Atlas consiglia: Io non ho mani che mi accarezzino il volto (1962-63)

«Nella serie dei pretini ho trovato una dimensione a me sconosciuta; ho spogliato il soggetto dai canoni convenzionali per mettere a nudo l’uomo» (1963).

Il senigalliese Mario Giacomelli (1925-2000) è uno dei più importanti esponenti del neorealismo italiano, ma considerarlo come il semplice rappresentante di questo movimento artistico sarebbe un grande errore.

«Nevicava, mi sono preparato a fotografare con loro che facevano le palle di neve, ma li ho avvertiti prima; un’altra volta ero nascosto sul tetto mentre facevano il girotondo».

La fotografia di Giacomelli è lontana dalla purezza estetica a cui siamo abituati oggigiorno. I suoi scatti sono crudi e reali, i contrasti sono netti ed aggressivi, ma queste note violente nascondono una delicatezza istintiva e magnetica e una leggera, dolce, poesia. Giacomelli narra di un realismo evocativo, di immagini pluridimensionali e plurifocali che lasciano spazio alla più sincera ed intima meditazione.

Le scelte tecniche e stilistiche del fotografo non sono improvvisate e seguono una linea concettuale ben precisa. Sebbene possa sembrare il contrario, non è «più facile» immaginare e creare scatti lenti e dinamici in bianco e nero: nella realizzazione e nella presentazione della serie fotografica “Io non ho mani che mi accarezzino il volto” del 1962-63 (il cui titolo riprende la poesia “Io non ho mani” del 1948 di Padre David Maria Turoldo), Giacomelli apre una finestra sul suo io interiore e i soggetti delle sue opere quasi passano in secondo piano. Qui l’autore mostra i suoi ricordi più segreti, i suoi pensieri più reconditi e le più primitive delle sue emozioni. Qui l’autore si spoglia dell’intento documentario e trasforma la sua interiorità in uno spazio fisico e reale dove la sua sensibilità, le sue paure e i suoi traumi danno forma ad ombre e figure scure che fluttuano su sfondi chiari, brillanti ed aperti.

Non si tratta di mera fotografia di narrazione e l’intento non è semplicemente comunicativo: quella di Giacomelli è arte introversa ed estroversa al contempo, giocosa ma precisa. Le sue immagini cariche di realtà non sono che specchi volti a riflettere luci e ombre di attimi rubati alla quotidianità, filtrati ed interpretati attraverso chiari ed attenti schemi psicologici. Rinunciando all’estetica, Giacomelli racconta con sguardo curioso e colto di gioie e sofferenze, responsabilità e leggerezza, sogni e paure della vita di tutti i giorni.


«Per un concorso fotografico sui sigari ho mandato una serie sui preti che fumano in un terrazzo all’aperto pieno di fumo, ed erano sigari che ai preti avevo dato io. Il Rettore mi trovò e mi mandò via.
Ho vinto un concorso importante ma nel seminario non sono più entrato».

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