Yemen, tra guerra civile ed emergenza umanitaria

In Yemen dal marzo 2015 si sta combattendo una guerra civile che sta provocando una grave crisi umanitaria. Da due anni è infatti in corso un conflitto tra le forze armate lealiste, che sostengono il presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, e i ribelli zayditi houthi, gruppo armato sciita nato nel 1992 in funzione anti-governativa. Il paese è oggi praticamente diviso in tre zone: gli Houthi, sostenuti dall’Iran, controllano la parte occidentale e settentrionale, tra cui la capitale Sana’a e il principale aeroporto del paese; le forze del presidente Abed Rabbo Mansour Hadi, appoggiate dall’Arabia Saudita e da altri paesi arabo sunniti, controllano la parte meridionale e orientale, tra cui l’importante città portuale di Aden; infine vi sono territori nella zona centrale del paese finiti sotto il controllo di al Qaida in Yemen, una delle divisioni più pericolose dell’organizzazione terroristica. Come se non bastasse, anche l’Isis rivendica il controllo di alcune provincie.

Al fine di comprendere le cause del conflitto bisogna tuttavia fare un passo indietro negli anni. Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, periodo in cui nello Yemen imperversò la breve (ma intensa) primavera araba, il presidente Ali Abdullah Saleh, alla guida del paese da oltre trent’anni, lasciò il potere. Il nuovo presidente Abdel Rabbo Monsour Hadi, sostenuto dagli Stati Uniti, dall’Egitto e soprattutto dai Paesi del Golfo, non è stato in grado di prendere del tutto il controllo del Paese e di avviare le riforme promesse. Dal 2011 in poi gli houthi, frustrati nelle loro inascoltate richieste di autonomia, hanno dato il via a una serie di proteste per chiedere la sua cacciata. Nel 2014 il movimento organizzò delle manifestazioni contro il governo, accusato di corruzione e di politiche filostatunitensi. Il governo yemenita rispose arrestando 800 persone legate al gruppo sciita. Da quel momento tensioni e violenze tra governo e ribelli aumentarono: tale situazione di instabilità ha portato l’Arabia Saudita a optare per l’intervento militare, mettendosi alla guida di una coalizione guidata dagli Stati del Golfo, dalla Giordania, dall’Egitto, dal Marocco e dal Sudan.  Nel marzo scorso il presidente Hadi ha dovuto abbandonare la capitale Sana’a, caduta sotto il controllo dei ribelli, ritirandosi ad Aden, nel sud del Paese. Da allora, le bombe saudite imperversano sui territori controllati dagli houthi, ai quali viene intimato di abbandonare la capitale per tornare nelle loro postazioni nel nord-ovest del paese, dove tuttavia ora non vi è più nulla: solo devastazione e miseria. Con i bombardamenti nello Yemen, l’Arabia Saudita vuole contrastare l’influenza dell’Iran, suo rivale regionale, accusato di sostenere i ribelli, nel sud della penisola araba.

Secondo l’Onu, due anni di combattimenti hanno causato 7.700 morti, 42.500 feriti e più di tre milioni di sfollati. Ospedali, scuole, fabbriche e campi profughi bombardati. Oltre 1.000 bambini uccisi nei raid e oltre 740 morti nei combattimenti. Il paese, il più povero della regione, già prima della guerra faticava a sfamare i suoi abitanti ed era costretto ad importare il 90% degli alimenti più comuni. Oggi lo Yemen è a rischio carestia: due milioni di persone necessitano di urgenti aiuti alimentari, altri 14 milioni di yemeniti sono a rischio e più di due milioni di bambini sono gravemente malnutriti. Recentemente la Croce Rossa Internazionale ha diffuso la notizia secondo la quale in Yemen ci sarebbero 300mila nuovi casi sospetti di colera, e che oltre il 41% di questi casi interesserebbe i bambini. I morti a causa della malattia sono già 1600 e i dati sembrano purtroppo destinare ad aumentare dal momento che il sistema sanitario è al collasso.

L’emergenza è aggravata dall’embargo navale imposto dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Il sottosegretario generale agli affari umanitari delle Nazioni Unite Stephen O’Brien ha invitato l’Arabia Saudita a rimuovere la no-fly zone che quest’ultima ha imposto su parte dello Yemen e a permettere la riapertura dell’aeroporto di Sana’a, consentendo in questo modo ad almeno ventimila yemeniti di andare all’estero per essere curati, ma per ora da Riyad rispondono picche.

Questo dramma è reso ancora più tragico dall’assordante silenzio dei media occidentali, che non danno il giusto risalto a una catastrofe umanitaria che secondo gli esperti è seconda solo a quella siriana. Perché se ne parla così poco? Forse perché per i giornalisti stranieri è difficoltoso arrivare a Sana’a e pericoloso a causa della violenza massiccia contro i giornalisti da parte dei vari gruppi armati. Forse perché l’Arabia Saudita sta comprando (WikiLeaks ha diffuso documenti che lo dimostrano) il silenzio dei media, in particolare quelli arabi. O forse perché i profughi yemeniti non sbarcano in massa sulle coste di Italia e Grecia e quindi non ci sentiamo direttamente coinvolti.

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