Carceri USA: da sistema ad industria

Gli Stati Uniti d’America, “The land of the free”, hanno un problema: questo problema è attuale e si chiama schiavitù; anzi, questo problema è stato sempre attuale nella loro storia, e come tutti i problemi sempre attuali, ora non lo è più. La schiavitù è stata ufficialmente abolita nel 1865, più precisamente il 18 dicembre, quando entrò ufficialmente in vigore il XIII emendamento, che recita: “« Sezione I La schiavitù o altra forma di costrizione personale non potranno essere ammesse negli Stati Uniti, o in luogo alcuno soggetto alla loro giurisdizione, se non come punizione di un reato per il quale l’imputato sia stato dichiarato colpevole con la dovuta procedura. Sezione II II Congresso ha facoltà di porre in essere la legislazione opportuna per dare esecuzione a questo Articolo. »

Gli Stati del Sud, la cui economia fu distrutta dall’ abolizione della schiavitù, sfruttarono una scappatoia presente nell’ emendamento “La schiavitù o altra forma di costrizione personale non potranno essere ammesse negli Stati Uniti […] se non come punizione di un reato per il quale l’imputato sia stato dichiarato colpevole con la dovuta procedura” Il XIII emendamento sembra così assegnare ai carcerati lo status giuridico di “schiavi”. I quattro milioni di neri liberati nel Sud furono così, oltre che perseguitati, incarcerati in massa per crimini più o meno minori, e di fatto tornarono schiavi.

Si alimentò così la figura del nero criminale e stupratore, da controllare legalmente attraverso l’incarcerazione e non attraverso lo sfruttamento, ormai moralmente deprecabile. Il Ku Klux Klan è all’ apogeo della sua forza, è ramificato nella politica (almeno 350 delegati democratici ne erano membri alla Convention del partito nel 1924) e il suo braccio armato più violento, la “Black Legion”, semina il terrore nel Midwest. Le “Leggi Jim Crow”, le prime già approvate nel 1876, posero le comunità nere in una condizione di vera e propria segregazione razziale, istituendo la dottrina legale del “separate but equal”, per giustificare la segregazione a livello legale.

Negli anni 60, nonostante le lotte per i diritti civili e la conseguente repressione da parte dell’ FBI, non vi fu un vero e proprio boom di arresti: fu Richard Nixon, che condusse la campagna elettorale del 1968 al nome di “law and order” e di “guerra totale alle droghe”. Nixon ha la meglio grazie alla “Strategia del Sud”, che è consistita nel puntare al bacino elettorale dei democratici meridionali, utilizzando un linguaggio moderato con impliciti riferimenti razzisti. John Ehrlichman, consigliere di Nixon, ammise che quella campagna aveva come scopo principale la liquidazione del Movimento per i Diritti Civili e della sinistra pacifista in maniera indiretta “Se sapevamo di mentire sulle droghe? Certo che lo sapevamo” Nonostante ciò, il numero di carcerati nel 1970 era ancora di 357.292, tutto sommato un quantitativo piuttosto accettabile.

Nel 1980 il numero di carcerati salì a 513.900. Ronald Reagan mise in pratica la retorica di Nixon di “guerra alla droga” e ne fece la parte centrale della propria agenda elettorale. Sotto Reagan il numero di poveri aumentò, e iniziò a farsi strada una nuova droga, economica e facile da procurarsi, il crack. Il crack distrusse intere comunità nelle periferie delle grandi città, specialmente di neri, incarcerate in massa: le pene per l’uso di questa droga erano enormi e totalmente sproporzionate rispetto a quelle inflitte ai possessori di cocaina (di cui il crack è una variante), droga dei ricchi. Lee Atwater, consigliere di Reagan, dice in una registrazione -Avete iniziato nel 54 dicendo “Negro, negro, negro”; dal 68 non si può più dire “negro”, ti si ritorce contro. Quindi, dici cose come “segregazione”, “diritti dello Stato” Ora dovete essere ancora più astratti e dire che tutto ciò di cui parlate ha conseguenza economica, e i neri staranno ancora peggio-.

