Arabia Saudita, Salman è un terremoto per tutto il Medioriente

Il 21 giugno scorso il re dell’Arabia Saudita Salman bin Abdulaziz ha nominato, nello stupore generale, suo figlio Mohammed bin Salman, già ministro della Difesa, quale “principe della corona” e dunque successore al trono. A soli 32 anni MbS, come è chiamato dai media, è già uno degli uomini più influenti nell’area del Medioriente: due mesi dopo l’arrivo di suo padre al trono, è stato lui a decidere per l’intervento militare nello Yemen contro i ribelli sciiti houthi; direttore del Consiglio di affari economici e di sviluppo, è stato l’artefice della quotazione in Borsa del 5% della compagnia saudita Aramco e della creazione di un fondo sovrano di circa 2000 miliardi di dollari, ed è la mente dietro al piano Saudi Vision 2030 che mira a sconfiggere la dipendenza dal petrolio. Aggressivo, impaziente e ambizioso, MbS gode di grande popolarità in Arabia Saudita, soprattutto perché viene visto come l’unico che può trascinare il paese verso nuovi orizzonti e una reale modernizzazione. Per l’Arabia Saudita e la sua giovanissima popolazione (il 70% della popolazione ha meno di trent’anni), sembrano maturi i tempi per un cambiamento storico che potrebbe sconvolgere gli equilibri nell’area del Golfo e del Medioriente tutto.

Una tensione verso la modernità 

“Torneremo a essere ciò che eravamo prima, a un Islam tollerante e moderato, che sia aperto al mondo e a tutte le religioni e alle tradizioni dei suoi popoli” ha affermato Mohammed bin Salman “non sprecheremo i prossimi 30 anni della nostra vita avendo a che fare con idee estremiste. Le aboliremo oggi, immediatamente. Vogliamo vivere una vita normale, una vita che rifletta la nostra religione tollerante e le nostre buone abitudini e tradizioni in modo da convivere con il mondo e contribuire allo sviluppo della nostra nazione e del mondo”. Queste parole, che si presentano in forte discontinuità con la tradizione saudita, scuotono tutto il mondo musulmano e potrebbero alterare in modo significativo i rapporti tra la famiglia reale e i religiosi waahabiti, che portano avanti nel paese una forma molto rigida di Islam sunnita. Fin dalla creazione del regno infatti la monarchia, per avere una legittimità politica, è sempre stata dipendente dall’establishment waahabita, che in cambio ha avuto il controllo dell’istruzione, del sistema giudiziario e di altri settori chiave. L’obiettivo di MbS è chiaramente quello di scardinare questa struttura di potere, provando a ridimensionare il ruolo dei religiosi nella società saudita, riducendo ad esempio i poteri della polizia religiosa. Intanto, negli ultimi mesi il regno saudita ha dimostrato di voler portare avanti delle riforme piuttosto significative, come l’introduzione di un’autorità per l’intrattenimento come inizio di un percorso che dovrebbe portare alla legalizzazione di musica, cinema, concerti e spettacoli di intrattenimento e l’abolizione del divieto per le donne di guidare.

Tra riforme economiche e lotta alla corruzione

Il principe ereditario sembra muoversi in direzione di politiche a forte connotazione liberale: smantellamento di monopoli e oligopoli, diversificazione e ampliamento delle attività produttive, apertura del mercato a investitori esteri, deregolamentazioni nel mercato energetico, ristrutturazione delle economie urbane, creazione di Zone economiche speciali (Zes), liberalizzazione degli scambi, semplificazioni burocratiche, accesso al credito e criteri di selezioni meritocratici. Il suo pensiero ed i suoi obiettivi sono condensati nella Saudi Vision 2030, che il Financial Times ha definito “il più importante piano di riforme della storia dell’Arabia Saudita”; si tratta di un’agenda politica di lungo termine che mira a guidare una vera e propria rivoluzione economica nel paese e a ridurre la dipendenza del regno saudita dal petrolio. Essa ha come ratio la necessità di giungere a un’economia diversificata, innovativa, moderna, che coinvolga ogni settore della società; si prevedono quindi politiche destinate alla crescita del settore privato interno, sia con la privatizzazione di società pubbliche di servizi come l’elettricità e l’acqua sia con misure a favore delle piccole e medie imprese, ma anche lo sviluppo delle energie rinnovabili, dei servizi finanziari, dell’industria, della tecnologia e del turismo, oltre che la riduzione del ruolo dello stato nel mercato del lavoro, con un regime di tassazione al minimo.

