La crisi del 2008 dieci anni dopo, cicatrici sociali e conseguenze politiche

Sono passati dieci anni dal più profondo, lacerante e drammatico spartiacque sul piano economico, sociale e politico della storia recente post Seconda Guerra Mondiale: lo scoppio della grande crisi finanziaria del 2008, che ha sconvolto l’economia globale, ha messo in ginocchio milioni di persone e ha oscurato bruscamente quell’orizzonte di crescita e continuo miglioramento delle condizioni di vita di cui gran parte dell’Occidente aveva goduto, sebbene in forme diseguali, a partire dal 1945 in poi. E ancora oggi tutti i paesi contano le cicatrici sociali e le relative conseguenze sul piano politico di questo capovolgimento di paradigma, che si sintetizza essenzialmente nella mancanza di certezze per il futuro, nel venir meno dell’ascensore sociale per le classi più svantaggiate, crescenti disuguaglianze economiche e consumo a debito.

Settembre 2008: i fatti 

Il 15 settembre 2008 il fallimento di Lehman Brothers, quarta banca d’investimento degli Stati Uniti, segna di fatto l’inizio della crisi, anche se, già una settimana prima, lo stato americano aveva deciso di nazionalizzare Fannie Mae e Freddie Mac, i due colossi che provvedono a finanziare il mercato immobiliare statunitense. Il giorno seguente al crac di Lehman Brothers viene salvata AIG, la compagnia di assicurazioni più grande del mondo, grazie agli 85 miliardi di dollari della Federal Reserve. La bolla finanziaria è scoppiata e l’alta interconnessione dei mercati di capitale dà alla crisi dimensione globale.

Superficialmente, la crisi si origina e si manifesta all’interno del settore immobiliare, dove anni di crescenti prestiti concessi a mutuatari ad alto rischio di credito, i cosiddetti “mutui subprime”, hanno generato un costante aumento della domanda e un conseguente innalzamento dei prezzi degli immobili. Se, come ha scritto Raghuram Rajan, dal 2003 al 2006 Chief Economist del FMI, “almost every financial crisis has political roots”, dovremmo chiederci: quali sono le radici politiche di questa crisi? Quali sono le cause dell’esplosione del settore immobiliare? E qual è la situazione attuale?

La cartolarizzazione e i derivati

Le forze che hanno portato alla grande crisi sono molteplici e, soprattutto, si autoalimentano una con l’altra all’interno di perversi meccanismi. Sicuramente, alla base della crisi del 2008 c’è l’invenzione e la diffusione sconsiderata di una serie di complessi strumenti finanziari, i cosiddetti derivati, figli della cartolarizzazione dei crediti. Proviamo a fare ordine. Senza andare ad approfondire i complessi meccanismi finanziari che stanno dietro queste operazioni, la cartolarizzazione dei crediti è essenzialmente un’operazione finanziaria che ha come risultato finale il trasferimento del rischio di insolvenza da colui che ha emesso il credito a soggetti terzi. Praticamente, l’istituto creditizio vende il mutuo ad investitori, liberandosi dei rischi legati all’operazione e recuperando immediatamente larga parte del credito, senza dover aspettare il pagamento del mutuatario. Questo instaura un meccanismo che porta a una crescente tendenza verso la concessione di credito anche a quei clienti che non possono offrire garanzie minime, i cosiddetti mutui subprime, meccanismo incentivato sia dal trasferimento del rischio, sia dai premi che vengono promessi agli operatori bancari per emettere quanto più credito possibile.

Questo trasferimento del rischio viene effettuato attraverso una serie di strumenti finanziari come i Mortgage-Backed Securities (MBSs) e i Collateralized Debt Obligations (CDOs), una serie di scatole cinesi, che non sono altro che titoli finanziari garantiti da un insieme di tanti mutui ipotecari “impacchettati” in una maniera tale da rendere praticamente impossibile capire quanto rischiosi siano i crediti che garantiscono questi titoli. Proprio qui risiede il ruolo cruciale che hanno avuto le agenzie di rating come Moody’s, Standard & Poor e Fitch che, invece di mettere in guardia gli investitori con le loro valutazioni hanno assegnato a questi titoli rating altissimi, rendendoli dunque appetibili anche a quegli investitori completamente avversi al rischio, come i fondi pensione. E più titoli derivati venivano emessi, maggiori erano i guadagni e, apparentemente, zero i rischi.

Tutto ciò diventò ancora più rischioso quando nei primi anni 90 la banca d’investimento JP Morgan introdusse sul mercato i cosiddetti Credit Default Swap (CDS), vale a dire delle forme d’assicurazione utilizzabili sul mercato finanziario per coprirsi dal rischio di eventuale crac dei titoli finanziari. In sintesi, l’investitore A che ha comprato derivati finanziari da B vuole coprirsi dal rischio che questi titoli falliscano, e allora si rivolge a compagnie d’assicurazione C, come ad esempio AIG, e stipula delle polizze assicurative. La differenza di funzionamento rispetto a una normale assicurazione, per esempio quella su una macchina, è che più operatori A possono assicurarsi sul medesimo titolo emesso da B, scommettendo, di fatto, sul suo fallimento. La possibilità di guadagnare un immediato profitto e la sottovalutazione dei rischi ha portato AIG a stipulare un numero impressionante di questi CDS,  costringendo il governo americano a un salvataggio di proporzioni epiche quando i titoli finanziari assicurati si sono rivelati spazzatura.

La “deregulation

Che questi meccanismi fossero pericolosi, molti economisti lo avevano segnalato. Il già citato Raghuram Rajan, nel 2005 ha presentato un paper intitolato “Has Financial Development Made the World Riskier”? in occasione dell’annuale Jackson Hole Symposium, evento che raduna i principali banchieri del mondo, dove afferma che, rispetto al passato e in contraddizione con le tesi di economisti come Alan Greenspan e Larry Summers, che nell’occasione lo accusò di luddismo, nel 2005 i rischi sono nettamente maggiori.

