“La vita agra”: il romanzo anarchico del boom economico

Il romanzo di successo dello scrittore toscano Luciano Bianciardi è un gran rifiuto dello sviluppo, del meccanismo della selezione, del posto di lavoro alienante. Prima ribelle, poi piccolo-borghese per sopravvivenza, non riesce a distruggere l’oppressione dell’esistenza dove prima degli individui conta la condizione economica. Anche l’intellettuale è costretto a omologarsi.

In un Italia distrutta dalla Guerra, matura una rinascita economica, il cosiddetto “boom”, che è conseguenza della ricostruzione finanziata dal Piano Marshall e altri fattori peculiari della penisola. L’ampia disponibilità di manodopera, unendosi allo sviluppo tecnologico, favorì la creazione di nuove industrie, e nessuna città come Milano rappresentò appieno la straordinaria crescita italiana e il mutamento dei suoi cittadini: cambiarono i costumi, la prospettiva di vita, e lo stesso “paesaggio”, da rurale a urbano. I settori trainanti erano le fabbriche di automobili, elettrodomestici, mobili e macchine per ufficio: prodotti che da banali suppellettili divennero beni necessari nelle case degli italiani (quel passaggio antropologico che Pasolini definirà “trasformazione da età del pane a età dell’oro”). L’ingresso della Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio aumentò gli investimenti dall’estero, rilanciando le miniere della Sulcis in Sardegna, e si scoprirono nuove fonti di energia come i giacimenti di metano e idrocarburi travati dal ENI in Val Padana. La crescita demografica fu garantita dai governi con la partecipazione statale nella costruzione di case popolari e nell’ampliamento delle metropoli. Lo sviluppo non minacciava di arrestarsi, malgrado l’aumento della disuguaglianze di welfare tra Nord e Sud.

A raccontare lo snodo chiave della storia nazionale è Luciano Bianciardi (1922-1971), maremmano trapiantato a Milano negli anni cinquanta, che lasciò moglie e figli per lavorare come traduttore in una casa editrice del capoluogo lombardo. Pubblicò nel 1962 il romanzo La vita agra, primo autentico successo dell’autore toscano, che racconta in maniera quasi autobiografica le conseguenze umane e sociali del “miracolo economico” nella Milano dei palazzi, quelli della sede centrale dell’azienda che il protagonista della storia vuole inizialmente far esplodere con un miscuglio di metano e aria; intende vendicare così i minatori morti nell’incidente di Ribolla del 1954.

Il successo del romanzo lo fece diventare culto, tanto da trasformarsi in film con la regia di Carlo Lizzani nel 1964, e Ugo Tognazzi che interpreta il Bianciardi/protagonista; ma non non fu un “classico” della letteratura novecentesca: la prosa irrequieta e giornalistica, le claustrofobiche descrizioni dello scenario industriale della Milano che cambia e la metamorfosi delle persone in “ectoplasmi massificati del mattino” quando vanno ai posti di lavoro, e alla sera quando siedono nei bar, lo rendono distante da ogni approccio letterario ad esso contemporaneo. Il protagonista non cresce, non si forma, e pagina dopo pagina si autodistrugge: la storia che all’inizio prometteva un orizzonte idealistico crolla nel finale, tornando al punto di partenza, quando si accetta quell’orizzonte grigio degli eventi che chiamiamo vita agra.

L’inizio del romanzo trasporta il lettore a “Brera, il bar Jamaica, i pittori, gli scrittori, i giornalisti del Corriere che li riconoscevi dalla cravatta, il jazz, l’industria della canzonetta, il design, le Canzoni della Mala”, nell’universo consumista e nella nuova individualità che vede al centro del proprio riscatto, dell’ascensore sociale, non la cultura ma il danè, i soldi del Posto, quello coperto dal fragore delle macchine da scrivere raccontato nella pellicola di Ermanno Olmi. Il romanticismo della modernità e del progresso è stroncato da Bianciardi, un anarchico a Milano, che ne mostra subito le crepe, “l’indifferenza, lo spleen, la noia, il rompimento di balle”.

