Blade Runner 2049: umano, non più umano

Che cos’è umano? Questa questione attraversava come un sottobosco tenebroso il 1982, anno di uscita di Blade Runner. Tratto dal capolavoro di Piliph K. Dick “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, Neo-noir, precursore del cyber-punk e “horror etico”, Blade Runner supera per certi versi il libro da cui è tratto, legando la questione cartesiana riguardante la definizione di umano al tema della morte (per certi versi più presente di ogni altro) e a quello della solitudine. Metropolis, Brave New World, Le tre stimmate di Plamer Eldricht, Neuromante, Ghost in the shell, Guida galattica per gli autostoppisti, Her, la musica Vapowave, Westworld… Tantissime opere sono riuscite a portare avanti le tematiche cyber punk meglio e con più efficacia, perché il cinema, per quanto possa rendere un’ambientazione (in questo caso lo fece) iconica, non può che disporre di una tempistica limitata con cui veicolare tematiche, e preferisce lasciarne l’elaborazione allo spettatore. “Il buon cinema fa pensare”, si sente dire spesso: uscire dalla sala pensierosi e riflettere, rielaborare, cambiare idea, sussultare. Blade Runner fece molto pensare, fece molto riflettere, sdoganò con forza un genere, il cyber punk, anche tra la settima arte. Già questo è tanto.

Blade Runner fu un magnifico bagno di catrame, ovvero una danza tra i colori scuri, nero, grigio, blu e osceni colori accesi di gigantografie pubblicitarie e di notturne strade brulicanti. Il futuro raramente è roseo nel genere sci-fi, e i problemi sono molteplici; alienazione, fine delle libertà civili, apocalissi ecologiche e nucleari, rivolta delle macchine, disumanizzazione: proprio di quest’ultima si occupò Ridley Scott prima, e Villeneuve poi. Blade Runner 2049 è cupo, e i colori sanno esprimerlo senza essere per forza scuri o spenti: cosa c’è di più alienante di un deserto ocra di palazzi in rovina, di un gigantesco ologramma rosaceo o dei riflessi acquatici su oro nel palazzo di Wallace? I campi lunghi e allo stesso tempo (come?) angusti sono uno dei (timidi) omaggi di Villeneuve al primo film; certo, slegare completamente le vicende del 2049 da quelle del primo film sarebbe stato un atto ancor più discreto,  ancor più apprezzabile, ma questo non è successo.

L’agente K è un replicante, ovvero un non-uomo dalle caratteristiche chiaramente umanoidi e, come gran parte degli umani di quell’universo distopico, è terribilmente solo, ovvero alienato: non ha amici, non ha uno scopo che vada oltre l’uccidere altri replicanti, non ha ricordi e non ha un’anima. Non ha. Chi non ha è terribilmente umano, ma almeno l’umano possiede un’anima, ricordi, è stato generato e non creato: mai si menziona Dio, mai si menziona la morte, mai si menziona la religiosità. Il più religioso tra tutti è Wallace, per quanto Dio possa essere un religioso: più che essere dio pare un demiurgo, che è comunque il massimo che ci si possa aspettare da un universo ἄ-θεος, dove le domande sull’esistenza di dio hanno ormai lasciato spazio alle domande sull’esistenza dell’uomo. Aspirante divinità, non si rende conto che donare la riproduzione alle sue creature lo renderà superfluo, non più sacro.

Vivo ed amo sotto la peculiare luce di Dio – Michelangelo, XVI sec

“Dio promette la vita eterna” disse Eldritch. “Io posso fare di meglio; posso metterla in commercio.” Philiph Dick, XX sec

La dialettica soggetto/oggetto è chiara e presente: il soggetto (l’uomo) crea un oggetto (il replicante)  che gli è presto superiore sotto tutti i punti di vista. Tenta inizialmente di limitare la superiorità dell’oggetto “donandogli” la mortalità (con rimandi a Tolkien), ma questo dono non è accettato come tale, e l’oggetto si ribella, venendo sconfitto. Il creatore ha comunque bisogno dell’oggetto, e si accontenta adesso di renderlo irriproducibile, mantenendosi per esso imprescindibile, poiché è suo padre e divinità (può crearlo). L’uomo/divinità è una caratteristica imprescindibile del transumanesimo, un superamento (o scavalcamento) della sottomissione dell’uomo alla natura, contro tutto il pensiero classico greco:  l’uomo ora ha il diritto di servirsi della tecnica e di farsi divinità, facendo del proprio oggetto adoratore la tecnica. Blade Runner va oltre ad Adorno, adesso la tecnica è viva, pulsante e umana.

Campi lunghi e angusti, contraddizione apparente, sono la caratteristica forse più nota della regia di Scott nel primo film: Villeneuve, “citazionista timido” ci mostra grandi paesaggi in gran parte non in CGI, senza però farcelo notare. Ryan Gosling è un replicante con una perenne espressione di nostalgia, e proprio la nostalgia aleggia sul deserto del Nevada; Las Vegas è un sogno e un’apocalisse, il ricordo di qualcosa che non si dissolve tra le sabbie ma che persiste e decade come una radiazione, molto lentamente. Gli ologrammi sono sempre ricordi, ricordi che diventano illusioni quando cercano disperatamente di traslarsi sul piano materiale e di dotarsi di fisicità, cercando di occupare la materia senza successo, trasmettendo anche essi nostalgia per qualcosa che non hanno mai avuto, un corpo e un’anima. La nostalgia riguarda forse più il futuro che il passato: le colonie extramondo, che non ci vengono mostrate nel dettaglio, sono un pallido fantasma, un piccolo regno già morente che ha nostalgia di diventare impero ponendo cieca fiducia nei replicanti, senza speranze di successo. L’agente K prova nostalgia per i ricordi che forse ha avuto, per un passato che è un miraggio, per un futuro di oblio e di apatia… solamente Joi , unico amore veramente possibile per l’agente-replicante, è concreta. La cosa più concreta posseduta da K è evanescente, si potrebbe dissolvere da un momento all’altro, ma è davvero più fragile degli uomini, o addirittura dei replicanti? La vita è fragile, come il sottile fiore ritrovato da K ai piedi di un albero o l’ape che gli si posa candidamente sulla mano, come qualsiasi uomo di fronte alla forza del replicante.

L’umanità, intesa come condizione di rivendicare lo status “umano”, non è più da tempo legata all’essere “figli di dio” o dal possedere un’anima. L’uomo è stato per secoli il “libero”, e infatti gli schiavi, le donne e i nullatenenti sono stati esclusi dai diritti politici per decenni in quanto non cittadini e non umani. Con l’ascesa dei replicanti, essere liberi non basterà più; cosa sarà dell’umanità, cosa sarà dell’uomo? L’uomo esiste ancora o si è estinto con la creazione del primo replicante? L’uomo non è in declino, non è in via di estinzione, l’uomo non esiste più.

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