Alexa lavora per la CIA, Siri no

Tanto tempo fa, in un Cambiamento lontano lontano…

È il 17 aprile e Luigi Di Maio sta battendo forsennatamente su di una tastiera dopo aver visto un video su YouTube nel quale viene chiesto ad Alexa:‘Alexa, do you work for the CIA?’. Allertato con massima urgenza il correttore di bozze del Blog delle Stelle, per il quale è già stata predisposta una massiccia quantità di caffè e Prozac per la lunga nottata, il Ministro si prepara ad andare a dormire, non prima d’aver corredato il proprio scritto con alcune immagini auto esplicative, ricche di suoni onomatopeici da fumetto: “Boom”, “Puff”, “Pow”, “Kasta!”. 

Il giorno successivo, tuttavia, l’affranto correttore di bozze chiama Di Maio e, con due ore di sonno indotte dall’abbraccio d’un peluche di Alberto Manzi e le lacrime agli occhi, lo informa della notizia del giorno: il Sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti Armando Siri è indagato per corruzione. Il senatore legista avrebbe ricevuto una mazzetta da trenta mila euro, attraverso la mediazione del responsabile del programma della Lega sull’Ambiente, Paolo Arata, in rapporti col “re” dell’eolico siciliano, vicino al superlatitante Matteo Messina Denaro, l’imprenditore Vito Nicastri, per inserire nel DEF del 2018 una norma per l’erogazione di contributi alle imprese che operano nelle rinnovabili. 

«Sarebbe opportuno che il sottosegretario Armando Siri si dimetta» dichiara immediatamente il Ministro alla stampa, dopo un breve consulto col revisore. «Non so se Salvini sia d’accordo con questa mia linea intransigente, ma è mio dovere tutelare il Governo». Il Ministro Matteo Salvini, intanto, rassicura: Siri «l’ho sentito oggi. Lo conosco e lo stimo». “E anche se non è riuscito ad inserire quella norma, è una persona competente”. «Ho assolutamente piena fiducia in Siri». “Sin dai tempi della sua prima bancarotta fraudolenta: la prima non si scorda mai”. Il diretto interessato si dice «tranquillo». Come tutti «non so se ridere o piangere. Non mi sono mai occupato di eolico. Sicuramente non c’entro niente: […] chiederò di essere ascoltato immediatamente dai magistrati». Nel dubbio.

La mattina del 19 aprile Di Maio e il suo content manager stanno discutendo sull’ora di programmazione del nuovo scoop del Blog delle Stelle: ‘Alexa, lavori per le CIA?’ Una copia del Corriera della Sera, tuttavia, distoglie la loro attenzione: il figlio di Arata, Federico, è stato assunto a Palazzo Chigi dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti. «La domanda che ci poniamo», dichiara prostrato Luigi al primo cronista che trova sotto mano, «è se Salvini fosse a conoscenza di tutto questo». Il quale, in nome della trasparenza, risponde immediatamente attraverso una nota: «Non rispondono a polemiche e insulti che si sgonfieranno nell’arco di qualche ora». Tant’è, il senatore Siri, con genuina coerenza, rasserena: «Ho presentato un emendamento che mi ha chiesto una filiera di piccoli produttori che mi dicevano di essere in difficoltà. Io non ho fatto altro che portarlo negli uffici, li è finito il mio ruolo». Dichiarando infine in sua difesa: “Io trasporto e basta”.  

20 aprile. Il Movimento Cinque Stelle non ci sta e cala l’asso: Danilo Toninelli. Lasso, il Ministro dei Trasporti dichiara al Corriere della Sera che la sua immediata decisione di revocare le deleghe a Siri «non è un atto politico, ma a tutela […] del suo diritto di difesa. [Perché] sarebbe auspicabile che si difendesse da semplice senatore», “come fanno tutti i cittadini italiani”. Il giorno dopo, a corredo dell’intervista, il dicastero di Toninelli fa trapelare un comunicato nel quale si dichiara che il Ministro, oltre alle deleghe, ha tolto a Siri anche l’accesso alla rubrica e alla fotocamera. 

