When China Met Africa – La strategia cinese verso l’egemonia?

When China Met Africa è un documentario prodotto nel 2010 dai fratelli Nick e Marc Francis che intende porre l’attenzione sullo sviluppo politico ed economico della Cina nel continente africano, seguendo le vite dei tre personaggi principali, Mr Li, Mr Liu ed il ministro del commercio dello Zambia.

L’obiettivo dei fratelli Francis è quello di mostrare come si sta strutturando l’incursione della Cina in Africa, sottolineando come la potenza orientale sia ormai pronta ad esercitare un ruolo di prim’ordine nelle relazioni internazionali nonché quello di superpotenza nei prossimi anni.

Questa breve introduzione è utile per comprendere l’intento dell’articolo, concentrarsi sulle intenzioni della Cina analizzando e descrivendo come si sta strutturando la sua azione economica in Africa.

La storia tra Pechino ed il continente africano inizia ufficialmente nel 2000 con la creazione del Forum per la cooperazione Cina – Africa (Focac) il quale “da il la” ad un periodo di cooperazione, definizione di obiettivi politici comuni e reciproco sviluppo, con l’obiettivo, inoltre, di creare un legame, non solo economico, ma anche di  amicizia e mutuo rispetto tra la Cina ed i cinquantuno stati africani che fanno parte di questa organizzazione.

Legame che si è consolidato ulteriormente nel 2013 con la pubblicazione del Libro Bianco sull’Africa da parte della Cina con l’intento di rafforzare le strategie di mercato e le relazioni con i paesi africani.

L’articolo può essere diviso in due parti distinte: la prima, analizzerà le condizioni, le caratteristiche e le motivazioni politiche che ci sono alla base di questi accordi, mentre la seconda descriverà dal punto di vista economico gli investimenti e le operazioni principali effettuate dalla Cina, le quali si concentrano in massima parte sull’acquisizione di petrolio e di gas naturale.

 

Motivazioni e condizioni politiche

Dal punto di vista politico è necessario sottolineare immediatamente come questa cooperazione, tra la Cina e la maggior parte degli stati africani, si sia potuta raggiungere grazie ad un tacito accordo tra le parti, che si basa su due principi cardine della politica cinese.

Il primo è quello della non ingerenza e interferenza nelle questioni degli altri stati sovrani, mentre il secondo riguarda la cosiddetta One-China policy.

Entrando più nello specifico, il principio di non ingerenza e interferenza, è uno dei presupposti essenziali affinché ci possa essere rispetto reciproco e relazioni di amicizia tra la Cina e gli stati africani. Entrambi, infatti, si impegnano a non rilasciare commenti e dichiarazioni, riguardo le questioni politiche e le eventuali problematiche interne agli stati.

Questo principio va soprattutto a favore di quegli stati africani retti da dittature, da regimi militari o anche da pseudo-democrazie che sovente non applicano le leggi fondamentali dell’uomo ed i basilari diritti civili.

Tali stati riescono a trovare nella Cina un forte partner economico e commerciale che, al contrario degli stati occidentali e degli Stati Uniti, decide di non badare alle condizioni di vita dei cittadini del loro stato così come di non interessarsi delle modalità con cui viene esercitato il potere nel loro paese. D’altronde, questo principio favorisce di certo anche la Cina, la quale sicuramente non può essere considerato un regime politico democratico.

L’altro principio riguarda, invece, una questione più vicina alla politica estera, la cosiddetta One-China policy, la quale prevede, banalmente, il non riconoscimento di Taiwan come entità statale.

L’isola di Formosa, ad oggi conosciuta appunto con il nome di Taiwan, è stata occupata dai nazionalisti cinesi del Kuomintang, a seguito della sconfitta nella guerra civile durante la seconda metà degli anni quaranta, che ha consentito alle forze rivoluzionarie del Partito Comunista Cinese di Mao Tse-tung di creare la Cina che noi oggi conosciamo.

Lo stato di Taiwan, invece, si è auto proclamato Repubblica di Cina sostenendo di essere lei l’unica entità statale legittima della Cina, ponendosi quindi in aperto contrasto ed opposizione alla Repubblica Popolare Cinese.

La Cina, d’altro canto, crede fermamente che Taiwan non possa considerarsi uno stato poiché fa parte del territorio cinese, da qui nasce la politica della One-China policy, che afferma l’esistenza di una sola Cina, a discapito di Taiwan.

Questo principio che può sembrare contorto ed astruso, è in realtà fondamentale per poter stabilire un dialogo e per stipulare accordi con il governo cinese, il quale considera il riconoscimento di Taiwan come una sfida e una minaccia per la sua integrità statale. Riconoscere Taiwan significherebbe non rispettare la Cina e non considerarla come la sola entità legittimata a governare, pertanto lo stato che compie tale azione non può essere amico ed intraprendere qualsivoglia dialogo con lo stato asiatico.