Lui incontra Anna, donna bellissima, autonoma, ribelle, comunista e disinibita, che sarà la sua compagna e sostenitrice in ogni momento, tanto liberi in due da divenire una persona sola da quanto si amavano.
Il protagonista sceglie la strada dell’intellettuale, di integrarsi nella società che all’inizio voleva colpire, per comprendere i fenomeni di questo cambiamento antropologico. Il lavoro di intellettuale però non ha nulla di diverso dalla catena di montaggio: scrive notte e giorno tonnellate di traduzioni di testi inglesi per molte case editrici. Traduzioni che si trasformavano in lire per pagare l’affitto in ogni stanza e monolocale che condividerà con Anna, i debiti con le latterie e i sarti, gli alimenti per la moglie e il figlio lasciati in provincia, “le altre mille tra luce, gas, telefono e tasse comunali, le duemila del vitto giornaliero, le altre mille per incerti, spettacoli, vestiario e varie, le cinquecento delle spesate tue a borsellino, caffè insomma, sigarette e qualche cinema nei paraggi”. La vita è fatta solo per il lavoro, un lavoro tra le pareti di casa, ma comunque estenuante, dietro la macchina da scrivere con l’aiuto di Anna. E la salute dell’intellettuale-automa peggiora in un’ambientazione alienante, con edifici che soffocano il verde, dove il telefono continua a squillare con le voci dei creditori, degli ispettori del lavoro, dei venditori di elettrodomestici. La malinconia dell’io narrante non riesce a ricercare la bellezza rivoluzionaria in questa vita dipendente dalle collaborazioni editoriali, dall’abnorme burocrazia e dal costo della vita. Non può rifiutare i modelli civili imposti dal palazzo del potere, è costretto al conformismo se vuole sopravvivere. E’ la fine del bombarolo velleitario della provincia.

Ma è nel finale che il linguaggio dell’io autobiografico si fa prezioso, richiamando lo sprofondamento in quelle che Marx nominava “le gelide acque del calcolo egoista”. Un leitmotiv di episodi futili che riguardano la contabilità quotidiana è la rappresentazione alienante del destino dell’umanità industrializzata. I rapporti umani si riducono a rapporti di denaro, si strumentalizzano ai fini della produttività; solo l’amore per la propria compagna sembra l’unico faro ne La vita agra.

La mercificazione del lavoro comincia dal boom economico e arriva fino ai giorni nostri senza più indignazione e senza dare più spettacolo d’orrore. Anche nel romanzo, come nell’esistenza reale di Bianciardi scrittore, “il protagonista lentamente soccombe, il suo intento rivoluzionario si addormenta. Perché la città è un sonnifero, con il suo sistema alienante di regole, tempi, ritmi da rispettare in cui tutti sono perfettamente incasellati, è un sedativo contro ogni istinto di ribellione.”
L’autore morirà infatti a soli quarantanove anni, dopo aver ultimato altri romanzi come “L’integrazione”(1960), “La battaglia soda”(1964), “Aprire il fuoco”(1969). In uno sceneggiato RAI si pronuncia, passeggiando per le vie popolari e vecchie di Milano:

“Riesci a immaginare qui un bambino che giochi? L’altro giorno parlavo con mio figlio e gli promettevo le vacanze. Appena il tempo si fa buono ti porto in campagna, gli dicevo e ti faccio vedere gli animali, il somaro, la mucca, l’agnello. Ah si? Mi ha detto lui, allora mi fai vedere anche l’elefante? Capisci? Per lui ormai tutti gli animali sono esotici. Per lui la campagna è l’Africa”.

Rileggere oggi le prese di posizioni ne La vita agra aiuta a collocare il Bianciardi scrittore nello stesso olimpo di intellettuali italiani del periodo: a Fellini ne La dolce vita in cui la mondanità borghese romana viene ridicolizzata in un capolavoro cinematografico a metà tra il circo e la satira più arguta; a Pasolini degli Scritti Corsari in cui si denuncia il genocidio culturale del nuovo consumismo a scapito delle realtà particolari e delle periferie; a Pietrangeli nello straziante film Io la conoscevo bene dove un’aspirante diva del cinema si uccide, soffocata dal gretto e corrotto mondo affarista e maschilista dello spettacolo; a Antonioni nelle prospettive al chiaroscuro e nella rappresentazione alienante della civiltà nella “trilogia dell’incomunicabilità”.

L’autore lascia in eredità molti dubbi sulla cultura della crescita di oggi, sull’ accumulo dogmatico di beni che le virtuose classi dirigenti pretendono in nome del benessere. Come un “De Profundis”, individua nelle righe che seguono il fardello a cui le nostre generazioni e le future incorrono:

“Tutto quello che c’è di medio, è aumentato dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di far aumentare, e non a chiacchiere, le medie; prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. (…) A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestare i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera.”

 

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