Apologia del Movimento 5 Stelle

Sul Movimento 5 Stelle si è scritto molto, sia in ambito giornalistico che in ambito scientifico. Molto spesso, però, in entrambi i settori le analisi e le valutazioni peccano di eccessiva e marcata presenza di giudizi di valore, che allontanano lo studioso dalla comprensione di ciò che, ancor prima di essere una forza politica, è innanzitutto un fenomeno. Da questo punto di vista mi trovo quindi d’accordo con quanto affermato da una figura ben più autorevole del sottoscritto, ovvero il politologo Gianfranco Pasquino. Pasquino infatti sostiene che “il Movimento Cinque Stelle ha, giustamente, attirato un’attenzione enorme da parte dei mass media e degli studiosi, italiani e stranieri. Ho letto molto in materia. Ho trovato cose buone e meno buone; cose originali e cose ripetitive; cose utili e cose inutili alla comprensione del Movimento; cose che mirano alla oggettività e cose che si (s)qualificano per la faziosità (quando sono gli studiosi ad essere faziosi, si mostrano “sottilmente” tali). Credo che il problema più importante non sia quello di classificare il Movimento in categorie a noi note, ma di comprenderne le origini, di collocarlo nel sistema politico e nella società italiana, di valutarne l’impatto e, nella misura del possibile, che potrebbe anche non essere scarsa, prevederne il futuro”.

Tralasciando il dibattito scientifico, provo in questa sede a fare ciò che un giovane Platone, tra il 399 e il 388 a.C., fece con il suo maestro Socrate (paragone un po’ azzardato?). Sono consapevole che, soprattutto in campagna elettorale, potrei attirare su di me qualche malumore. Però sento di voler, in un certo senso, difendere il Movimento 5 Stelle. Ritengo infatti che, nonostante sia oggetto quotidiano di discussione politica, ci sia ancora molta confusione a riguardo. Approfitto, quindi, dello spazio che Atlas mi concede per rispondere virtualmente a tutti coloro che mi chiedono “perché voti Movimento 5 Stelle?”, senza avere naturalmente la presunzione di rappresentare in questo modo il pensiero e le motivazioni di tutti i ‘pentastellati’.

Come tutti coloro che sono affetti dall’ossessione per la politica ho cominciato ad appassionarmi all’età di 14 anni. Era il 2009. Quello stesso anno nacque ufficialmente a Milano il Movimento 5 Stelle. Di quei tempi ricordo nitidamente alcune cose. Ricordo innanzitutto di avere individuato come ‘nemico politico’ Silvio Berlusconi. Quindi non mi perdevo una puntata di Annozero, infatuato del giornalismo in stile watchdog di Santoro e Travaglio. A quest’ultimo era affidata una rubrica chiamata ‘Passaparola’ all’interno del canale YouTube di Beppe Grillo, che all’epoca si chiamava ‘StaffGrillo’. Erano altri tempi (mi sento vecchio a dirlo), Berlusconi era reduce da una vittoria schiacciante alle elezioni che l’aveva portato al raggiungimento di un corposo 48%. Era difficile trovare fonti di informazione critiche con l’ex cavaliere. In questo modo nacque la mia esigenza di reperire informazioni in rete. Parallelamente inizia il lungo percorso del Movimento 5 Stelle, rivoluzionato, a mio parere, dalla piattaforma MeetUp: senza quest’ultima il Movimento sarebbe nato e morto nel web. Dunque si può dire che sono cresciuto politicamente con Beppe Grillo e Marco Travaglio, non disdegnando apprezzamenti per l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. A posteriori credo che le mie preferenze politiche dell’epoca e di oggi siano state influenzate da una tematica molto sentita nella mia città, ovvero la lotta alla criminalità organizzata. È un tema che non ha molto appeal in questa campagna elettorale, e non solo, ma a Napoli De Magistris ha vinto anche perché l’ha affrontato.

Comunque, nel 2011 mi iscrivo al Movimento. La mia giovane età non mi può permettere altro che osservare ed è meglio così. Arriva la fine del 2014, mi iscrivo a Scienze Politiche e mi cancello dal Movimento. Prendo questa decisione perché la politica, secondo me, è una scienza e per questo va studiata senza condizionamenti. Scongiurare quello che Irving Janis chiamava groupthink è, secondo me, soprattutto in età giovanile, fondamentale.

