Atlas Consiglia: The Crown

 I am aware that I am surrounded by people who feel that they could do the job better. Strong people with powerful characters, more natural leaders, perhaps better-suited to leading from the front, making a mark. But, for better or worse, the Crown has landed on my head.

Sono consapevole che vicino a me ci siano persone decisamente più preparate. Persone forti e di grande carattere, nati per essere leader, persone che lasceranno il segno e forse più adatti a governare ma, nel bene e nel male, la Corona è nelle mie mani.

The Crown, stagione 1, episodio 8: Pride and Joy.

Netflix, nel 2016, ha stupito il pubblico non solo con l’acclamato horror nostalgico degli anni ’80 Stranger Things, ma anche con la prima stagione The Crown, fedele ricostruzione storica dei primi dieci anni di regno di Elisabetta II di Windsor, sovrana del Regno Unito.

Lo sceneggiatore Peter Morgan riesce impeccabilmente a rendere avvincente una storia che a prima vista sembra fin troppo nota e promette di accompagnare lo spettatore per tutta la seconda metà del ‘900. Il punto di forza della scrittura di Morgan sta nell’illusione che regala allo spettatore: quella di un punto di vista privilegiato sulla vita di una donna, a detta di molti, fin troppo riservata.

The Crown è, narrativamente, un intreccio di vita privata e pubblica che funziona bene perché ci regala una prospettiva inedita: non è la storia di Elisabetta II, ma è la storia vista da Elisabetta. E’ una serie scevra da qualsiasi giudizio di valore sull’operato della Regina e che non scade tuttavia nel cliché opposto, il giustificazionismo: Elisabetta II è un essere umano e in quanto tale compie delle scelte e ne subisce le conseguenze; le sue reazioni però, sono sempre determinate da una lotta tra Elisabetta (moglie, madre, figlia, donna) e la Corona del titolo (istituzione imparziale, garante, priva di intimità) ed è in questo conflitto che emerge la bravura, ma soprattutto l’eleganza, di registi, sceneggiatori e attori.

La serie, la cui seconda stagione è uscita in blocco su Netflix venerdì 8 dicembre, si comporrà di sei stagioni, ognuna dedicata ad un decennio del regno di Elisabetta. Se nei primi venti episodi, però, il volto della Regina e del Principe Consorte sono quelli dell’esordiente Claire Foy e dell’affermato ex dottor Who Matt Smith, a partire dalla terza stagione ci sarà un cambio nel cast principale (recenti anticipazioni dicono che Elisabetta sarà interpretata da Olivia Colman) dando così la possibilità alla serie di aderire più realisticamente ad un invecchiamento dei protagonisti ma anche del tempo della storia, ripetendo questo cambio ogni due anni.

Notevole è, inoltre, l’impostazione teatrale di tutta la produzione: gli episodi, a grappoli di due o tre, vanno a costruire periodicamente degli atti i cui fili si ricongiungono sempre nella trama principale ma che sono godibili anche presi singolarmente. In questo senso risulta magistrale l’episodio quarto della prima stagione riguardante l’ondata di smog che colpì Londra nel 1952 e che segnò il declino della carriera politica di Churchill, interpretato dal premio Oscar John Lithgow. Il dramma è reso dai particolari e, proprio come accadrebbe nel teatro più antico, non vediamo mai Elisabetta scomporsi ma percepiamo la carica emotiva di ogni singolo movimento del suo viso e, istintivamente, portiamo il peso delle sue paure e dei suoi dubbi insieme a lei.

The Crown, elegante, pacata e contenuta proprio come ci si aspetta da un sovrano e come ci ha abituati questo sessantennio elisabettiano, è consigliata anche al più anti-monarchico degli spettatori; le scenografie, i costumi e la musica (la sigla, tra l’altro è firmata nientemeno che da Hans Zimmer), sono una perla di rara precisione storica che rendono unico ogni episodio.

Rimane solo un quesito da risolvere, probabilmente il più spinoso: quanto è veritiero ciò che vediamo sullo schermo? Una domanda a cui, per fortuna o purtroppo, siamo noi spettatori che decidiamo come rispondere.

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