ACCADDE OGGI. 12 aprile 1945, Truman presidente e quel discorso che ha cambiato la Storia

Non è un caso che oggi scelga di dedicare questo mio articolo a Harry S. Truman. E non (soltanto) perché il 12 aprile ricorre il settantaduesimo anniversario dell’insediamento alla Casa Bianca di questo personaggio, all’epoca più che misterioso, che sarebbe ben presto divenuto una figura chiave della Storia contemporanea, e dei suoi esiti.

Mentre effettuavo le mie ricerche per la stesura di questo pezzo, infatti, mi sono imbattuto nel celebre discorso della Dottrina che il Presidente democratico pronunciò di fronte al Congresso in seduta congiunta il 12 marzo 1947. Un passaggio mi ha colpito particolarmente:

The free peoples of the world look to us for support in maintaining their freedoms. If we falter in our leadership, we may endanger the peace of the world

Parole molto simili a quelle di Donald Trump in seguito all’intervento in Siria.

We hope that as long as America stands for justice, the peace and harmony will in the end prevail

Insomma, una sorta di linea di continuità, che da Truman ha attraversato un po’tutte le presidenze americane, per giungere anche al tycoon newyorkese che di intervento americano, almeno fino a pochi giorni fa, non ne voleva proprio sapere.

Un filo rosso degli Stati Uniti e della Storia del nostro tempo, che passa attraverso questa figura a tratti ancora poco indagata. Fu un personaggio, Harry S. Truman, che venne spedito di prepotenza nella stanza dei bottoni, senza che ne avesse visto mai neanche la porta da lontano.

Era un senatore del Missouri dal basso profilo, figlio di agricoltori, reduce da un fallimentare business di abbigliamento maschile, descritto magistralmente da Oliver Stone come a man of limited qualifications but with few enemies (The Untold History of The United States, Chapter 2: Roosevelt, Truman and Wallace).

Alla convention democratica del 1944, venne opposto, quasi senza esserne a conoscenza, al vicepresidente in carica Henry A. Wallace, che dalle platee di tutto il paese predicava senza mezzi termini uguaglianza e fine della segregazione razziale. Insomma, Truman era un politico debole che sarebbe presto divenuto un presidente debole. Perché era inevitabile, che il vecchio Franklin Delano Roosevelt fosse in pieno countdown prima del suo ormai prossimo congedo dal mondo.

Eppure, una volta alla presidenza, Truman fronteggiò la situazione più delicata che gli Stati Uniti si fossero mai trovati ad affrontare in tutta la loro, giovane ma non più di primissimo pelo, storia di paese libero. A Harry S. Truman, sconosciuto ex senatore del Missouri, venne richiesto senza mezzi termini di stabilire quale sarebbe stato il destino del mondo, a pochi giorni dalla conclusione della più devastante guerra della storia umana.

Guerra fredda, Occidente, ricostruzione, anticomunismo, bomba atomica: queste le parole del glossario del Presidente, che, durante il suo mandato di quasi otto anni -venne riconfermato alla Casa Bianca nel 1948, quando tutti lo davano per sconfitto certo- dovette affrontare molte sfide.

Prima tra tutte, la fine della Seconda Guerra Mondiale. Vero è che, capitolata la Germania, la vittoria sul fronte del Pacifico era solo una questione di tempo. E vero è anche che, dopotutto, le due bombe atomiche sul Giappone non erano indispensabili. Roosevelt non le avrebbe sganciate, forse: avrebbe solo mostrato il loro potenziale distruttivo a giapponesi e russi, come a dire: Uomo avvisato…Ma Truman non ebbe esitazioni: se il nemico vero era il comunismo, se la sua avanzata era sul punto di mettere a repentaglio la stessa libertà del popolo americano, allora non c’erano alternative. Le bombe andavano sganciate, per ribadire la forza degli Stati Uniti sui diretti nemici.

A tal proposito, ebbe a dire: Capisco il tragico significato della bomba atomica…È una responsabilità tremenda…Ringraziamo Dio che essa è stata inventata da noi e non dai nostri nemici e preghiamo di poterla usare secondo la Sua volontà e per i Suoi fini.

Ci fu tanta religione, nella retorica di Truman. Egli era un Battista praticante, che lesse la Bibbia più volte, e per questo cercò sempre di inserire delle categorie religiose nei suoi discorsi, che trasformassero il conflitto che si stava profilando all’orizzonte come una vera e propria guerra di religione, tra il cristianesimo occidentale e il comunismo ateo. Volle riunire sotto un’unica bandiera tutte le diverse confessioni che erano nate a partire dal cristianesimo, e questa bandiera venne appunto rintracciata nell’originalissimo concetto di Occidente. Qualcosa che prima non esisteva, se non come un luogo geografico, tutt’al più vagamente politico. Cattolicesimo e protestantesimo dovevano essere riuniti per la prima volta in un progetto comune, che conducesse alla libertà del mondo intero. Non a caso, il Presidente fu amico di Pio XII, molto più di quel Peron che, più o meno negli stessi anni, proponeva una terza via appuntando sul petto la medaglia di paladino della cattolicità.

Eppure, quello che Truman fu in grado di comprendere più di chiunque altro fu che il mondo non era pronto ad accogliere terze vie. Nel discorso di enunciazione della sua dottrina, emerge a tal proposito una dimostrazione di manicheismo totale, disarmante, senza via di scampo:

At the present moment in world history nearly every nation must choose between alternative ways of life. The choice is too often not a free one. One way of life is based upon the will of the majority, and is distinguished by free institutions, representative government, free elections, guarantees of individual liberty, freedom of speech and religion, and freedom from political oppression. The second way of life is based upon the will of a minority forcibly imposed upon the majority. It relies upon terror and oppression, a controlled press and radio, fixed elections, and the suppression of personal freedoms.

Insomma, bisognava scegliere tra il Bene e il Male, la Verità o la Menzogna, la Libertà o l’Oppressione.

Truman realizzò, primo tra tutti, quell’ordine liberale internazionale che era sotteso alla nuova egemonia statunitense, figlia della vittoria del conflitto mondiale e del primato economico. Come riporta in maniera molto lucida Mario Del Pero in Libertà e Impero, Truman territorializzò l’impero, creando tramite il Piano Marsahll e l’Alleanza Atlantica un Occidente che aveva una duplice connotazione: in negativo, era l’antitesi al nemico sovietico; in positivo, il progressivo avvicinamento al modello ultimo di progresso, quello incarnato dagli Stati Uniti stessi.

Stretto tra l’incudine e il martello, tra un’Unione Sovietica sempre più minacciosa tramite la creazione delle Democrazie popolari, e gli Alleati che non potevano tollerare una nuova rinuncia all’egemonia, come accaduto dopo la Prima Guerra Mondiale, Truman scelse la via del confronto diretto e della divisione del mondo, segnando, in un certo modo, molto di ciò che sarebbe accaduto nei successivi quarantacinque anni.

Era solito ripetere: If you can’t stand the heat, get out of the kitchen. Se non reggi il calore, resta fuori dalla cucina. Harry S. Truman, l’uomo debole scelto da un manipolo di notabili impauriti da svolte radicali, scelse di restare in cucina. Forse, non con l’esito che il mondo intero avrebbe potuto sperare. Forse, non con la lungimiranza del suo predecessore. Ma la Storia -si guardi alle recenti scelte di Trump- dovrà comunque rendergli il Suo tributo.

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