Abbatti il muro e diventa ciò che sei. Lo spettacolo di Marco Cortesi e Mara Moschini

Ho assistito per la prima volta a uno spettacolo di Marco Cortesi e Mara Moschini, autori e interpreti forlivesi, al teatro Battelli di Macerata Feltria, nell’entroterra marchigiano al confine con la Romagna. Era il 2013, quarta superiore, e i ricordi di quello spettacolo sono vivissimi. Intitolato “La Scelta. E tu cosa avresti fatto?” raccontava, attraverso la narrazione di storie di uomini e donne, le atrocità del conflitto in ex-Jugoslavia e la pulizia etnica, ma anche il coraggio di chi si è ribellato, compiendo gesti umani in un mare di follia. Uno spettacolo impossibile da dimenticare, storie e testimonianze che mi appassionarono e lasciarono un segno, suscitando in me un profondo desiderio di approfondire quelle vicende e quelle tematiche.

E così, quando Alessio, amico e compagno di università, mi ha detto che Marco Cortesi e Mara Moschini avrebbero tenuto un nuovo spettacolo a Forlì, ho pensato che non me lo sarei potuto assolutamente perdere. Sabato 12 maggio ho avuto dunque il piacere di assistere, in un teatro Diego Fabbri gremito, a “Die Mauer. Il Muro”, il nuovo spettacolo dei due attori forlivesi. La serata è stata organizzata in collaborazione con il Comitato di Forlì della Croce Rossa Italiana, il Comune di Forlì e il progetto Atrium, un interessante progetto europeo che ha come scopo la gestione del patrimonio architettonico dei regimi del Novecento. Tutto il ricavato è andato a sostegno di un progetto del Comune di Forlì che punta all’inclusione scolastica attraverso l’acquisto di libri, quaderni e strumenti di disegno per tutte quelle famiglie che non possono permetterselo.

Lo spettacolo è articolato in quattro appassionanti e incredibili storie che tengono con il fiato sospeso, storie di persone che avevano il loro amore al di là del Muro e che hanno fatto di tutto per rincontrarlo anche a costo della propria vita, di chi attraverso la passione per la fotografia voleva far vedere al mondo intero cosa succedeva a Berlino Est e di chi ha contribuito in modo decisivo, in veste di giornalista come Riccardo Ehrman, a far cadere il muro che ha tolto la libertà ai berlinesi per 28 lunghi anni.

Lo spettacolo è intenso e coinvolgente, anche grazie all’attenzione che è stata riservata per i particolari, come le tracce sonore che accompagnano la voce dei due attori, registrate proprio nei posti in cui ebbero luogo le vicende raccontate durante lo spettacolo. O alla puntigliosa ricerca storiografica che i due attori hanno fatto per ricostruire le vicende, intervistando 43 testimoni, diretti e indiretti, e avvalendosi dell’aiuto del Liceo Linguistico di Forlì per la traduzione dei documenti in lingua tedesca. Ed è proprio questa ricostruzione fedeli degli ambienti della fredda Berlino Est, e la bravura degli attori nel raccontare e coinvolgere attraverso queste storie incredibili, che immergono completamente lo spettatore dentro le vicende narrate e lo riportano indietro nel tempo, agli anni della guerra fredda.

Viene dunque raccontata l’epica fuga da Berlino est di Hans Weidner, autista invalido di guerra che non voleva collaborare con la polizia segreta, nonostante le ripetute minacce della Stasi. E dunque, con l’aiuto di un amico, decide di corazzare il suo Vomag (Vogtländische Maschinenfabrik AG), un autobus che, come si vantava l’azienda tedesca, non si fermava mai. E non si fermava veramente mai, tanto da sfondare il muro e portare la sua famiglia e quella dell’amico nella Berlino occidentale. E la storia di una ragazza berlinese appassionata di fotografia e dei Pink Floyd che in occasione del concerto del gruppo britannico a Berlino Ovest, decide di ascoltarlo dall’altra parte del muro. Ma nella DDR la musica dei Pink Floyd non era ben vista, e gli appassionati che seguivano il concerto vengono caricati dalla polizia e malmenati. Ma la ragazza berlinese scatta delle foto del massacro e sopporterà torture e violenze psicologiche nelle carceri della Stasi per non consegnare quelle foto, che rimarranno nascoste sotto il sellino della sua bicicletta rossa e finalmente pubblicate tanti anni dopo.

Lo spettacolo, oltre ad appassionare e divertire il pubblico, dona anche due riflessioni profonde. La prima, si collega all’importanza della memoria. Dopo la caduta del Muro di Berlino, il 9 Novembre 1989, si festeggiò e si gridò la fine della storia, “the wind of change” soffiava forte e  liberava Berlino e  l’Europa, facendo presagire un futuro di libertà e pace. Tuttavia i muri, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite, sono oggi 73 e proprio quei paesi dell’Europa centro-orientale che avevano spinto e guidato il cambiamento, polacchi e ungheresi in primis, stanno diventando democrazie illiberali, come scrive Timothy Garton Ash su Repubblica di venerdì 11 maggio.

E poi la seconda riflessione, quella che riguarda ognuno di noi come individui. Perché le storie raccontate dai due attori sabato sera non sono solamente storie di chi ha provato a superare il muro, quello fatto di cemento armato e checkpoint, ma anche di chi ha seguito un sogno abbattendo i propri muri interiori, vincendo la paura. E questo ci racconta Marco Cortesi nel monologo finale, ricordando la testimonianza di Holger, 82 anni ex professore di matematica che ha perso il figlio nel tentativo di attraversare il muro: “Quando il Muro cadde ricordo che tutti cominciarono a saltare in mezzo alla strada. C’era gente che si abbracciava, che piangeva… Era un’emozione così forte, così potente da togliere il respiro. E fu in quell’istante che capii come era stato possibile che un Muro rimasto in piedi per 28 anni cadesse finalmente senza che una sola goccia di sangue bagnasse l’asfalto. Avevamo smesso di avere paura! Ecco il segreto. Insieme, stringendoci per mano, noi non avevamo più paura. La nostra felicità era inarrestabile

Non possiamo decidere quando nascere né quando morire, ma quello che facciamo durante la nostra vita, quel trattino tra la data di nascita e quella di morte, lo riempiamo noi. I muri interiori che ognuno di noi ha, le paure di non riuscire a realizzare i nostri sogni, il timore di essere giudicati, che bloccano la nostra fantasia, le nostre passioni e la realizzazione della serenità e della felicità individuale delle persone, vanno abbattuti per diventare, come ha detto il filosofo tedesco Nietzsche ripreso dall’attore forlivese chiudendo lo spettacolo, ciò che siamo.

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