Germania-Turchia: storia di un rapporto complicato

Si appresta a festeggiare ormai un anno il famigerato accordo tra Unione Europea e Turchia sui migranti. Fortemente voluto dalla Germania per bloccare la grande rotta dei Balcani e per placare il dissenso interno in seguito alla controversa decisione di aprire le porte a circa un milione di richiedenti asilo, l’accordo ha il non troppo velato scopo di dissuadere la traversata che congiunge le coste turche da quelle greche. Il contrasto al traffico di essere umani e alle reti criminali transfrontaliere è inoltre una delle priorità strategiche, in linea con gli indirizzi programmatici delle recenti politiche migratorie europee.  In un quadro d’azione piuttosto complesso, ingegnoso o machiavellico secondo i punti di vista, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha accettato di moltiplicare i pattugliamenti in mare entro le proprie acque territoriali e di accogliere i migranti rispediti dalle isole greche, in cambio dell’impegno dell’Unione Europea (UE) di reinsediare dai campi profughi turchi un richiedente asilo siriano in Europa per ogni migrante rimandato indietro: il cosiddetto meccanismo 1:1.  Non solo: Bruxelles si è impegnata a 1) versare un totale di 6 miliardi di euro a regime per aiutare le autorità statali nella gestione dei circa tre milioni di rifugiati siriani presenti in Turchia; 2) a riaprire le negoziazioni per l’adesione del Paese all’UE; e, cosa più importante dal punto di vista di Ankara, 3) a offrire la possibilità di viaggiare in Europa senza visto ai cittadini turchi. Ovviamente – e a giusto titolo – si sono levate le voci che hanno denunciato quest’accordo come illegale e immorale: espellere in massa dei potenziali beneficiari di protezione internazionale verso un Paese con dubbie garanzie sul rispetto dei diritti umani è in palese violazione del diritto internazionale e della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (nello specifico al suo art.3), firmata e ratificata tanto dagli Stati Membri quanto dalla Turchia stessa. Tuttavia, se vogliamo rimanere a un’analisi sterile e numerica, l’accordo è indubbiamente un successo perché ha fatto precipitare il numero degli sbarchi in modo drastico, fino a quasi annullarli negli ultimi mesi. L’accordo ha inoltre coinciso temporalmente con la svolta autoritaria di Erdoğan, il quale, dopo il controverso tentativo di golpe, ha iniziato una purga contro gli esponenti dell’opposizione e limitato la libertà d’informazione e di stampa.

Se la ‘crisi dei migranti’ ha spinto la Germania a cooperare con la Turchia, questo partenariato da cui evidentemente dipende solleva numerosi problemi che lasciano presagire grandi incertezze sui rapporti futuri tra i due Paesi.

La relazioni tra Germania e Turchia risalgono alla fine del XIX secolo, all’epoca dell’Impero tedesco e dell’Impero ottomano, che vivevano a quel tempo in simbiosi per via della loro complementarietà strategica, ma dai destini pressoché divergenti. L’uno, il neo Impero guglielmino, potenza crescente dell’Europa centrale che cercava di competere con Regno Unito e Francia, e l’altro, l’Impero millenario, denominato “il malato d’Europa”, che occupava, malgrado il suo inesorabile destino, una posizione strategica in Medio Oriente, specialmente per quel che riguardava il controllo del canale di Suez.

Nel 1896, il Kaiser Guglielmo II aprì la nuova fase di colonizzazione dell’impero per assicurarsi, secondo l’espressione del futuro cancelliere Bernhard von Bülow, “un posto al sole”. È in questo contesto in cui la Germania tentava di ritagliarsi un posto d’onore nella scena internazionale che la Turchia iniziò a ricoprire un’importanza particolare agli occhi di Berlino. Il Kaiser domandò ad Ankara, ad esempio, una concessione per costruire una via ferroviaria che collegasse Berlino a Costantinopoli, primo troncone della futura linea Berlino – Baghdad. Questo nuovo itinerario consentì di ridurre i tempi di trasporto delle materie prime necessarie a far funzionare la fiorente industria dell’impero, riducendo in tal modo l’impiego della marina per scopi commerciali. L’equilibrio delle zone d’influenza in Medio Oriente ne risentì notevolmente, a scapito specialmente dell’Inghilterra che si sentiva sfidata nell’area che più intaccava i suoi interessi, la storica via della seta che la collegava via terra con l’India. La Germania aprì così le proprie porte, diventando di lì a poco il primo partner economico in Europa della Turchia e stringendo una solida alleanza militare che spingerà i rispettivi eserciti a combattere da alleati nella Prima Guerra Mondiale. Gli ufficiali tedeschi, tra l’altro, hanno giocato da sempre un ruolo cruciale nella modernizzazione e nell’organizzazione dell’esercito turco, fin dai tempi delle Tanzimat, ossia le riforme avviate dall’Impero Ottomano a metà dell’Ottocento per far fronte alle esigenze di modernizzazione provenienti dalle nuove classi borghesi e nazionalistiche legate a doppio filo con l’Occidente per questioni commerciali. Terminata la Grande Guerra, i due imperi rapidamente si traducono in repubbliche. Tuttavia, se da una parte assunse il potere un carismatico nazional-populista come Mustafa Kemal Atatürk, padre della patria moderna, la Repubblica di Weimer si rivelò presto un fallimento. A seguito della ricostruzione post-Seconda guerra mondiale, la nuova Repubblica Federale Tedesca (RFT), limitata nella sua nuova conformazione territoriale e sorvegliata a vista dalle altre potenze, rivolse lo sguardo nuovamente verso Ankara. Mentre Francia, Regno Unito e Paesi Bassi potevano attingere manodopera dai loro possedimenti d’oltremare per velocizzare la ricostruzione dei rispettivi Paesi, la RFT, oltre ad attingere abbondantemente dal sud dell’Europa, (ri)aprì le porte ai lavoratori turchi, ufficialmente a partire dal 1961. Già nel 1969 si potevano contare almeno un milione di emigrati turchi impiegati essenzialmente nel settore tedesco di bandiera: l’industria. Tuttavia, in parte perché non provenivano da antiche colonie, questi emigrati erano considerati “Gastarbeiter”, ossia lavorati ospiti, piuttosto che cittadini con pieni diritti. Fino alla riforma parziale introdotta dal governo Schröder nel 2001, difatti la legge sulla cittadinanza tedesca era fondata sullo ius sanguinis. Se da una parte la presenza massiccia di persone di origine turca (di circa 3 milioni e mezzo nel 2010, ndr) ha rinforzato il legame particolare che esiste tra i due Paesi, quest’ultimo si è inevitabilmente deteriorato dalla metà del decennio scorso, quando la Germania si è opposta all’ingresso della Turchia nell’UE. Tale ostilità, particolarmente dovuta alle perplessità sulla compatibilità dell’Islam con i valori europei e di conseguenza all’integrazione di uno Stato di siffatte dimensioni, era particolarmente pronunciata a destra. Angela Merkel nel 2004, allora leader dell’opposizione, proponeva piuttosto un “partenariato privilegiato”: riconoscere la membership piena equivaleva, infatti, a rinunciare alla posizione di Paese UE più grande e popoloso, e quindi rischiare di avere minor voce in capitolo nelle istituzioni europee.

