiutano quelle che definiscono “vocazioni immature”. Pertanto, coloro che hanno preso questa decisione portano con sé esperienze di vita strutturate e talvolta traumatiche.

Con l’avvento delle nuove tecnologie, l’istituzione monasteriale ha conosciuto una profonda crisi. Molti si domandano se la vita monastica sia ancora conciliabile con la contemporaneità. Me lo sono domandato anch’io, per questo sono andato a vedere in prima persona come vivono i monaci e le monache di un piccolo monastero piemontese, incatastato nella difficile cornice geografica e climatica della Serra Morenica.

La prima cosa che mi ha colpito è la totale assenza di porte o cancelli per entrare. Simbolo di un “accoglienza” che in realtà è soltanto di facciata. Lo spazio a disposizione è tanto, ma gli edifici presenti sono solo una piccola cappella, una mensa e un complesso di stanze per i monaci che sono chiamate “celle”. Il tutto è circondato da immense praterie e sentieri poco raccomandabili (sì, mi sono perso).

Ogni volta che mi trovo in ambienti religiosi, anche se in questo caso è più corretto dire “spirituali”, non riesco a non far notare tutto il mio scetticismo. Infatti, i monaci e le monache non hanno impiegato molto tempo per capire che non ero credente. Ciononostante, con alcuni di loro sono riuscito a superare le diffidenze iniziali. Altri invece non mi hanno sopportato dall’inizio alla fine.

Ero molto spaesato, il contesto mi metteva fortemente a disagio. Ero arrivato la mattina, ma non avevo ancora parlato con nessuno (colpa forse della maglietta con scritto “Heineken” che minava la mia credibilità). Una volta arrivato il momento del pranzo riesco a parlare con i miei commensali. Tra di loro c’è una persona che mi colpisce particolarmente. È una giovane suora di clausura riminese. Le spiego che, nonostante sia napoletano, ho studiato a Forlì e conosco sommariamente la Romagna. In questo modo riesco ad avere maggiore confidenza e inizio a fare delle domande più approfondite, che vanno oltre le caratteristiche del Rubicone e la bontà del Sangiovese. Le spiego che sono lì per scrivere un articolo e forse le avrei fatto perdere l’intera giornata oltre al pranzo, ma lei risponde a tutto in maniera molto aperta, dopo avermi fatto promettere di non rendere pubblico il suo nome. Quindi d’ora in poi, convenzionalmente, sarà M.

Mi spiega che da ragazza era molto volubile e nonostante provenisse da una famiglia molto religiosa non si sentiva particolarmente condizionata. La vocazione di M. è avvenuta a seguito di un momento particolare della sua vita ed è frutto di varie coincidenze, per chi non crede, e di una “chiamata dall’alto” per chi crede. La cosa che mi colpisce è la scelta della clausura e le durissime regole che bisogna rispettare. La clausura comporta infatti un’ampia restrizione della libertà, tra cui poter vedere la propria famiglia una sola volta all’anno, non poter uscire senza il permesso del vescovo, non poter possedere un cellulare e non poter guardare il telegiornale. Quest’ultimo divieto mi sorprende particolarmente. “Quindi non conosci l’Isis?” le chiedo. “Ne ho solo sentito parlare” mi risponde. Mi spiega che la visione del telegiornale è vietato per tutte le monache, eccetto le madri superiori (le badesse). Questo perché porta alla tentazione di conoscere il mondo esterno e quindi di venir meno al voto di emarginazione e solitudine. Gli unici testi da cui si possono ottenere informazioni sono le riviste dei vari ordini religiosi, ad esempio la rivista “Nigrizia” dei padri comboniani per quanto riguarda le notizie dall’Africa.

La giornata di M. è quasi completamente votata alla preghiera: sveglia all’alba, preghiera, colazione, preghiera, mansioni varie, preghiera, pranzo, preghiera e così via. Mi racconta che il suo monastero prima o poi chiuderà definitivamente perché non ci sono più vocazioni. “Le ragazze di oggi non si fanno più monache”. Punta il dito contro la tecnologia e ammonisce: “Non pensare che i social media non siano una sorta di clausura”. Sul finire del dialogo mi accorgo che porre in discussione l’esistenza di Dio scuote totalmente l’emotività di M.  Mettere in discussione una questione simile è molto destabilizzante per persone che hanno basato la propria vita su questo. Dunque, non insisto e ci salutiamo, consapevoli che molto probabilmente non ci vedremo mai più.

Dopo questo incontro il concetto mi è più chiaro: la vita monastica percorre la via opposta che sta percorrendo la società di oggi e le nuove tecnologie stanno rendendo sempre più difficile giungere a decisioni così drastiche. Molte di queste scelte sono conseguenze di traumi personali, persone che hanno trovato rifugio scappando dai tormenti. Altre scelte sono dovute ad una incrollabile fede, che però si erge su una volontà di credere senza porsi troppe domande.

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