Tutto pronto, il 23, per la pubblicazione sul Blog delle Stelle, il giorno dopo, di quattro domande a Siri, sulla scorta di quanto Repubblica fece con Berlusconi e Renzi. La quinta sarebbe dovuta essere ‘Alexa, lavori per la CIA?’, ma lo scoop successivo si sarebbe rovinato. La risposta del diretto interessato non si fa attendere: “Scusa, non ho capito”. Così quella del responsabile della comunicazione di Salvini, Luca Morisi:

 

La Cina è vicina, ma Siri è ancora più vicino

Passato il 25 aprile per tutti, tranne che per Salvini, al quale non interessa il derby tra fascisti e comunisti, non essendo lui abituato a stare in panchina ma a giocarlo, Giuseppe Conte si ricorda di essere il Presidente del Consiglio. E noi con lui. Dalla Cina, in cui i cronisti si sento più al sicuro che in Italia, dunque fanno domande, il Premier risponde sul caso. «Ho letto le posizioni delle due forze politiche, ma non mi sento condizionato, perché la mia linea è sempre la stessa, mi è molto chiara nella mente, non c’è nessun condizionamento che mi possa turbare» dichiara, sorseggiando del the. «C’è una dimensione umana che non trascurerei: è ovvio [che] la considerazione umana verrà tenuta da conto, ma non potrà essere determinante. C’è un percorso di razionalità» conclude, congiungendo le mani, giungendo le ginocchia, prima di chiudere gli occhi. 

Una volta riaperti è il 27. E al Ritz Carlton di Pechino i giornalisti al suo seguito sono ormai, come Conte stesso, tornati ad una fase di libertà ed indipendenza pre-politica. Con una tonaca rossa ed un paio di foglie a coprirgli i genitali, il Presidente dichiara, con fare romantico: «Una volta si chiedevano le dimissioni per telefono, anche senza guardarsi negli occhi. Io sono fatto in modo diverso». E scompigliandosi passionalmente i capelli, battendo le ciglia, prosegue: «Con il sottosegretario Siri ci parlerò, chiederò delle spiegazioni, le pretenderò, anzi, e poi sarà assunta una decisione. […] Se dovesse restare incollato alla poltrona troverò il modo per scollarlo, se fosse quella la mia determinazione. Ma in ogni caso discutere di una decisione in questo momento non è corretto, ci sono ancora dei passaggi da espletare, da parte mia mi fermo qui». E ricongiungendo le mani, incrociando nuovamente i piedi, conclude: «È tutto fisiologico, è normale che in queste settimane si alzino i toni della voce per farsi sentire di più dagli elettori. […] Del resto io non posso stare dietro alle polemiche quotidiane di Lega e M5S». Sguardo in camera: «Non sono più forte della polemica: non mi interessa». Alcuni saggi presenti riportano la progressiva levitazione del Premier, nonché un principio d’aureola.

Domenica 28. L’annuncio: «Conto di poter vedere Siri già domani» dichiara il Premier pronto ad imbarcarsi all’aeroporto. Poco dopo, tuttavia, fonti smentiscono: «L’incontro slitterà». Pare, infatti, che il Presidente Conte, vistosi negare la possibilità di espletare il proprio restante mandato governato in videoconferenza, dall’estero, avrebbe finto un attentato legandosi attorno alla vita dei würstel, brandendo una tazzina da the a mo’ di detonatore, e sarebbe in stato di fermo. Da Palazzo Chigi, immediate, giungono rettifiche: “In fondo, non abbiamo tutti quanti un Siri, dentro di noi?”. 

