Cari civili siriani

La fine della guerra in Siria sembra sempre più lontana. I White Helmets e l’Osservatorio siriano per i diritti umani mettono in luce il fatto che ormai tutto è un bersaglio, che in guerra non si fanno davvero più distinzioni. L’Iran ci mette in guardia:  sembra che la guerra si espanderà. Le immagini di bambini, donne e uomini feriti e in lacrime fanno il giro del mondo, ma sembra che l’orrore non sia ancora sufficiente.
Quella che è iniziata come una guerra civile ha ormai perso le basi che hanno caratterizzato la sua nascita: niente più rivoluzioni, a quanto pare neanche più ISIS. Ormai si gioca in ambito internazionale, e sembra che la terra lacerata della Siria faccia gola a molti: ai curdi, perché vedono finalmente la possibilità di poter avere uno Stato; ai turchi, che con una scusa o con un’altra tentano di allargare un po’ i propri confini; ai russi e agli iraniani, che vorrebbero risolvere il conflitto solo con le proprie forze per allontanare gli Stati Uniti; e infine a Bashar al Assad, che è sempre stato chiaro al riguardo: a guerra finita, vuole che tutto il territorio ritorni sotto il suo governo, ed esattamente come era prima.
Mi sono sempre chiesta come sarebbe stato se, per esempio, avessimo dovuto tener conto dei civili e dare loro una spiegazione (ragionevole, diplomatica, politica) del perché debbano tollerare tanta sofferenza: a conti fatti, loro ci hanno rimesso e ci rimettono più di qualunque cellula terroristica, più di qualunque esercito ribelle, insomma più di tutti quelli contro i quali si dice di combattere la guerra.

Tanto per cominciare, dovremmo mettere in chiaro che al momento sono solo due le zone siriane che richiamano l’attenzione della Comunità Internazionale, Afrin e Ghouta Est, e il resto può attendere.
Dovremmo spiegare loro che, il 20 gennaio, Erdogan ha deciso di invadere Afrin perché lì ci sono le YPG (milizie curde dell’Unità di Protezione Popolare), e si sa che Erdogan le vede come un’estensione del PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che i turchi considerano come una cellula terroristica interna allo Stato), ma che la cosa strana è che i curdi siriani  e il regime stavolta si siano alleati: Assad non può tollerare una violazione della sovranità nazionale. Certo, in questo caso potremmo tranquillizzare la popolazione siriana: l’ha detto anche la Turchia che lì di civili non ne sono morti, non è mica come a Ghouta Est!

Infatti, poco fuori Damasco, c’è una zona bombardata da giorni, e in un modo talmente atroce che in molti considerano l’evento come una delle stragi peggiori di questa guerra. Se dovessimo spiegare Ghouta ai civili, dovremmo dire loro che anche qui ci sono i ribelli, ma qui la violazione è tutta interna, quindi niente alleanze (se non con la Russia) e tanti raid aerei.

Quando si parla di Siria si dice spesso ribelli, ma in realtà quello dei ribelli non è certo un fronte comune, ne esistono varie tipologie, e nel caso di Ghouta è Haid Haid, ricercatore siriano di Chatam House, a fare chiarezza: in questa zona sono presenti Jeish al-Islam (di spirito islamista, ma che non aderisce a Daesh o ad al-Qaeda), Al-Rahman (cellula affiliata all’Esercito siriano libero) e, in minima parte, anche al-Nusra.

Chiarito questo, dovremmo spiegare ai civili che Mosca ha proposto una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma solo per un “cessate il fuoco” momentaneo, almeno per permettere a qualche aiuto umanitario di raggiungere gli abitanti di Ghouta Est. Subito dopo però, dovremmo spiegare ai civili siriani che gli occhi di tutto il mondo saranno puntati proprio sullo Stato che ha proposto la riunione, la Russia, perché solo due scenari sembrano possibili: che si astenga dal voto o che addirittura faccia uso del suo diritto di veto.

La Russia, infatti, è in una situazione complicata, perché se vota per un cessate il fuoco, delude Assad; se cerca di favorire Assad, delude Erdogan; se non trova una soluzione che vada bene a entrambi, delude l’Iran.

Cari civili siriani, è tutto molto complicato, ma non dovete prendervela a male: non è certo colpa vostra se siete nati in una parte di mondo in cui la pace non è un’opzione da tempo, e non è colpa vostra se quando succede qualcosa sul vostro territorio non vogliamo che invadiate i nostri Stati. Semplicemente è un caso che siate nati lì, e quindi purtroppo dovrete sopportare altre bombe, dovrete sopportare che le vostre case vengano distrutte, che chi vuole aiutarvi per semplice pietà umana venga ucciso mentre cerca di recapitarvi viveri. Dovrete sopportare che i vostri figli muoiano, o che vengano irrimediabilmente feriti, nel corpo e nell’anima. Dovrete sopportare il rumore delle esplosioni, delle urla e dei pianti. Dovrete sopportare di non potervi sentire mai al sicuro, e che le vostre famiglie vengano distrutte. Dovrete sopportare di non essere ascoltati.
Ma non preoccupatevi, perché la comunità internazionale vi osserva e vi pensa, e prima o poi farà di certo qualcosa per aiutarvi. Certo, non si sa quando questo qualcosa verrà fatto, perché dovete capire che, anche se nel corso della storia si è fatto tanto per esportare dei sani principi in quelle nazioni che ne erano carenti, anche se viviamo in un mondo globale in cui l’opinione pubblica conta sempre di più, la libertà e la pace restano comunque una questione di fortuna!

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