Tornando al presente, sono due le cose che non mi hanno lasciato da allora: il Movimento 5 Stelle e Berlusconi. Ancora oggi non mi capacito di come molti miei amici e colleghi vedano maggiormente pericoloso politicamente il Movimento che Berlusconi. Ma tant’è. Per essere più concreti, con questo background, vorrei provare ad affrontare vari temi e provare a spiegarli dal punto di vista di un elettore/non-troppo-attivista (fondamentalmente dal mio punto di vista). Per non risultare troppo prolisso prenderò in considerazione solo poche questioni: l’ambiguità destra/sinistra e il modo di intendere la politica.

L’accusa che spesso viene rivolta al Movimento 5 Stelle è quella di essere una forza politica ambigua nel posizionarsi fra lo schema ideologico di sinistra e lo schema ideologico di destra (e tutto il bagaglio culturale e valoriale che ne consegue). È un tema sul quale personalmente ho una posizione abbastanza decisa. Infatti condivido il principio secondo il quale una politica da attuare o un provvedimento da decidere debba riferirsi esclusivamente ai criteri di utilità per la collettività, seguendo principi di equità e giustizia sociale. Per esemplificare: non bisogna essere necessariamente ambientalisti per far cessare le attività inquinanti di una fabbrica. Questo lo considero semplice buonsenso. Comprendo, dall’altro lato, che una divisione sinistra/destra possa fungere da bussola per una società. Non nego che questi siano punti di riferimento importanti, che molto spesso portano con sé bagagli valoriali profondamente divisivi. A questo punto, però, bisogna chiedersi fino a che punto vogliamo considerare questa divisione imprescindibile per la vita politica. Più o meno è lo stesso discorso che riguarda i partiti e la loro crisi. Allora mi domando: dividere la società in sinistra e destra porta benefici o costi?

Una volta viaggiando sul treno mi capitò di parlare di politica (forse sarebbe meglio dire di attualità) con una signora seduta davanti a me. Mi chiese cosa studiassi e io risposi “Scienze Politiche”. Lei aggiunse: “Ah! Ma allora vuoi fare il politico?”. Vi racconto questo episodio per esprimere il senso che per me, e per il Movimento 5 Stelle, ha la parola e la funzione “politica”. Per me la politica è servizio, non è professione. Questa posizione comporta innumerevoli conseguenze anche dal punto di vista pratico. A mio avviso serve a mantenere solido il legame tra elettore ed eletto, aumentando la accountability del rappresentante. La politica come servizio comporta anche lo scongiuramento della cosiddetta ‘alienazione parlamentare’, cancro della democrazia rappresentativa, che comporta un progressivo allontanamento del parlamentare dalla realtà. Tutte queste convinzioni non nascono né dal sottoscritto né dal Movimento 5 Stelle. Vi sono infatti alcuni autori conosciuti o meno che in passato hanno trattato queste tematiche. Non volendo scomodare il più noto Rousseau, uno di questi fu Moisei Ostrogorski, sociologo bielorusso, sul quale scrissi tempo fa, sempre su Atlas.

Su questo aspetto quindi condivido in toto la posizione del Movimento 5 Stelle. È vero, il progressivo avvicinamento verso la democrazia diretta può risultare una posizione utopica per certi aspetti, difficilmente realizzabile per via delle sue implicazioni antropologiche e sociologiche (vedi La legge ferrea dell’oligarchia di R. Michels), ma in linea normativa pienamente condivisibile. Non a caso è stato proposto l’ipotetico Ministero della Democrazia Diretta.

Naturalmente ho tralasciato numerosi temi sui quali si potrebbe discutere, dalle accuse di incompetenza fino alle classificazioni (populismo, trasversalismo). E inoltre i temi che ho trattato non sono propriamente punti del programma elettorale presentato, semplicemente perché la maturazione delle scelte di voto è un processo che, a mio avviso, non riguardo solo il mero programma elettorale, ma anche un po’ la storia e le credenze della forza politica che lo presenta. In sostanza sono scettico sulla trasposizione in politica della legge della domanda e dell’offerta e dell’elettore come consumatore.

Ad ogni modo, per concludere, ciò che è importante secondo me è che in un periodo storico in cui osserviamo una progressiva riduzione degli spazi di confronto e di dialogo politico, non deve mai mancare la disponibilità ad ascoltare l’altro, specialmente se il pensiero dell’altro differisce dal proprio. E su questo aspetto tutte le forze politiche, nessuna esclusa, hanno gravi colpe.

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