 

Governo di lotta, di governo, di varie, di eventuali

Lunedì 29 una papabile soluzione. La prima. Spunta, infatti, una nuova ipotesi sul caso Siri: l’autosospensione. Sulla quale, tuttavia, il Ministro Di Maio è gelido: «L’autosospensione non esiste, quindi evitiamo di prenderci in giro»: «esistono le dimissioni o il restare in carica». Al Capo politico Cinque Stelle fa eco Danilo Toninelli: “Luigi ha ragione, non si può rispondere alle richieste del Paese con autosospensioni o restando in carica così. Metti che stai facendo una telefonata, no? E a metà della conversazione il telefono va in standby. O peggio, che devi parlare col telefono in carica se no si spegne. Io lavoro dalle sedici alle diciotto ore al giorno, mia moglie ve lo confermerebbe se solo riuscissi a chiamarla. Avete mica una caricatore portatile?”. Così, mentre un paio di addetti spiegano ad un Toninelli indignatissimo per l’affronto cosa sia una power bank, Matteo Salvini replica: «I processi si fanno in tribunale, non sui giornali o in Parlamento, se siamo una democrazia». Stoccando: “Siri non è mica Matteo Salvini!”. Il punto, tuttavia, replica Di Maio, «non è dove si fanno i processi, ma l’opportunità politica, altrimenti tutto è concesso in virtù del garantismo». Mentre la Ministra per il Sud, Barbara Lezzi, tiene a far guardare all’alleato il cornetto mezzo pieno: dimettersi «non significa andarsene a casa, ma restare un parlamentare». Fiducioso il Sottosegretario Giorgetti: «Conte è tornato, ci sta pensando lui»: «domani abbiamo il Consiglio dei Ministri, almeno lì ci vediamo». Concludendo: “Ne abbiamo di cose di cui parlare”. 

Martedì 30. Ore 21:00. Conte riunisce il Consiglio dei Ministri, mostrando a tutti le foto del suo viaggio in Cina. Segue una proiezione del film ‘La corazzata Kotiomkin’, mentre Rocco Casalino si appresta a filtrare il racconto di Tottenham-Ajax. Fonti riportano una catering asciutto.

Primo maggio. È, per tutti, la Festa dei lavoratori. Tranne che per Matteo Salvini, che non partecipa al derby tra quelli che lavorano e quelli che non hanno mai lavorato, non essendo lui abituato a stare in panchina, ma in poltrona, facendo il Capitano. E per Toninelli. Il quale, ancora indignato dai giorni precedenti, si presenta dinnanzi alla stampa: “Tengo a precisare che né io né la mia famiglia abbiamo mai posseduto un Siri. Né un autosospeso. Io e mia moglie abbiamo appena comprato una Jeep Compass Diesel”. 

Il giorno successivo, un’alta ipotesi risolutiva. La seconda. Consultata la propria confezione e il foglietto illustrativo, Siri annuncia: se non ci saranno novità da parte del pm «entro quindici giorni sarò il primo a voler fare un passo indietro». In direzione, secondo Di Maio, di «una strada un po’ furba». Tanto che il Premier Conte annuncia: «Mi assumo la responsabilità politica di chiedere nel prossimo Consiglio dei Ministri di mettere all’ordine del giorno la revoca delle deleghe al sottosegretario Armando Siri». E dopo una piccola esitazione, “se proprio non vogliono finir di vedere le mie foto in Cina”, prosegue: «Invito la Lega a non lasciarsi guidare da reazione corporative e il M5s a non approfittare di questa soluzione per cantare una vittoria politica». 