Ad oggi, nemmeno le Nazioni Unite riconoscono lo stato di Taiwan, vi sono infatti solamente venti stati che hanno deciso di riconoscerlo, tra questi vi sono solo due stati africani, il Burkina Faso e lo Swaziland, i quali non intrattengono rapporti con la Cina ed ovviamente non hanno la possibilità di ricevere aiuti o di stipulare trattati con il governo guidato da Xi Jinping.

 

 

Aspetti economici

Concentrandoci sul punto di vista economico, la Cina ha incrementato drasticamente negli ultimi anni gli scambi commerciali con il continente africano, basti pensare che nell’arco di dieci anni questi sono passati da venti a duecento miliardi di dollari, con un tasso di crescita annuale del 16%.

Nel 2012 le esportazioni del governo di Pechino erano destinate principalmente (piu del 50%) in quattro paesi: Sud Africa, Nigeria, Egitto e Algeria, mentre la quasi totalità delle importazioni, intorno al 87% si concentravano in Sud Africa, Angola, Libia, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica del Congo e riguardavano principalmente risorse come petrolio, gas naturale e minerali.

La domanda che spesso viene posta è se la Cina stia aiutando l’Africa a svilupparsi per poter riuscire a competere economicamente con le potenze occidentali o se invece si possa parlare di becero imperialismo economico, così come sostengono numerosi critici.

E’indubbio che la Cina stia attuando un’azione economica funzionale ai suoi interessi, da sempre, ma specialmente negli ultimi dieci anni in cui ha registrato una crescita economica vertiginosa, è costretta a confrontarsi con la spinosa questione energetica.

La Cina manca di risorse naturali nel suo territorio e non può assicurarsi un’autosufficienza energetica e si ritrova obbligata ad investire continuamente per acquisirle ed importarle, non a caso, ad oggi, è il primo importatore di petrolio al mondo ed uno tra i primi per le importazioni di carbone e gas naturale.

L’azione della Cina in Africa è chiaramente finalizzata al suo sostentamento economico, in quanto vi è una disparità di relazioni e di trattamento a seconda delle risorse che gli stati africani possono offrire a Pechino.

Entrando più nello specifico, è vero che grazie al Forum per la cooperazione la quasi totalità degli stati africani gode di rapporti privilegiati con il governo guidato da Xi Jinping, ma è anche vero che i rapporti intrattenuti dalla Cina sono molto più stretti e serrati con gli stati che possono offrire petrolio e gas naturali, mentre l’azione cinese in altri stati, si limita solamente alla mera donazione di fondi e costruzione di infrastrutture.
Non è un caso che le importazioni totali della Cina dall’Africa riguardino per i 2/3 il petrolio e le risorse naturali.

Il continente africano rifornisce la Cina di un miliardo di barili di greggio al giorno per metà estratti dall’Angola, e ciò, per lo stato africano rappresentano il 24% delle sue esportazioni totali.

Una delle aziende più importanti di questo settore è la China National Petroleum Corporation che già dal 1996 è diventata la più importante la principale operatrice petrolifera in Africa, soprattutto nel Sudan.
Negli ultimi anni, la Cina in particolare e la CNPC, in quanto principale operatore economico nel paese subsahariano, si sono ritrovate al centro dell’attenzione perché accusate di essere coprotagoniste nel genocidio del Darfur e nei vari scontri che sono avvenuti prima del referendum che ha sancito l’indipendenza del Sudan del Sud.

Il commercio tra Cina e Sudan ha raggiunto proporzioni e cifre incredibili, intorno ai 10 miliardi di dollari, mentre lo stato africano si è prodigato per esportare in oriente 12,6 milioni di tonnellate di greggio.

Altri stati in cui lo scambio di greggio è aumentato esponenzialmente sono la Mauritania e la Guinea Equatoriale, stati che trovano nella Cina, come già detto in precedenza, un partner che non intende minimamente preoccuparsi dei metodi politici utilizzati in questi paesi, basti pensare che nel primo, la schiavitù è stata criminalizzata nel 2007, ma è presente ancora oggi in diverse forme, mentre nel secondo vi è un regime militare sanguinario al governo dal 1979, guidato da Teodoro Mbasogo, considerato come un dei leader più sanguinari e brutali al mondo.

In conclusione, è possibile affermare con certezza che l’azione cinese in Africa ha un duplice obiettivo.
Da una parte è finalizzata al suo sostentamento energetico, dall’altra permette al governo di Pechino di crearsi un’area di mercato vastissima ed inoltre di potersi sostituire agli Stati Uniti d’America come principale potenza presente nel continente.

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