50 sfumature di sinistra italiana

Le elezioni del 4 marzo sono passate e con loro anche quel clima tutto italiano da campagna elettorale. E’ la leggendaria sfida a chi urla di più. Non si sa più neanche contro chi, non si sa più contro cosa o a favore di chi. Si urla. Perché in realtà urlare crea chiasso ma acquieta le coscienze: se il colpevole è qualcun altro, allora io sono innocente. Tra le tante urla, una in particolare sembrava più un lamento disperato. E quel lamento proveniva in realtà da una sinistra ormai morente.

Forse si sarebbe potuto scrivere un libro sulle 50 sfumature di queste elezioni, e magari girare anche un film. Anche se la situazione politica italiana sembra essere già abbastanza drammatica di per sé, senza espedienti cinematografici. Proveremo allora ad analizzare alcune delle sfumature della morente sinistra italiana, tra l’ascesa delle destre populiste e la vittoria della paura.

Non è mai abbastanza sinistra

Sin dalla nascita del Partito Democratico, e siamo nel 2007, il solito ritornello che accompagnava le sconfitte o le non vittorie del principale partito della sinistra era il fatto che non fosse mai abbastanza di sinistra. La maggior parte delle volte chi sosteneva questa tesi lo faceva in maniera del tutto strumentale. Certo alcune politiche non erano spiccatamente di sinistra. Tantissime altre lo erano. Ma il problema era estetico. Bisognava apparire più di sinistra. C’era tanta nostalgia di rosso nelle bandiere e di tradizione.

Ebbene quel tipo di sinistra in un modo o nell’altro è riuscita sempre a presentarsi alle elezioni. E il risultato oscilla più o meno tra il 3% di Sinistra Arcobaleno del 2008 e il 3,39% di Liberi e Uguali del 2018. Non proprio un trionfo. O nessuno li capisce, il che sarebbe un controsenso visto il richiamo alla tradizione che più rossa non c’è, o sono loro a non capire il mondo e allora il problema è un altro. I temi forti della vecchia sinistra infatti, il lavoro, la città, la campagna, gli operai, gli intellettuali, sembrano tramontati con il declino delle ideologie. Siamo ormai nel secolo dell’individuo, del digitale, del lavoro flessibile e dinamico. Della politica che deve convincere, giorno dopo giorno, uno ad uno ciascun cittadino. Niente rivoluzioni, niente grandi programmi di cambiamento. Gli italiani sono conservatori e moderati, e lo saranno sempre. O la sinistra si adatta a vivere il presente o annegherà nel suo passato, seppur glorioso.

La sinistra che perde

Ma c’è di più. Anche i partiti della cosiddetta sinistra riformista, in Germania, in Francia, in Spagna, in Grecia, in Italia e in tanti altri paesi, navigano tra l’opposizione e l’estinzione: la loro visione politica non sembra più persuadere gli elettori, ancora scossi dalla crisi del 2008 e diffidenti verso la globalizzazione. E finiscono per rimanere stretti tra i populismi e le destre. Se imitano i toni arrabbiati dei populisti, si dissanguano. Se seguono la destra sui temi economici subiscono le critiche dei ceti più deboli e dei giovani sui temi dei diritti e dell’uguaglianza.

Non solo. La sinistra è accusata dalla stessa sinistra di non lavorare a sufficienza per la giustizia sociale e i diritti, ma poi trionfano i partiti favorevoli all’ingiustizia della flat tax e alla negazione dei diritti civili. La sinistra è accusata dalla stessa sinistra di non interessarsi adeguatamente al fenomeno migratorio e allo ius soli, ma poi trionfano i partiti più intolleranti nei confronti dell’immigrazione di qualsiasi tipo. La soluzione che i cittadini chiedono quindi non è quella offerta dal mondo della sinistra, anzi è esattamente l’opposto. E non c’è slogan o programma di governo, non c’è campagna elettorale che possa capovolgere questo paradigma: ai problemi della modernità, i cittadini hanno di fatto deciso di rispondere, che piaccia o meno, con le soluzioni proposte dalle destre e dai populismi.

L’Italia e le destre

Le elezioni del resto parlano chiaro. Più del 70% degli italiani ha votato per partiti apertamente di destra o con programmi riconducibili alla destra. Ma è quello che sta succedendo in tutta Europa e non solo: crollano le sinistre e si impongono i populismi e le destre xenofobe e sovraniste. La questione va oltre i Renzi, Bersani, D’Alema, Grasso. Non è più un problema di offerta politica, per quanto di certo le lotte interne non appassionino quasi più nessuno. In queste elezioni infatti l’offerta era anzi ricchissima, dal PD renziano alla sinistra estrema di Potere al Popolo. Eppure tutti insieme non superano il 25%. Forse il problema allora non è nell’offerta. Il problema è nella domanda, in ciò che viene richiesto alla politica. E forse gli italiani, e molti altri cittadini europei, non ritengono più attraenti i temi della sinistra. Con tanti saluti alla giustizia sociale e alla solidarietà, alla tolleranza e ai diritti, espressi in qualsiasi loro gradazione.

Chi ha vinto invece è chiaramente l’Italia della percezione, l’Italia che ha paura. Paura del diverso, dell’immigrato, dello straniero. Quella dei barconi e dell’invasione, delle ruspe e dei muri. L’Italia del lavoro che non c’è, non c’è mai stato e mai ci sarà, della disoccupazione e dell’assistenzialismo. A questo malessere, a volte reale, a volte ampiamente estremizzato da una narrazione giornalistica distorta, la Lega e il M5s hanno semplicemente offerto le soluzioni più appetibili e, forse, più comode da accettare.

Ma in fondo si parla di un paese che è costantemente rapito dallo sdegno, dallo spavento e dall’inquietudine. Un paese incapace di valutare la complessità dei fenomeni, accecato da una percezione schizofrenica della realtà. E allora non sorprende che, in questa cecità, anche la sinistra non riesca più a trovarsi un senso.

 

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