3 maggio. A margine del ‘Concertone per la caccia di Siri’, dove orde di pentastellati si sono radunati festanti, tra danze con figure che non prescindono da passi all’indietro e orge dove ad essere trombato è solo il cartonato del Sottosegretario, Toninelli torna a difendersi a spada tratta. “Siri? Non lo conosco, non ne ho mai sentito parlare e non l’ho mai visto. Non c’ero. E se c’ero, dormivo. E se dormivo, ero concentrato. Ho le prove: a L’aria che tira Siri nemmeno sapeva che ero Ministro. Se lo ricorda quando i Cinque Stelle non andavano in TV?”. Voci confermano il successivo avvicinamento dell’interprete del Ministro per la stampa italiana, all’occorrenza con funzioni da badante, che con una serie di pacche sulle spalle, coadiuvate da un rassicurante “qui una volta era tutta campagna”, ha accompagnato il Ministro il più lontano possibile dall’evento. 

 

Il Governo non è bello, se non è litigarello 

È il 4 maggio e un Di Maio reduce dal ‘Concertone del 3 maggio’, frullato di banana in una mano, scrive con l’altra su Facebook. «Oggi non su uno, ma su quasi ogni giornale c’è scritto che la Lega vuole staccare la spina al governo e ha pianificato di far saltare tutto dopo il voto. E tutto questo per cosa? Per una poltrona? […] Qui si tratta semplicemente di smettere di fare le vittime e rimettersi a lavorare» chiosa. Immediata la replica di Matteo Salvini: «I giornali sono peggio di Topolino». “C’è persino più roba scritta e molte meno figure”. Poi prosegue: «Non c’è nessuna crisi di governo. […] Poi alcuni giornalisti non si lamentino se i giornali vendono di meno o alcune trasmissioni di politica fanno pochi ascolti. Io ho diritto di criticare» aggiunge. Non prima di ordinare alla Digos la rimozione di alcuni manifesti che lo contestano, apposti sulle facciate di alcuni palazzi limitrofi al luogo della sua ventura manifestazione. Nel frattempo Conte, intervistato a San Giovanni Rotondo, si presume ivi recatosi in pellegrinaggio, dichiara: «Io non sono stato giudice nella vicenda Siri». E specchiandosi in una qualsiasi reliquia, aggiunge: “Al massimo l’avvocato degli italiani”. 

5 maggio. Nello spirito di convivialità che contraddistingue le domeniche, il correttore di bozze del Blog delle Stelle, da giorni più in paranoia che mai, clicca il tasto ‘invio’. «Sulla questione morale il M5S non fa passi indietro. E alla Lega chiediamo di non cambiare sempre discorso, ma di tirare fuori le palle e di farlo dimettere». La risposta di Salvini non si fa attendere: «Gli amici del Movimento Cinque Stelle pesino le parole. Se dall’opposizione insulti e critiche sono ovvie, da chi dovrebbe essere alleato no. […] A chi mi attacca dico tappatevi la bocca, lavorate e smettete di minacciare il prossimo. È l’ultimo avviso» conclude, allontanandosi per andare a posare in un foto che lo ritrae con un Kalashnikov.

Il 6 maggio, consci di una imminente strategia ‘salviniana’ d’attacco, balistico, i Cinque Stelle si confrontano per le future mosse. In primis, urge un chiarimento sulla principale vicenda che sta logorando il Movimento. Con una nota, il dicastero dei Trasporti precisa: “La collaboratrice del Ministro, con funzioni di traduttrice ed accompagnamento, non percepisce stipendio doppio ed è alimentata ad energia solare”. In secundis, venuti a conoscenza di un’inchiesta di Report su una palazzina comprata a Bresso da Siri attraverso una banca di San Marino, i pentastellati si affrettano a ricordare come loro candidarono Milena Gabanelli a Presidente della Repubblica. E come non possegga una casa, essendo una testuggine.

La quiete prima della tempesta. Il 7 maggio è la vigilia del Consiglio dei Ministri. In tempi di probabili certezze, tuttavia, i dubbi di Luigi permangono: «Non capirò mai perché la Lega in queste settimane abbia continuato a difendere Siri. […] Oggi è l’ultimo giorno utile perché Salvini comprenda l’importanza di questa vicenda». Tanto che l’altro vice Premier annuncia: «La mia priorità del CdM di domani è la lotta alla droga». Nel frattempo, in giornata Paolo Arata viene interrogato in Procura, mentre Armando Siri decide di non rispondere alle domande dei pm, presentandosi per una dichiarazione spontanea e depositando una memoria. «Non rispondere all’interrogatorio dei magistrati è grave e in parte indicativo»: Di Maio si mostra presente.