Nel 1985 il numero di carcerati salì a 759.100. Dalla campagna “Bush vs Dukakis”, emerge che è ormai impossibile essere eletti Presidente avendo una posizione “morbida”, o quanto meno “moderata” sul crimine: Bush recupera l’enorme svantaggio elettorale attaccando l’avversario sul tema del crimine e della sicurezza, sfruttando il Caso Willie Horton.

Nel 1990 il numero di carcerati salì a 1.179.200. Una nuova generazione di Democratici, dopo un decennio di vittorie repubblicane, decide di adottare un linguaggio molto più stringente sul crimine. Bill Clinton, eletto Presidente nel 1992, adottò una serie di misure estremamente dure e molto discusse come “3 strikes and you are out” (al terzo crimine violento si è condannati all’ergastolo) o la “pena minima obbligatoria” (che forza la mano del giudice per certi tipi di condanne). Nel 1994, con il Federal Crime Bill, Clinton stanzia 30 miliardi di dollari per la costruzione di prigioni e per militarizzare sempre di più la polizia.

Nei vent’ anni successivi il numero di carcerati è salito di più di un milione d’unità, raggiungendo 2.306.200. Nel 2001, la popolazione carceraria era composta per il 43% circa da neri, che tra l’altro, sono solamente il 13% della popolazione totale degli States. Queste cifre non rendono però giustizia alla disastrosa situazione reale: secondo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, nel 2006 oltre 7.200.000 americani (1 su 32) si trovava in prigione o sotto altre varie forme di custodia.

Perché non si riesce a venire a capo di una piaga sociale tanto enorme, quella dell’incarcerazione di massa? La mia tesi è che l’incarcerazione di massa abbia avuto quattro grandi fasi: 1) Negli ultimi anni del Diciannovesimo Secolo, sfruttando la scappatoia presente nel Xiii emendamento, l’incarcerazione ha avuto come scopo quello di ricostruire l’economia martoriata del Sud reintroducendo il sistema schiavista, seppur in diverse modalità; 2) Negli anni 70’ si è fatto uso del sistema penitenziario per sgominare e delegittimare i leader del Movimento per i diritti civili e della sinistra pacifista, dunque come strumento dell’ FBI; 3) Negli anni 80’ Reagan ha poi tradotto in pratica i proclami di Nixon, affermando definitivamente l’incarcerazione di massa come strumento elettorale, che ha contribuito a sancire un decennio di supremazia repubblicana; 4) infine, negli anni 90’ iniziò ad affermarsi una progressiva privatizzazione del sistema carcerario.

Di quest’ultima fase è un chiaro esempio l’ ALEC, un gruppo privato di lobbisti vicini ai deputati Repubblicani, che scrive e poi “passa” le leggi ai propri corrispettivi politici: in breve, si tratta di una società privata che ha indirettamente legiferato per anni in merito a diversi settori, tra cui quello carcerario. Forte è stato il legame dell’ ALEC con la CCA, la prima società a gestire carceri private negli Stati Uniti, nata nel 1983: “Tre strikes and you are out” e la “Condanna minima obbligatoria” sono state proposte dall’ ALEC, apportando enormi vantaggi economici alla CCA e contribuendo a un boom dirompente del numero di detenzioni. Il proliferare dell’industria privata nel settore carcerario ha visto la nascita di società come Aramark (che gestisce il business del cibo in carcere) o Securus Technologies (che gestisce il business delle telefonate dal carcere), che non si preoccupano di certo, come la CCA, che le carceri siano più vuote. Ora l’ALEC si sta specializzando nel settore molto promettente della detenzione a domicilio, che comporta meno spese di gestione e cospicui finanziamenti federali.

Gli Stati Uniti si sono sempre serviti del sistema carcerario, fino a che il sistema è diventato industria: oggi, il 25% dei detenuti sul pianeta sono americani, quando gli americani sono meno del  5% della popolazione mondiale. L’industria carceraria è difficile da debellare e praticamente impossibile da riformare: costerebbe troppo abbattere un business multimiliardario in continua espansione che offre occupazione a molti americani e porta avanti una costante azione di lobbying; riformare questo sistema sarebbe ugualmente difficile: come riformare un’industria che prospera quando la società è in crisi, e quindi scommette contro la società?

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