Bin Salman sta cercando di raccogliere fondi per finanziare il colossale progetto economico, e a stupire, oltre alla portata degli stanziamenti sollecitati, sono le soluzioni adottate dal principe per ottenerli. Ad esempio, nella seconda metà del 2018 la compagnia petrolifera saudita Aramco verrà quotata in borsa con l’offerta pubblica iniziale più alta della storia (si parla di un’operazione da 100 miliardi di dollari). Ma a lasciare sbigottiti tutti gli osservatori è stato l’arresto, il 4 novembre scorso, di undici principi, quattro ministri e molti uomini d’affari, a opera di una “commissione anti-corruzione” nata appena poche ore prima. Ciò consentirà a MbS, in primo luogo, di decostruire le ricchezze personali degli uomini più importanti e influenti del paese, che fino a pochi mesi fa erano considerati intoccabili: le autorità affermano che la lotta alla corruzione frutterà più di 100 miliardi di dollari. In secondo luogo, il principe ereditario saudita otterrà un altro vantaggio, ossia l’estromissione di ogni oppositore politico e di ogni contendente al trono; ciò appare coerente con le altre decisioni di bin Salman, che sembra sempre più convinto della necessità di accentrare su di se ogni potere politico al fine di realizzare i suoi progetti.

Una politica estera rischiosa

Sul piano strategico-militare, Mohammed bin Salman punta a ridimensionare la presenza sciita (l’influenza dell’Iran) in tutto il quadrante mediorientale, con le buone o le cattive. In una recente intervista al New York Times, il giovane principe ha definito Ali Khamenei, Guida suprema iraniana, “il nuovo Hitler”, e ha invitato l’Europa a non commettere lo stesso errore commesso con la Germania negli anni ’30: “L’appeasement non paga”, ha affermato, riferendosi non troppo velatamente all’accordo sul programma nucleare siglato da Barack Obama e dalla Ue che doveva normalizzare le relazioni con l’Iran.

I risultati di questa strategia per il predominio nel mondo arabo finora sono stati scarsi, le conseguenze disastrose: il conflitto iniziato nel 2015 nello Yemen contro i ribelli houthi, sostenuti dall’Iran, si è trasformato in una tragedia umanitaria e la fine della guerra è ancora lontana; l’embargo, di concerto con Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, nei confronti del Qatar, accusato di finanziare il terrorismo e di destabilizzare la regione, si sta rivelando un boomerang, con il Consiglio di cooperazione del Golfo e l’intero fronte sunnita più divisi di prima; infine, le autorità saudite hanno spinto Saad Hariri, primo ministro libanese, a dimettersi in diretta durante il programma di punta della tv saudita Al Arabyia, un gesto che non è passato inosservato e che rischia di fomentare ancor di più la cieca furia delle milizie sciite di Hezbollah. Dietro tutte queste iniziative vi è proprio Salman, che di fatto governa il regno vista la veneranda età del padre.

L’aggressività (nelle parole e nei fatti) nei confronti del Qatar, dell’Iran e di Hezbollah, oltre che con la necessità di controbattere l’influenza iraniana nell’area, può essere legata a una strategia che mira a coltivare un nazionalismo saudita. Come ha scritto l’ex ministro tedesco Joschka Fischer, “i modernizzatori dell’entourage di MbS sanno che il successo della rivoluzione implica l’annientamento del potere del wahabismo e la sua sostituzione con un nazionalismo saudita. Per fare questo, hanno bisogno di un nemico. L’Iran sciita, col quale la monarchia saudita è in gara per l’egemonia regionale, rappresenta lo spaventapasseri ideale”.

 

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