 

La fine?

La mattina dell’8 maggio inizia, dunque, il galeotto Consiglio dei Ministri. I ministri Cinque Stelle si presentano alle 9:45, alcuni dopo aver dormito in apposite tende e sacco a pelo, per non rischiare di mancare al grande giorno e conquistare le prime file. A partire della 10:20 giungono a Palazzo Chigi anche i leghisti, mentre Conte fa capolino verso le 10:30. Rammarico per l’assenza delle anime della festa: i Ministri Giovanni Tria ed Enzo Moavero. 

In un paio d’ore, il Presidente Conte conferma la propria decisione, firmando la revoca del Sottosegretario. Nessuna conta, causa una possibile proposta pentastellata di giocare a guardia e ladri. Solo una «discussione pacata e civile», descritta dal Premier come «franca e non banale». Ma ugualmente proseguita e conclusasi da pronostico: con un intervento in difesa di Siri della Ministra della Pubblica Amministrazione, Giulia Bongiorno, ed uno ‘all’attacco’ del vice-Premier Di Maio. Con Conte che alla fine ha fatto quello che sin dall’inizio desiderava fare e con Salvini che dopo un quarto d’ora era su Twitter a postare una foto di sua figlia. Annessa la conferenza stampa, con il solo Di Maio presente. Sobrio il tono, com’è quello che solitamente contraddistingue le sue dichiarazioni: «Non è stata una vittoria del Movimento Cinque Stelle, ma degli italiani onesti». Nonché un «importante segnale di discontinuità rispetto al passato», perché «questo è un governo che non protegge chiunque». Concludendo: “Se Siri vuol tornare al Governo, sequestri una nave e vediamo quanti voti prende su Rousseau!”.

9 maggio. Dopo la seconda grande festa in meno d’una settimana, tra stelle filanti e coriandoli dispersi sul pavimento dell’Ufficio Comunicazioni del Movimento Cinque Stelle, tra bottiglie vuote e bicchieri di plastica, tra sguardi assonati ma felici e soddisfatti, un uomo solo si staglia triste e mesto nella stanza, l’unico, tra i pentastellati al settimo cielo. È il correttore di bozze del Blog delle Stelle. “Ehi Siri, perché sei così triste?” chiede scherzoso Luigi, facendosi poi serio: “Che succede?”. “Ma come che succede, Gigi? Non hai sentito? Il Governatore della Lombardia, Fontana? È indagato per tangenti! La chiamano la nuova Tangentopoli. Ci abbiamo messo un mese per cacciare un Sottosegretario pregiudicato che crede agli extraterrestri e all’olistica, figurati Fontana. E adesso dobbiamo pure votargli la flat tax. Sai chi l’ha scritta la flat tax, Gigi? Siri! Uno che ha chiamato il suo partito PIN, PIN cazzo! Fa pure il responsabile della Scuola di formazione politica della Lega: qui non finiamo più, Gigi. E oltre la beffa, il danno: il Quirinale ha rifiutato il testo del decreto per cacciare Siri per un errore formale. Un errore formale: capisci cosa significa per me? Dobbiamo riscr… Devo riscriverlo. E poi Roma, i rom, i fascisti, i sorci…”. L’elenco sfocia in un pianto isterico, bilioso, tanto che Luigi riesce quasi contare, distintamente, le lacrime del revisore: sono quarantanove milioni. 

“Non ti preoccupare, dai”, il suo sguardo rincontra quello di Di Maio, “facciamo che oggi pubblichiamo il post su Alexa, va’”. 

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