Tuttavia, noi abbiamo assistito a partire dalla fine degli anni 90 a un’impressionante susseguirsi di misure volte ad impedire qualsiasi tipo di regolamentazione del settore finanziario, sulle note della retorica neoliberista del libero mercato che si autoregola. La massimizzazione dell’egoistico profitto individuale non può che portare, grazie all’intervento di una mano invisibile, alla massimizzazione del welfare della società tutta, scandiscono come un mantra gli economisti neoliberisti.

E così, tutti i tentativi di mettere un freno al settore finanziario vengono ostacolati, come quello respinto dall’amministrazione Clinton di Brooksley Born, chairperson del Commodity Futures Trading Commission (CFTC) tra il 1996 e il 1999 e brillantemente raccontato nel documentario Inside Job. E poi il Gramm-Leach-Bliley Act del 1999 che, cancellando parte del Glass-Steagal Act del 1933 che prevedeva saggiamente la separazione netta tra banche d’investimento e banche commerciali, spalanca le porte all’assunzione di rischi enormi per massimizzare i profitti delle banche. Segue nel 2000 il Commodity Futures Modernization Act che vietò qualsivoglia dispositivo di regolamentazione degli strumenti finanziari e nel 2004 la Security and Exchange Commission consente alle banche di investimento di aumentare la leva finanziaria, cioè il rapporto tra debito e capitale proprio, una scelta che si rivelerà chiave nelle vicende che porteranno alla crisi.

Come scrive Andrew Baker in “Restraining regulatory capture? Anglo-America, crisis politics and trajectories of change in global financial governance” abbiamo assistito durante gli anni immediatamente precedenti la crisi al verificarsi del cosiddetto fenomeno di “regulatory capture”, cioè il fatto che chi dovrebbe regolare viene letteralmente “catturato” da coloro che dovrebbero essere regolati, finendo per agire nel loro interesse e non in quello della collettività. Alla base del fenomeno, per Baker, abbiamo una sproporzionata concentrazione di risorse materiali nelle mani dell’industria finanziaria (si vedano i fondi per le campagne elettorali americane), e la pratica delle “revolving doors”, il cosiddetto “Wall Street-Washington corridor” cioè il flusso di professionisti tra settore privato e pubblico e i conseguenti, ovvi, conflitti di interessi che ne derivano.

Le cicatrici sociali e le conseguenze politiche 

La crisi è costata 30 milioni di posti di lavoro nel mondo, 1 milione solo in Italia, il debito sovrano americano è raddoppiato e ancora oggi, dieci anni dopo, ne paghiamo il conto. E tuttavia, non è stata l’occasione per mettere in piedi una seria regolamentazione del mercato finanziario, ne una profonda riflessione critica sulle pratiche neoliberiste e sulle conseguenze in termini di disuguaglianze che ne derivano. Come sostiene Branko Milanovic, economista serbo-americano specializzato negli studi sulla diseguaglianza, sull’Espresso del 16 settembre intervistato da Roberta Carlini, dopo la crisi “niente è stato fatto per combattere gli squilibri che dieci anni fa ci sprofondarono nei giorni neri della crisi dei subprime (…) E lo chock dall’economia si è spostato alla politica”.

L’attuale deriva verso destra, sovranista e protezionista di tutti i paesi occidentali, solo per ultimo il sorprendente risultato elettorale in Svezia che ha visto l’avanzata dei consensi per i Democratici Svedesi di Jimmie Åkesson, è inevitabilmente collegata, almeno in parte, ai problemi che hanno generato la crisi e alle mancate risposte che l’hanno seguita. L’osservazione e lo studio della storia possono aiutarci a comprendere meglio l’attuale situazione che, per molti versi, rispecchia il clima di insicurezza e paura che sfocia in intolleranza del periodo che portò alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, come sostiene Antonio Scurati autore del recente e monumentale “M. Il figlio del secolo”. Se riflettiamo sull’analisi di Karl Polanyi, sociologo ed economista ungherese, che interpreta il periodo delle due guerre mondiali come inevitabile reazione sociale causata dall’alienante razionalità di un mercato “disembedded” dalla società, la situazione attuale presenta sicuramente molte affinità.

Quello che ci dobbiamo augurare e per cui dobbiamo spenderci, alla vigilia di un cruciale appuntamento elettorale come le elezioni europee, è evitare che questa reazione sociale assuma le forme dell’intolleranza della destra estrema, che stiamo purtroppo osservando in tanti paesi occidentali, Italia compresa. A proposito, mi sembra fondamentale rievocare l’insegnamento di John Maynard Keynes che nel 1940, incaricato di scrivere un testo per un’emittente radio britannica che screditasse la propaganda del presidente della Reichsbank Walther Funk ed esaltasse il libero mercato e il gold standard, rispose che questo approccio “will not have much propaganda value”: al contrario, la Gran Bretagna avrebbe dovuto offrire “the same as what Dr. Funk offers, except that we shall do it better and more honestly”**. Riconoscere l’attuale processo in corso e il profondo disagio sociale deve essere dunque il primo passo per formulare una riposta più lungimirante di quella offerta dall’estrema destra.

Dieci anni dopo la grande crisi finanziaria, l’orizzonte non appare più sereno. Tracciare un sentiero in cui incanalare la reazione sociale, alternativo alla via del dogmatismo neoliberale da un lato, e a quello dell’intolleranza dell’estrema destra dall’altro, appare oggi improcrastinabile.

** citazioni riportate in Van Dormael, “Bretton Woods: Birth of a Monetary System”, 1978

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