Sotto la luce della storia, sembrerebbe che i due partner intendano rimarcare oggi un’alleanza strategica simile a quella che erano abituati ad avere nel passato. La loro situazione attuale fa eco a quella riscontrata a inizio del XX secolo. Ancora una volta, l’avvicinamento è sponsorizzato da una Germania leader in Europa – anche se si può discutere molto sulla presunta egemonia teutonica – e da una strategia geopolitica della Turchia in Medio Oriente ben specifica. La priorità di Berlino è mantenere in vita l’accordo sui migranti fintanto che può, consapevole che è la Turchia a possedere il coltello dalla parte del manico, potendo minacciare in qualsiasi momento di lasciare libero il passaggio verso l’UE, se quest’ultima non ottempera alle promesse fatte. Nonostante la fragilità dell’equilibrio, le autorità tedesche sono convinte però che l’accordo possa durare perché la Turchia ha posto molte speranze nell’ottenimento della liberalizzazione dei visti, sulla base di un protocollo già siglato nel 1970 secondo cui i cittadini turchi avevano diritto alla libertà di circolazione senza visto nello spazio interno della Comunità. Inoltre, un eventuale recesso dall’accordo comporterebbe inequivocabilmente la sospensione dell’erogazione dei fondi previsti per l’assistenza dei rifugiati nel territorio: eventualità che Ankara non vuole minimamente prendere in considerazione. Proprio per questa ragione, dunque, Berlino vede Erdoğan come una persona programmatica e prevedibile che non cerca in prima istanza di fomentare o sfruttare a proprio vantaggio la crescente ondata di populismo in Europa, a differenza del presidente russo Vladimir Putin. Dunque, la Cancelliera è sempre rimasta discreta riguardo alle tendenze sempre più autoritarie del suo omologo turco, tanto da prendere le distanze da una risoluzione approvata dal Bundestag sulla condanna del genocidio armeno lo scorso maggio. Quest’atteggiamento è stato poi ampliamente e unilateralmente criticato quando il governo turco ha preteso, riuscendoci, che Angela Merkel autorizzasse, in base a una legge di lesa maestà del XIX secolo, il processo all’umorista Jan Böhmermann, reo di aver osato fare satira sul Presidente Erdoğan.

Tutto porta così a credere che la Turchia si trovi in posizione di forza, ma in verità dipende notevolmente dalla Germania, che rappresenta il suo principale sbocco per le esportazioni e sua seconda fonte d’importazione dopo la Cina. La Turchia ha ugualmente bisogno dell’Occidente per assicurare la propria sicurezza, in particolare con una guerra infinita ai propri confini meridionali e un amico-nemico, la Russia, i cui rapporti molto altalenanti non possono certo costituire una fonte di garanzia a lungo termine.

Nel bene o nel male, Berlino e Ankara mantengono legami inestricabili. Per ora, gli interessi coincidono, ma, nel corso degli ultimi mesi, le tensioni sono aumentate. Erdoğan ha accusato la Germania di sostenere il terrorismo quando quest’ultima ha lasciato intendere che non avrebbe in alcun modo estradato dei sospetti criminali reclamati dalla giustizia turca. Il progetto di ripristinare la pena di morte potrebbe così provocare un deterioramento consistente delle relazioni, con conseguenze importantissime per l’accordo su cui si regge l’intesa attuale. E, di certo, in caso di rottura, i due Paesi avrebbero tutti i mezzi per danneggiarsi a vicenda.  A rimetterci saranno, però, come sempre, i migranti.

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