Atlas consiglia: “Only Dead People”

Il corrispondente di guerra Michael Ware offre un racconto epico, incensurato e intimo della guerra in Iraq, con uno sguardo inedito su soldati e terroristi.

 [Tagline di Netflix]

 

Only dead people” è un documentario di 77 minuti, disponibile su Netflix, che racconta la guerra in Iraq dal punto di vista del corrispondente australiano per Times Michael Ware. Scrittore della pellicola, con Bill Guttentag e Justin A. Rosenthal; regista, con Guttentag; e produttore, con Paddy McDonald. 

Solo i morti” è un film che documenta il conflitto iracheno (da leggersi al plurale) attraverso una prospettiva (per quanto irraggiungibile per qualunque cinematografia) il più non-filtrata possibile. Trascinando coercitivamente lo spettatore in Iraq dall’inizio del duemila, a meno d’un paio d’anni dall’11 settembre, a pochi mesi dall’inizio della guerra; costringendolo a restarvi per sette lunghi anni di atroci battaglie, tra fuoco, sabbia, macerie, sangue e, soprattutto, la morte. Obbligandolo, forzandolo a guardare cioè che Ware stesso si costrinse, condannò a vedere. Provando la medesima, stringente sensazione di impotenza e disgusto che solo la guerra può generare, attraverso l’annientamento della vita.

 

 

Perché “Atlas consiglia”

My fellow citizens, events in Iraq have now reached the final days of decision. For more than a decade, the United States and other nations have pursued patient and honorable efforts to disarm the Iraqi regime without war. That regime pledged to reveal and destroy all its weapons of mass destruction as a condition for ending the Persian Gulf War in 1991. Since then, the world has engaged in twelve years of diplomacy. We have passed more than a dozen resolutions in the United Nations Security Council. We have sent hundreds of weapons inspectors to oversee the disarmament of Iraq. Our good faith has not been returned. 

[Incipit dell’ultimatum, trasmesso alla nazione, del Presidente George W. Bush il 17 marzo 2003]

 

Nella Seconda Guerra del Golfo, sulla scorta della tecniche funzionalmente perfezionate nella Prima, l’Amministrazione Bush sfruttò appieno le caratteristiche della, così detta, “guerra intelligente“. Nella quale un conflitto-evento necessita di apparire un’impresa hi-tech, senza spargimenti di sangue, condotto attraverso imponenti ed avanzate tecnologie belliche, che garantiscono “l’igenizzazione delle ostilità: la distruzione delle infrastrutture nemiche, senza il coinvolgimento i civili, e, soprattutto, l’incolumità dei soldati americani. Fondamentali divengono, dunque, le strategie di produzione del consenso, da attuarsi mesi prima dell’inizio della lotta armata, attraverso una rappresentazione mediatica corrispondente ad una sceneggiatura prestabilita; e della sua gestione, nella quale l’asimmetria informativa, scandita dall’information dominance, il dominio totale dell’informazione, diviene fondamentale. (*)

All’interno dell'”Operation Iraqi Freedom“, dunque, il Pentagono istituì un programma di embedding: si decise di introdurre all’interno delle unità militari statunitensi, a seguito d’una settimana di “Embedded boot camp”, settecento tra reporter, fotografi e cameraman. Obbligati contrattualmente da un vaglio pre-pubblicazione, sottoponibili a censura «in ogni momento, per qualsiasi ragione». Attraverso un’analisi fondata sul concetto di vantage point, “punto di osservazione” del conflitto, è possibile differenziare i giornalisti presenti nel secondo conflitto iracheno in tre differenti categorie: quelli di stanza a Bagdad, ivi trascorsero la guerra; gli embedded, che seguirono le vicende dall’interno delle unità militari USA, nel sud dell’Iraq; e gli indipendenti, stanziati nel nord del paese e in alcune città. Per quanto concerne il racconto “cartaceo” del conflitto, il 63% degli articoli pubblicati sulle principali testate degli States furono scritti da giornalisti embedded, il 71% tra quelli in prima pagina. Nel 90% le fonti degli embedded erano esclusivamente soldati americani. (**)

La Guerra in Iraq del 2003 è uno dei conflitti più documentati della storia. Ma anche quello più diretto, nella sua narrazione in direzione occidentale, dalle stesse forze che lo condussero. “Only dead people” si discosta dalla grande produzione narrativa dell’Operazione, fornendo un punto di vista unico ed irripetibile, quello dell’autore Michael Ware. Il quale inizia il proprio racconto nel marzo del 2003, prima dell’inizio ufficiale del conflitto, tra le milizie curde stanziate nel sud del paese; spostandosi, nei suoi sette anni di permanenza, dalle realtà irachene più isolate alle principali città oggetto di bombardamenti, occupazioni ed attentati terroristici, fino a piccoli villaggi luogo di specifiche operazioni militari. Ascoltando la voce e documentando le operazioni dei militari americani, ma anche quelle dei soldati iracheni, dei miliziani di Al Qaeda e di alcuni jihadisti indipendenti. Lasciando in sottofondo, ben visibili, il dolore e le tragedie dei civili. L’“effetto Rashomon” emerge da sé: una storia raccontata da prospettive e punti di vista diversi, attraverso culture differenti, fa comprendere come non esista una sola guerra, ma più guerre. E come queste abbiano ben poco in comune.

 

Perché “Atlas sconsiglia”

Certain dark chambers of the heart, once opened, can never be closed again. Or so a soldier wrote after serving here. I know this is what Zarqawi had done to so many of us, to the Americans, to the Iraqis, to me… Showed us recesses in our souls we never knew we had.

[Michael Ware in “Only dead people”]

 

L’altra faccia dell’assenza della censura è, appunto, l’assenza di censura stessa. La possibilità di assistere, come inermi spettatori, come Ware, alla banalità del male. La quale, come cittadini, può e deve spingerci ad interrogarci, e ad interrogare la nostra società, sul limite dopo il quale la cronaca diventa propaganda, la testimonianza complicità, la conscia osservazione inconscia correità. E, come esseri umani, ci pone dinnanzi all’orrore, alla sofferenza, alla mera morte, alla nuda vita.

Acusticamente, “Full metal jacket” descrive alla perfezione la guerra: il chiassoso rumore della preparazione bellica; l’agonizzante silenzio del campo di battaglia, intervallato dalle sole armi e dalle grida. “Only dead people”, invece, vive la realtà della brutalità bellica guardandola negli occhi, senza mai distogliere lo sguardo. Tanto dinnanzi ad un’operazione militare in trincea quanto ad una decapitazione o un’esecuzione, tanto di fronte ad un bombardamento “intelligente” quanto al cadavere d’un bambino, tanto tra i soldati della Coalizione quanto tra i miliziani di Al Qaeda. Nessuna fotografia moderna dalla risoluzione 4K né colori da produzione Netflix, solo un racconto senza filtri che a tratti, posti al cospetto della consapevole assenza di fiction, tende a rasentare lo snuff, dove non esistono attori o controfigure ma persone, dove un essere umano può impiegare, letteralmente, più di sei minuti di pellicola, quasi il 10% del film, a morire.

“Only dead people” lascia lo spettatore distrutto e disgustato, inerte per almeno un paio d’ore, e lo pone dinnanzi alla triste consapevolezza che una morale non c’è, in quanto è la morale stessa a non esserci, “solo i morti”. Perché la guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai.

 

 

 

(*) Enrico De Angelis, Guerra e mass media, Carocci, 2007.

(**) Andrew M. Lindner, Among the troops: Seeing the Iraq War through tree journalistic vantage points, 56 Soc. Probs. 21-48, 2009.

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